Non rovo modo migliore di esplicitare questo problema che riprendere una riflessione del teologo protestante Paul Tillich del 1963 che fu data alle stampe dopo la sua morte.
"La tradizione è buona. Il tradizionalismo è cattivo. L'atteggiamento tradizionalistico nei confronti della tradizione impedisce di andare in cerca del significato vivente dei suoi elementi. Questi sono dati per scontati e non vengono più messi in discussione. Ma soltanto se la tradizione viene trasformata frequentemente può essere salvata come realtà vivente. Una conseguenza fatale del tradizionalismo è l'elusione di questioni assai serie. Sembra che le conferenze ministeriali tendano ad evitare i problemi teologici basilari. In un tempo in cui vengono attaccati tutti gli elementi fondamentali del cristianesimo, tale atteggiamento acuisce fortemente l'irrilevanza. I ministri che discutono liberamente i problemi basilari della fede nella predicazione, nell'insegnamento e nella loro attività di consulenza psicologica vedono spesso minacciato il loro impiego. È poi particolarmente penoso quando avviene che gli insegnanti della scuola di catechismo, che sanno destare l'interesse degli allievi – accade, talvolta! – perché affrontano interrogativi che occupano le menti dei ragazzi, vanno incontro alle accuse dei genitori o addirittura la licenziamento, mentre sono al sicuro quelli che controbattono a tali interrogativi con un 'dovete credere'. Poche cose hanno contribuito all'irrilevanza del cristianesimo quanto la scuola di catechismo. Una cosa che favorisce ed incoraggia il tradizionalismo è l'attesa, da parte di molti laici, che le chiese debbano essere un caposaldo del conformismo e in generale del conservatorismo. Essi dimenticano che un tempo esistevano i profeti di Israele, e che nell'intera storia del cristianesimo – per non dire di Gesù e degli apostoli – sono stati proprio i riformatori rivoluzionari ad effettuare continuamente i passi determinanti nello sviluppo delle chiese.
A molti le controversie sui fondamenti paiono indebolire le basi che ci sorreggono. Non è così soltanto nelle chiese. La parola 'controverso' è divenuta oggi, nell'insieme, una parola negativa. Dovrebbe essere invece una parola quanto mai positiva. Nelle controversie, infatti, nel 'sì e no', è possibile conoscere la verità, e in nessun altro modo. Se si escludono – vuoi da parte della chiesa, vuoi da parte della società – le affermazioni controverse, tale chiesa e tale società sono condannate ad una lenta decadenza" (L'irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l'umanità oggi, Queriniana, Brescia 1998, pag. 45).
I grandi maestri degli anni '60 – '70 del secolo scorso, cioè Rahner, Kung, Schillebeeckx e Spong (e molti/e altri) ci avevano aiutati a vivere la tradizione in modo liberante. Essa divenne per molti di noi un oceano mosso e vitale, attraversato da mille correnti: farne uno "specchio immobile", allora era come farne uno stagno. In quegli anni di fiorente dibattito teologico e storico imparammo a riconoscere la vitalità inesausta della tradizione cristiana nei secoli, la sua fioritura plurale, l'incessante bisogno di arricchire il tesoro ricevuto e di cambiare molte parole e di spostare molti accenti nella "canzone viva della fede".
Oggi questa consapevolezza è diventata, per una parte del cristianesimo, più profonda e questo compito di "dire Dio in modo nuovo", nel contesto del mondo culturale della modernità, si fa sentire come necessario "per salvare la fede" e più urgente, anzi indilazionabile.
Il linguaggio teologico, catechistico, liturgico del passato diventa, a mio avviso, una lingua straniera, un vocabolario religioso che parla di una visione del mondo che non esiste più, che non aggancia la vita di chi vive, respira e agisce nel clima delle acquisizioni delle scienze moderne, questo, almeno, nel cosiddetto Occidente.
Quali sono, in sintesi, i nodi principali che gli uomini e le donne "moderne" debbono affrontare se non vogliono entrare in una "contraddizione invivibile" tra fede cristiana e cultura contemporanea?
Nel paradigma della modernità, assunta nel suo apporto positivo, culturale e scientifico, non possono trovare spazio molte delle strutture del paradigma cristiano premoderno.
Lo spazio mi costringe a poco più di un elenco, ma i riferimenti bibliografici e alcune citazioni potranno aiutare chi legge queste note ad approfondire.
Franco Barbero