28 «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". 29 Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. 30 Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. 31 Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. 32 Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui. ( Matteo 21, 28-32)
Gli
antichi manoscritti ci offrono una serie di varianti che, consultando
alcune traduzioni, risultano evidenti. In una versione l'ordine dei
figli viene rovesciato. La comunità di Matteo volle mettere in luce
che furono i pagani ad accogliere il messaggio del Battista e di Gesù
a differenza dei capi religiosi ebrei.
Nel
Vangelo di Matteo - l'unico che riporta questi versetti - questa
parabola fa parte di una trilogia: la parabola dei due figli (21,
28-32),la parabola dei vignaioli (21, 33-46), la parabola degli
invitati al banchetto (22, 1-14).Queste tre parabole ruotano attorno allo stesso tema: accettazione o rifiuto del regno di Dio.
"Siamo dunque in presenza di una costruzione teologica e letteraria tipicamente matteana, che sottolinea il costante rifiuto dell'offerta di salvezza da parte dei capi di Israele"(Alberto Mello).
ALCUNE
RIFLESSIONI EVIDENTI
La
sottolineatura è posta sul fare. Le parole contano, ma poi ciò che
è decisivo è il fare. Si tratta di un messaggio molto ricorrente
nell'arco delle Scritture dei due Testamenti. In Matteo questa
annotazione è ribadita ed accentuata al capitolo 25, 31-46 nel passo
noto come il "giudizio finale". In realtà questa pagina evangelica di Matteo non vuole presentarci un Dio giudice e terrificante: vuole piuttosto che nel nostro presente impariamo a scegliere, a decidere da che parte stare. La metafora del Dio giudice oggi per noi significa una calda e pressante esortazione a compiere scelte precise. Il giudizio sulla nostra vita ce lo diamo giorno dopo giornoE' chiaro che qui vengono colpite le mille chiacchiere religiose con le quali si abbelliscono le nostre chiese e comunità. Ma questo pericolo di scambiare la fede con "tranquillanti" pratiche di culto, devozioni, pie celebrazioni è più che mai attuale. Hanno grande valore le ricerche teologiche e le dispute ecumeniche come i momenti di preghiera personale e comunitaria, ma se esse non conducono alla decisione di lasciarci coinvolgere fattivamente "nella vigna", diventano esperienze fine a se stesse, infeconde.
Si corre il rischio di diventare professionisti delle religioni, paghi appunto delle pratiche religiose, ed incuranti ed insensibili alla ricerca della volontà di Dio. Per molti cristiani gli adempimenti rituali sono diventati una comoda sedia a sdraio.
Insomma "sulla via per il regno di Dio non passano avanti coloro che fanno promesse solenni di professioni di fede, ma quelli che si aprono a Gesù facendo passi concreti di conversione al progetto del Padre" (José Antonio Pagola).
Gesù è martellante e provocatorio: molto meglio pubblicani e prostitute che sanno mettersi in discussione dei "garantiti" e degli "abbonati" alla religione esteriore.
"VA'
A LAVORARE NELLA VIGNA"
Una
delle osservazioni che la parabola ci pone subito davanti agli occhi
è questa semplice "chiamata": "va' a lavorare nella
vigna".Dunque, Dio invita i Suoi figli e figlie a lavorare nella vigna, cioè nel mondo, nella chiesa, in ogni luogo della nostra esistenza quotidiana.
L'invito è esplicito: non si tratta di fare i padroni della vigna, di mangiarne i frutti senza impegno, di approfittare della vigna e di depredarla, saccheggiarla. La vigna è di Dio e noi diventiamo Suoi collaboratori.
Non si entra e non si sta nella vigna di Dio come padroni per progettare una carriera, farsi una posizione, ma per condividere una responsabilità. Questo appello alla responsabilità dell'andare a lavorare va preso sul serio.. Questa responsabilità che ci viene affidata significa che Dio conta su di noi per la prosperità della vigna.
Percepire nel proprio cuore l'invito a lavorare nella vigna crea gioia, suscita energie, apre prospettive ai nostri giorni.
Sia pure con il fardello dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni, sapere che ogni giorno della nostra vita siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore, conferisce senso e infonde fiducia ai nostri cuori.
Una delle tristezze più profonde che provo rispetto alla nostra vita di credenti è la constatazione che questa gioia del sentirsi chiamati per nome sembra non trovare riscontro in molti cristiani. Più che la gratitudine per una vita ricca di senso, spesso si dà a vedere una fede rituale, routinaria, quasi rassegnata.
Qualche volta ci tocca constatare che nella nostra chiesa sono troppi i professionisti del sacro, i mestieranti, i ricercatori di una sicurezza economica e di una “figura” sociale.
C'è anche di peggio: chi fa violenza, chi devasta e dilapida, chi abusa, come abbiamo visto in questi anni e negli ultimi giorni.
E CHI NON SENTE NESSUNA CHIAMATA?
Forse compio una divagazione che la parabola non prevede, ma la Scrittura è sempre un invito a guardare oltre se stessa. Per questo la parabola mi fa sorgere una constatazione che spesso mi stringe il cuore: è il dramma di molte donne e di molti uomini che nessuno invita ad "andare nella vigna". Alludo espressamente alla disoccupazione che affligge un numero crescente di persone perché l'egoismo di pochi non "allarga la vigna a tutti". Se davvero ci prendessimo cura della terra, se fossimo solerti ed attenti custodi dell'ambiente, se mettessimo al centro della vita la compagnia ed il sostegno delle persone che hanno bisogno di aiuto, ci sarebbe lavoro per tutti, se sull'accumulo prevalesse la condivisione, la "vigna" sarebbe uno spazio accogliente per tutti.
Il problema è sempre quello di passare da una situazione di dominio e di iniqua distribuzione alla pratica della responsabilità comune. Chi non è mai chiamato cade nella disperazione. I grandi della terra mettano al primo posto le persone che attendono una chiamata; altrimenti continuano a prosperare le chiacchiere.
GRAZIE, O DIO
Tutto il creato, o Dio, è la vigna che Tu ci affidi e di cui siamo parte. Aiutaci a trasformare i nostri giorni e a riempirli di amorevole ed appassionata cura .
E' la cura reciproca che ci permette di continuare la Tua opera creatrice nel mondo, nella chiesa, ovunque.
E' la cura reciproca alla quale Tu ci inviti che sorregge il mondo e lo rinnova.