PASTORI E NON MESTIERANTI
"27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola» (Giovanni 10, 27-30).
Questi brevi versetti vanno situati nel contesto del capitolo di Gesù "buon pastore".
Insomma, a oltre 70 anni dalla vita del nazareno, il redattore del Vangelo di Giovanni, ripropone alla sua comunità un po' sconsolata e smarrita per le crescenti difficoltà, opposizioni e stanchezze, l'immagine di Gesù buon pastore.
Davvero il profeta di Nazaret era stato e veniva ricordato, riprendendo una simbologia biblica molto nota, come il pastore amorevole che si era preso cura delle "pecore" deboli e smarrite.
L'autore del Vangelo vuole rassicurare i suoi fratelli e le sue sorelle che Gesù continua a prendersi cura di loro. Il risorto, in qualche modo, è ancora il pastore che li ascolta, li accompagna, li guida.
Nella sua parola è possibile incontrare la strada che non inganna perché Dio,attraverso Gesù, non permetterà che siano strappati al Suo amore.
In tanti momenti della vita è davvero fondamentale sapere di poterci fidare di Dio e sapere che, tra mille strade e proposte che si affacciano come allettanti, quella del Vangelo resta davvero affidabile.
Ma questa insistenza sul buon pastore, sulla sua capacità di amore e di cura, sulla sua affidabilità, sulla sua illimitata disponibilità può suggerirci un'altra considerazione. Probabilmente l'Autore di queste righe parla così anche perché nella comunità bisognava ricordare, soprattutto a coloro che ne erano gli animatori, quale dovesse essere il loro stile di vita. A volte già si erano presentate situazioni pericolose, ambigue: taluni "animatori" la facevano da padroni o, comunque, il loro comportamento non esprimeva cura e tenerezza. Gesù aveva già ammonito i suoi discepoli e davvero aveva visto lontano. Nel secondo secolo, quando si passò dal movimento di Gesù alla "fondazione" della chiesa (cosa mai voluta da Gesù che aveva sempre agito da ebreo e aveva "fondato" un gruppo totalmente e criticamente interno al giudaismo del suo tempo), cominciò a verificarsi che taluni "responsabili – presbiteri – anziani – sorveglianti" erano ben lontani dallo spirito e dallo stile del buon pastore.
L'evangelista già allora intravedeva segnali in questa direzione e metteva in guardia la comunità.
Si è verificato (ed è tuttora attuale) che molti "pastori" siano diventati dei "lupi" o dei mestieranti, talmente sicuri di sé ed estranei allo spirito di cura e di servizio, da essere la più grande rovina della chiesa. Ogni "ministero" deve avere come "parametro" il comportamento di Gesù. Il "pastore" prima di chiedere ascolto è un fratello o una sorella che sa "accompagnare ascoltando". Papa Francesco, pur con le sue contraddizioni, nel suo stile di vita e di ministero, incarna la persona del buon pastore. Questa sua testimonianza non va trascurata. Lo abbiamo sotto gli occhi in questi giorni del suo viaggio in Grecia.
Un grande testimone
Riporto qui alcune righe di un notissimo teologo protestante, martire del nazismo:
«Il primo servizio di cui siamo debitori agli altri membri della comunità è di ascoltarli. Come l'inizio del ostro amore per Dio consiste nell'ascoltare la Sua parola, così l'inizio dell'amore del prossimo consiste nell'imparare ad ascoltarlo. L'amore di Dio per noi si distingue proprio in questo: che non si limita a parlarci, ma vuole anche ascoltarci.
Imparare ad ascoltare il nostro fratello è dunque fare per lui ciò che Dio ha fatto per noi. Certi cristiani ed in particolare i predicatori, si credono sempre obbligati a "dare qualcosa" quando sono con altri uomini. Dimenticano che ascoltare può essere più utile che parlare. Molte persone cercano un orecchio che li voglia ascoltare e non lo trovano fra i cristiani, perché i cristiani si mettono a parlare proprio quando dovrebbero saper ascoltare. Ma che non sa più ascoltare il suo fratello finisce per non ascoltare neppure più Dio stesso, salvo parlargli in continuazione.
Egli introduce così un germe di morte nella sua vita spirituale e tutto quello che dice finisce per non essere altro che chiacchiera religiosa, condiscendenza clericale, valanga di parole pie.
Non sapendo più accordare un'attenzione tesa e paziente agli altri, si parlerà loro sempre fuori bersaglio. E ciò senza più rendersene conto. Che stima il suo tempo troppo prezioso per poterlo perdere ad ascoltare gli altri, in effetti non avrà mai tempo per Dio o per il prossimo; non ne avrà che per se stesso, per i suoi discorsi e le sue idee personali» (Dietrich Bonhoeffer).
"Io e il Padre siamo una cosa sola"
Questa espressione simbolica che usiamo anche noi per esprimere la profonda intimità di due persone, è stata tragicamente travisata: "Un errore serio e grave che i cristiani commettono è quello di mettere Gesù al posto di Dio....Il vangelo di Giovanni non commette un errore di questo genere. Il suo Gesù è un sacramento di Dio... Nel Nuovo Testamento c'è l'unico Dio, che è il Padre. Né Giovanni né il Gesù del quale parla ogni autore del Nuovo Testamento è a conoscenza di questo "secondo dio". Dio ha espresso se stesso in lui come non lo è né lo è stato in nessun altro" (Gerard Sloyan, Giovanni, pag. 172 e 141).
A volte questa espressione, attraverso una interpretazione infondata ed addirittura umoristica, ha voluto "dimostrare" che Gesù è Dio come il Padre. Quando si hanno occhiali dogmatici, si sfasa ogni lettura biblica. Gesù sarebbe inorridito davanti ad una simile lettura della sua vita. Questa frase può, invece, additarci un orizzonte molto positivo: ciascuno/a di noi, per quanto segnato dalla fragilità e dalle proprie personali incoerenze e contraddittorietà, può cercare il più possibile di "fare corpo" con la strada di Gesù, con il suo messaggio, con le sue scelte. Facendo così, ci dice l'evangelista, sapete che state cercando la volontà di Dio. Anche noi, se prenderemo sul serio la proposta di Gesù, non saremo mai lontani da ciò che Dio vuole perché per noi cristiani Gesù è il sicuro indicatore della volontà di Dio, anzi è "la via" che ci porta al Padre.
Davanti a tanti cartelli indicatori possiamo affidarci mente e cuore al'intramontabile "manifesto" di vita che è Gesù, alle pagine delle sue beatitudini.
Nel seguire Gesù in qualche modo anche noi diventiamo una cosa sola con Dio, cioè la nostra esistenza è tutta alla ricerca dell'affidamento totale a lui. Non raggiungeremo mai l'intimità che Gesù ha avuto con Dio, ma in tutta la nostra vita cercheremo di vivere in dialogo con Lui come sorgente di ogni bene nel nostro impegno quotidiano nel mondo.