di
Antonello Guerrera
18.08.16 -
http://guerrera.blogautore.repubblica.it/
La
polemica sul divieto
di "burkini" in Francia e non solo (ora se ne parla
anche
in Italia) prosegue. Secondo il premier francese Manuel Valls, il
costume islamico che nasconde il corpo femminile è "incompatibile
con i valori della Francia e della Repubblica, in quanto basato su
un'ideologia di asservimento della donna".
C'è
chi dice (vedi lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun oggi
su Repubblica) che il divieto di burkini sia il sequel naturale,
inevitabile e sostanzialmente legittimo del divieto del velo
integrale, in vigore in Francia dal 2011. Normativa che ancora oggi
scatena
perplessità (c'è chi dice "abbiamo
creato un mostro"). Ma quella legge, almeno formalmente, è
stata approvata per motivi di sicurezza che - si legge nel testo -
non potrebbe essere garantita senza "il riconoscimento facciale"
dei cittadini. Per questo all'epoca vennero vietati burka, niqab ma
anche maschere, caschi di vario genere, eccetera.
Il
burkini, però, non pone alcun problema di riconoscimento facciale o
di sicurezza. Il tema stavolta è esclusivamente sociale e culturale.
E lo è in maniera esplicita, rispetto al passato.
Ma
perché un velo non integrale dovrebbe essere legale in strada e,
allo stesso tempo, illegale in spiaggia o in mare?
C'è
chi dice che, nel combattere l'estremismo islamico e le sue scorie
culturali, l'Occidente stia diventando bigotto come coloro che dice
di combattere. E così vieta anche il burkini. Probabilmente non è
così.
Ma
in nome dell'integrazione, come si può pensare di integrare vietando
ad alcune di donne di fare il bagno in mare solo perché indossano un
burkini? Come può pensare, chi ritiene il velo un indumento
oppressivo, di migliorare la condizione delle donne musulmane negando
loro persino una nuotata? Come si può pensare che imporre in questo
modo una usanza o una cultura non possa generare l'effetto opposto?
In
Algeria, per esempio, il velo tornò prepotentemente "di moda"
proprio quando i francesi nel secolo scorso decisero di imporre con
forza i propri costumi. Certo, il velo è una realtà in buona parte
della cultura islamica e ha una genesi complicata, varia e
impossibile da riassumere hic et nunc. Ma è anche una questione di
identità, come appunto in Algeria il secolo scorso e come spesso
accade anche oggi in Occidente.
Purtroppo,
il rischio e il problema di una frase come quella di Valls ("il
burkini è incompatibile con i valori della Francia") è che
paradossalmente combacia con i diktat che risuonano nella galassia
dei jihadisti e in certi proclami dell'ISIS ("i valori musulmani
sono incompatibili con l'Occidente").
Le
frasi di Valls sono sicuramente motivate dalla parità di genere, dai
diritti e da tanti altri buoni propositi. Ma covano il pericolo di
alienare ancor più buona parte della comunità musulmana, in un
momento così delicato. Davvero c'era bisogno di mettere un muro tra
culture invece di costruire un ponte? Davvero (pochissime) donne che
nuotano in burkini sono una minaccia così grande per la società
occidentale e per i suoi valori? Davvero questa donna in burkini
sulla sabbia brasiliana, che
abbiamo tanto idolatrato alle Olimpiadi di Rio come protagonista
di uno storico incontro di culture, era così pericolosa da meritare,
secondo Valls e qualche sindaco francese, una multa
da 38 euro?