VENEZIA - «Accogliere chi bussa, senza rinnegare noi stessi». Usa spesso queste parole, il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, a capo della Conferenza episcopale dei vescovi del Triveneto, quando affronta il tema dei migranti dei quali, ripete, «dobbiamo farci carico».
Patriarca, l'Austria si prepara a chiudere il valico del Brennero, alzando di fatto un nuovo muro, nel cuore dell'Europa. Che riflessione si può fare?
«È triste osservare che il nostro continente continui ad andare per ordine sparso e non riesca a costruire una politica comune che provi a governare, almeno in parte, questo incessante flusso di migranti. È una manifesta impotenza della classe dirigente. E la solidarietà, concreta ed encomiabile di tante persone e realtà sociali, anche ecclesiali, da sola non basta più».
Nei giorni scorsi lei si è rivolto alla politica per la nuova legge regionale veneta sui luoghi di culto di nuova costruzione, sostenendo che, paragonandoli a centri servizi, rischia di limitare la libertà religiosa...
«Sono rimasto colpito dal fatto che una questione rilevante come la sfera religiosa delle persone sia stata quasi declassata a norma urbanistica. Si assimila il luogo di culto a un centro commerciale o a un distributore di benzina. La religione si deve poter esprimere pubblicamente e la politica non può artificiosamente separare la vita della comunità religiosa dalle strutture di cui si serve».
La legge riguarda tutte le confessioni ma non a caso è stata ribattezzata "legge anti-moschee".
C'è una forma di pregiudizio nei confronti della religione islamica?
«Per tanti versi è inevitabile che, in questi tempi, l'attenzione e la sensibilità - a ragione - siano tenute alte su tale versante. Tutte le confessioni devono condannare senza ambiguità gli eccessi e i crimini che, anche impropriamente, si richiamano al loro credo: qui giocano credibilità e possibilità di costruire la convivenza. Anche per questo auspico un ulteriore tempo di riflessione della politica».
Non ritiene fondati i timori di chi crede che ci siano imam o predicatori che coltivano l'odio e fanno proselitismo per l'Is?
«Di fronte ai recenti fatti possiamo e dobbiamo chiedere con forza le giuste forme di tutela verificando che tutte le fedi religiose non pratichino mai l'indottrinamento ideologico. È necessario chiedere, se è il caso, di vigilare con più attenzione affinché un luogo di culto sia tale e non diventi luogo di intolleranza e scuola di violenza. Ma se ci sono problemi di questo tipo bisogna affrontarli come tali, iniziando a chiamarli per nome e affrontandoli in modo specifico. Non pensando di risolvere con leggi che di fatto finiscono per limitare non poco la libertà religiosa».
Nella legge approvata il 5 aprile è stato inserito un emendamento che prevede l'uso dell'italiano non per i sermoni ma per le attività laiche dei centri religiosi. Può servire?
«Potrebbe essere un passo importante verso una maggiore comprensione reciproca aiutando ad abbattere il muro del sospetto generato dalla mancata comprensione».
Ritiene che la legge contrasti con il principio costituzionale della libertà religiosa?
«C'è questo rischio. La libertà religiosa, rispettosa della coscienza altrui e delle regole del vivere civile, oggi più che mai deve essere riconosciuta, potenziata. È un valore che appartiene ai diritti primari della persona. Per questo chiedo alla politica un'ulteriore momento di riflessione».
Francesco Furlan
(La Repubblica 8 aprile)
Patriarca, l'Austria si prepara a chiudere il valico del Brennero, alzando di fatto un nuovo muro, nel cuore dell'Europa. Che riflessione si può fare?
«È triste osservare che il nostro continente continui ad andare per ordine sparso e non riesca a costruire una politica comune che provi a governare, almeno in parte, questo incessante flusso di migranti. È una manifesta impotenza della classe dirigente. E la solidarietà, concreta ed encomiabile di tante persone e realtà sociali, anche ecclesiali, da sola non basta più».
Nei giorni scorsi lei si è rivolto alla politica per la nuova legge regionale veneta sui luoghi di culto di nuova costruzione, sostenendo che, paragonandoli a centri servizi, rischia di limitare la libertà religiosa...
«Sono rimasto colpito dal fatto che una questione rilevante come la sfera religiosa delle persone sia stata quasi declassata a norma urbanistica. Si assimila il luogo di culto a un centro commerciale o a un distributore di benzina. La religione si deve poter esprimere pubblicamente e la politica non può artificiosamente separare la vita della comunità religiosa dalle strutture di cui si serve».
La legge riguarda tutte le confessioni ma non a caso è stata ribattezzata "legge anti-moschee".
C'è una forma di pregiudizio nei confronti della religione islamica?
«Per tanti versi è inevitabile che, in questi tempi, l'attenzione e la sensibilità - a ragione - siano tenute alte su tale versante. Tutte le confessioni devono condannare senza ambiguità gli eccessi e i crimini che, anche impropriamente, si richiamano al loro credo: qui giocano credibilità e possibilità di costruire la convivenza. Anche per questo auspico un ulteriore tempo di riflessione della politica».
Non ritiene fondati i timori di chi crede che ci siano imam o predicatori che coltivano l'odio e fanno proselitismo per l'Is?
«Di fronte ai recenti fatti possiamo e dobbiamo chiedere con forza le giuste forme di tutela verificando che tutte le fedi religiose non pratichino mai l'indottrinamento ideologico. È necessario chiedere, se è il caso, di vigilare con più attenzione affinché un luogo di culto sia tale e non diventi luogo di intolleranza e scuola di violenza. Ma se ci sono problemi di questo tipo bisogna affrontarli come tali, iniziando a chiamarli per nome e affrontandoli in modo specifico. Non pensando di risolvere con leggi che di fatto finiscono per limitare non poco la libertà religiosa».
Nella legge approvata il 5 aprile è stato inserito un emendamento che prevede l'uso dell'italiano non per i sermoni ma per le attività laiche dei centri religiosi. Può servire?
«Potrebbe essere un passo importante verso una maggiore comprensione reciproca aiutando ad abbattere il muro del sospetto generato dalla mancata comprensione».
Ritiene che la legge contrasti con il principio costituzionale della libertà religiosa?
«C'è questo rischio. La libertà religiosa, rispettosa della coscienza altrui e delle regole del vivere civile, oggi più che mai deve essere riconosciuta, potenziata. È un valore che appartiene ai diritti primari della persona. Per questo chiedo alla politica un'ulteriore momento di riflessione».
Francesco Furlan
(La Repubblica 8 aprile)