Raimondo Marietta Aleina, 64 anni, «comandava lui» nel palazzo di via Paravia 14 noto come il "condominio omofobo" per gli insulti e le aggressioni ad una coppia di gay. Marietta Aleina è stato l'unico imputato nel processo che lo ha condannato in primo grado per stalking a un anno di reclusione senza condizionale e a pagare 5mila euro. Per il giudice Alessandra Cecchelli era lui il sobillatore degli inquilini ed "esercitava un potere di fatto nell'ambito del condominio", si legge nelle motivazioni. Un potere che l'arrivo della coppia aveva messo in crisi.
Marietta Aleina era ben cosciente del "clima omofobo" del condominio e per questo le sue azioni, dice il giudice, hanno avuto «una ben più incisiva forza intimidatrice» tanto da convincere le due vittime, difese in aula dall'avvocato Anna Ronfani, «all'abbandono forzato dell'appartamento».
Ai due fidanzati (oggi ex) era vietato prendere l'ascensore che veniva bloccato ai piani bassi. «Dobbiamo bloccarli su per le scale e massacrarli di botte», sarebbe una delle frasi pronunciate da Marietta Aleina e riportate nelle motivazioni. L'insofferenza condominiale, sempre fomentata dall'imputato, è stata evidente fin da subito quando i due hanno deciso di mettere in chiaro la loro posizione. «Siamo una coppia e ci siamo trasferiti qui per stare insieme» avevano detto i due pensando di tacitare sul nascere occhiate e pettegolezzi. Mai avrebbero immaginato di scatenare una guerra nei loro confronti. «Voi non sapete contro chi vi state mettendo» e «la prossima volta ti sparo in testa» sono solo alcune delle minacce ricevute nei quasi due anni in cui la coppia ha condiviso l'alloggio all'ultimo piano del palazzo. Poi erano arrivati i messaggi in ascensore e la pompa dell'acqua manomessa per non far funzionare la doccia.
Anche la macchina della coppia è finita più volte nel mirino. I due raccontano di bottiglie rotte sulla carrozzeria, vomito e urina rovesciati sul cofano. Questi episodi avevano convinto i due a parcheggiare solo sotto l'occhio delle telecamere della via e a montare un'inferriata e una telecamera sul pianerottolo. A maggio il giudice si era pronunciato con una sentenza, anche più pesante di quanto richiesto dall'accusa, che specificava come «quanto descritto nel capo di imputazione sia addirittura riduttivo» rispetto a quello che i due omosessuali hanno subito.
Carlotta Rocci
(la Repubblica 22 novembre)
Marietta Aleina era ben cosciente del "clima omofobo" del condominio e per questo le sue azioni, dice il giudice, hanno avuto «una ben più incisiva forza intimidatrice» tanto da convincere le due vittime, difese in aula dall'avvocato Anna Ronfani, «all'abbandono forzato dell'appartamento».
Ai due fidanzati (oggi ex) era vietato prendere l'ascensore che veniva bloccato ai piani bassi. «Dobbiamo bloccarli su per le scale e massacrarli di botte», sarebbe una delle frasi pronunciate da Marietta Aleina e riportate nelle motivazioni. L'insofferenza condominiale, sempre fomentata dall'imputato, è stata evidente fin da subito quando i due hanno deciso di mettere in chiaro la loro posizione. «Siamo una coppia e ci siamo trasferiti qui per stare insieme» avevano detto i due pensando di tacitare sul nascere occhiate e pettegolezzi. Mai avrebbero immaginato di scatenare una guerra nei loro confronti. «Voi non sapete contro chi vi state mettendo» e «la prossima volta ti sparo in testa» sono solo alcune delle minacce ricevute nei quasi due anni in cui la coppia ha condiviso l'alloggio all'ultimo piano del palazzo. Poi erano arrivati i messaggi in ascensore e la pompa dell'acqua manomessa per non far funzionare la doccia.
Anche la macchina della coppia è finita più volte nel mirino. I due raccontano di bottiglie rotte sulla carrozzeria, vomito e urina rovesciati sul cofano. Questi episodi avevano convinto i due a parcheggiare solo sotto l'occhio delle telecamere della via e a montare un'inferriata e una telecamera sul pianerottolo. A maggio il giudice si era pronunciato con una sentenza, anche più pesante di quanto richiesto dall'accusa, che specificava come «quanto descritto nel capo di imputazione sia addirittura riduttivo» rispetto a quello che i due omosessuali hanno subito.
Carlotta Rocci
(la Repubblica 22 novembre)