Deuteronomio
(Appunti presi durante la conferenza di Franco Barbero).
Il capitolo 5 è uno dei più densi e significativi del libro, perché contiene il secondo discorso di Mosè che inizia con l'invito all'ascolto della parola (shemà Israel) e la legge dell'Alleanza che Dio ha dato al popolo di Israele sul monte Oreb (il Sinai). L'invito è dato alla seconda persona singolare perché rivolto sia al popolo come collettività che a ciascun individuo. Inoltre, pur essendo il ricordo di un evento avvenuto nel passato, l'accento viene posto sull'”oggi”: la parola detta allora vale per oggi e per questo non va dimenticata, ma imparata, custodita e messa in pratica (5,1). Dio ha parlato sul monte “faccia a faccia”, ma il popolo ebbe paura e fu necessaria la mediazione di Mosè allo scopo di comprenderla meglio (5,5). Il monito di Mosè è tanto più insistente quanto i destinatari sono inadempienti ai loro obblighi (si veda il cap. 25 di Numeri sui tradimenti di Israele) ed il cammino della liberazione non si è ancora concluso: Israele non è ancora entrato nella terra promessa.
La versione deuteronomista del decalogo si differenzia da quella di Esodo (cap. 20) soprattutto per la motivazione del precetto del sabato fondata sull'immagine di Dio creatore e liberatore dalla schiavitù d'Egitto.
Nei vv. da 6 a 8 si ribadisce l'unicità di Dio e il divieto dell'idolatria. Si tratta di un punto centrale di tutta la Bibbia. Sull'idolatria vanno chiariti due aspetti: prima di tutto si tratta di un problema soprattutto interno a Israele che lo impegna a rompere con il suo passato idolatrico, piuttosto che un insegnamento rivolto ai popoli pagani. In secondo luogo l'idolatria consiste non soltanto nella adorazione di altri dei al di fuori di Javeh, ma anche e soprattutto nel farsi una immagine falsa di Dio. Come allora, così anche oggi corriamo il rischio di divinizzare degli aspetti umani: la stessa sacralizzazione della scrittura (considerata “parola di Dio” quando spesso è solo espressione di una certa cultura umana) oppure l'iconografia (il culto delle immagini di Dio o di altri esseri divinizzati come la Madonna o i Santi rischia di sciupare l'idea di Dio che resta sempre mistero, anche se ci è vicino) sono esempi presenti anche odierni di un accesso sbagliato al mistero di Dio.
Inoltre l'esclusività di Dio non deve diventare esclusivismo, tentazione presente in tutte le grandi religioni. In proposito è stato rilevato come il monoteismo appaia più violento e intollerante del politeismo (si veda, ad es.: Bettini, Elogio del politeismo, Il Mulino, 2014). Ma a parte il fatto che anche nelle religioni monoteiste vi sono aspetti di politesimo (come il culti dei santi e della Madonna) ciò si verifica quando la religione è esclusivista e al molteplice dirsi di Dio si sostituisce il dogma e la dottrina che pretende di definire il mistero. La pretesa del possesso della verità, così come la divinizzazione della figura di Gesù costituiscono il nucleo dell' esclusivismo.
Un aspetto che appare sconcertante è la gelosia di Dio dichiarata al versetto 5,9. Si tratta di uno di quei passi da non prendere come “parola di Dio” alla lettera, al pari, ad esempio di Numeri 25 dove appare un Dio violento per noi inaccettabile.
La gelosia è un sentimento ambiguo che ha un aspetto positivo, come conseguenza di un serio impegno reciproco, ed uno negativo, patologico. Se non vogliamo proiettare su Dio modi di relazione umani possiamo interpretare la gelosia di Dio come un amore esorbitante (Von Rad), espressione di un Dio esigente che non può essere preso alla leggera e nel quale l'aspetto della misericordia prevale (fino a mille generazioni, 5,10) rispetto all'aspetto punitivo (fino alla quarta generazione, 5,9). Se si contestualizza il rapporto Dio – uomo, pensato sul modello del patto di sudditanza con i sovrani orientali, per il quale la trasgressione di una parte del patto comportava l'annullamento del medesimo, il comportamento di Dio che rimane fedele al patto nonostante le plurime trasgressioni da parte di Israele e che si pente di averlo punito per quelle (il che succede più volte, a partire dal diluvio, Gen 8, 21) costituisce una clamorosa smentita delle regole del tempo nel senso di una maggiore umanizzazione dei rapporti sociali.
Il divieto di pronunciare invano il nome di Dio (5, 11) va ben oltre all'aspetto della bestemmia al quale è spesso stato ridotto e comprende ogni uso improprio di Dio (Von Rad), compresa la appropriazione del potere di amministrare la salvezza da parte delle istituzioni ecclesiastiche. C'è da chiedersi se anche la teologia non sia a volte una manipolazione di Dio. Dio è nominato invano tutte le volte che si sta al di fuori di un rapporto di amore.
Nel commento del comandamento del sabato (5, 12 e sgg.) il rabbino Marc Alain Ouaknin (Le dieci parole, ed. Paoline, 2001) ricorda che la vigilia del sabato la famiglia ebrea osservante si prepara per la festa, ci si lava, si veste bene, ecc.; la donna è la sacerdotessa della cerimonia iniziale: ella si benda gli occhi, poi la famiglia esce di casa, si accendono le candele e quando riapre gli occhi vede il mondo in modo diverso da prima. Il sabato è il giorno per aprire gli occhi e cambiare lo sguardo sulla vita. Rimanere nelle tenebre per un po' di tempo fa poi vedere il mondo in modo diverso, riscoprire le persone che stanno attorno, la moglie, i fratelli, la natura, il proprio cuore, ma prima di tutto Dio. Il sabato è anche il momento di instaurare nuovi rapporti con i fratelli, di rinnovare i sentimenti, della liberazione dalle schiavitù. Il sabato è il giorno che sostiene gli altri giorni e li libera dalla stanchezza esistenziale, il giorno in cui lo sguardo è rivolto verso il futuro, in cui non ci sentiamo abbandonati (in polemica con la concezione heideggeriana dell' “essere gettati” o sartriana della “nausea”). Questa sapienza ebraica è al fondo rinvenibile in tutte le religioni e costituisce un patrimonio che consente all'umanità di avere un futuro.
Il comandamento di onorare i genitori (5, 16) è rivolto non tanto ai bambini ed ai giovani, quanto agli adulti ed è un invito a non abbandonare i vecchi, come sovente avveniva nelle società del tempo, dove non c'erano provvidenze sociali. Ma vale anche oggi, contro la tendenza a non considerare la persona quando non è in grado di produrre e di guadagnare. Il cristianesimo delle origini era molto attento alla cura delle persone deboli, come i vecchi: si veda ad esempio la lettera agli Efesini, cap. 6.
Il comandamento di non uccidere (5, 17) non è così assoluto come può apparire, ma è piuttosto una tutela alla vita contro gli arbitri di una società dove la vendetta privata era diffusa. Non valeva in tempo di guerra (e non vale nemmeno oggi se si giustifica la guerra), ma si applicava anche allo straniero presente nella terra in tempo di pace. Si deve tenere in considerazione anche la morte psicologica: quando una persona è messa ai margini della convivenza sociale è come se fosse eliminata fisicamente.
Il comandamento di non commettere adulterio (5, 18) nel cristianesimo è stato esteso a “non commettere atti impuri”.
Il divieto di rubare (5, 19) era posto soprattutto a tutela dei più deboli, contro gli accaparratori di beni, che agivano spesso subdolamente (ad esempio spostando di notte i confini dei campi). A quei tempi chi cadeva in miseria correva il rischio di essere ridotto in stato di schiavitù.
Il divieto di testimonianza menzognera (5, 20) si riferiva soprattutto ai casi frequenti di falsa testimonianza in tribunale fatta da chi voleva ingraziarsi un ricco per trarne dei vantaggi economici.
Il divieto di desiderare le cose altrui (5, 21) è formulato con un verbo che indica il desiderio smodato e vuole tutelare contro l'arbitrio di chi supera il limite di una convivenza disciplinata perché non sa frenare il proprio desiderio. Anche oggi la ricerca incontrollata del piacere porta alla disgrazia, mentre il porre un limite alle proprie voglie è una condizione essenziale per una vita felice.
Se è vero che i comandamenti sono espressi per lo più sotto forma di divieti, il loro scopo è quello positivo di insegnare all'uomo il senso del limite, che è connaturato alla creaturalità (caratteristica che non appartiene a Dio); le proibizioni possono essere lette come esortazioni a porre dei confini allo scopo di rendere la vita buona; soprattutto nelle relazioni umane va instaurato un rapporto amorevole: non si tratta di cancellare o reprimere, ma di organizzare e regolare i propri impulsi e desideri al fine di congiungere la propria felicità con quella degli altri.
Guido Allice