È "stonato" questo nostro tempo.
Il crollo delle ideologie, il vivere una fede non incarnata nella nostra vita, nel nostro tempo, nella nostra storia, il rifugio nel privato, il chiudersi in un individualismo autosufficiente…tutto questo ha portato ad una perdita di “valori”.
Sono tempi, i nostri, dove non c’è più l’attenzione alla persona, ma nel clima che viviamo domina la disattenzione. C’è più attenzione alle cose che alla persona.
L’avanzamento del commercio ha prodotto una quantità di beni che ci porta a pensare che siano questi beni la base del nostro “stare bene”. Di conseguenza, c’è la corsa a comprare per “avere”. I centri commerciali
proliferano così come si moltiplicano gli articoli da acquistare. Oggetti che di anno in anno si “rinnovano” e ci vengono riproposti se non imposti. Il dominio delle cose porta a una “diminuzione” del valore della persona e della sua dignità. Di conseguenza si sgretolano le relazioni tra le persone.
E piano piano ci si svuota per essere riempiti di “messaggi” che non danno nulla, fanno passare un modo di vivere che ha la sua radice nell’immagine, nell’apparire, nell’imporsi, nell’avere successo, nello “star bene”, ma da soli.
Dove c’è lo svuotamento dei valori, c’è la corsa per arrivare primi, c’è la competizione, l’arroganza, la slealtà…
Si scalzano valori come il riconoscersi, il dialogo, il confronto, la collaborazione, la lealtà nei rapporti, l’essere sinceri gli uni verso gli altri… Nascono rapporti di interesse, non rapporti veri tra le persone, quell’incontrarsi per il piacere di stare insieme, confrontarsi, scambiarsi confidenze, esperienze, desideri, sogni… Non c’è più quell’aiuto reciproco a vivere con trasparenza la nostra vita.
Il ritorno a una vita più semplice passa attraverso il “fermarsi”, fermarsi per riprendere fiato, per riprendere in mano la nostra vita, ritrovarsi. Il silenzio fa guardare le cose con occhi diversi, fa rientrare in sé, rannoda il rapporto con i valori in cui si crede, ci riallaccia a Dio, che ci rende capaci di vivere qualsiasi cosa con verità.
Nel “fermarsi”, anche i rapporti tra di noi ci guadagnano. Non si giudica, ma si cerca una trasparenza critica. Si cerca quella “critica” senza arroganza, quella critica che vuole costruire, vuole completare, che parla con discrezione. Quella critica che non urta, ma lascia che l’altro discerna se quel che sente gli può servire oppure no per crescere in quel che sa, in quel che fa, in quel che è… Il fermarsi fa sì che si impari – come scrive Maurice Bellet – a “essere umani versi gli umani, che fra noi dimori il “fra noi” che ci renda uomini”.
Carlo Boneschi (Agenda giorni non violenti 2017)