martedì 5 settembre 2017

FEDE IN DIASPORA
Ripropongo uno scritto del 1972
(Una fede da reinventare, edito 1975)


Nella dispersione del mondo
La nuova « autorità » con cui annunceremo Cristo al mondo (e non solo queste parole cristiane) sarà il nostro corpo a corpo con le Scritture in piena solidarietà e militanza con gli uomini oppressi. Nell'esperienza di fede nessuno possiede la formula magica. Perciò anche le proposte che avanziamo con umile audacia, non vogliono avere la pretesa di circoscrivere l'azione della grazia entro gli spazi esigui della nostra visuale. Occorre infatti nutrire una profonda sfiducia verso quei modelli di spiritualità che si presentano, di volta in volta, come la soluzione della vita cristiana. Una vera spiritualità è umile e modesta e sa positivamente che il suo campo non esaurisce la presenza di Cristo, che rimane sempre sconcertante come quella di un ladro, secondo l'immagine evangelica. Né ci facciamo illusioni sul tempo. Sarà una lunga marcia, bisognerà contare su tempi lunghi e... ogni giorno, in certo modo, occorrerà ricominciare, rimetterci in ascolto e in cammino.
Viene qui al pettine una questione spinosa: le nostre comunità cristiane, così come oggi sono strutturate, rispondono a questa esigenza di fede qualitativamente nuova?


Parrocchia e comunità di base
Oggi la struttura prevalente è la parrocchia. Essa ha i suoi meriti. Non permette fughe elitarie e dà in certo qual modo il polso della massa, abitua a fare i conti con le ore liete e le ore squallide della realtà, con il passo della gente. Noi crediamo che, nonostante la situazione di trapasso da una chiesa moltitudinista ad una chiesa quale comunità dei credenti (presto forse non farà più parte della normalità e del perbenismo borghese l'essere battezzato cristiano), la parrocchia avrà ancora notevoli possibilità di servizio evangelico. Tuttavia l'esperienza comunitaria della fede non potrà più esprimersi in un'unica forma, avere un solo volto. Avremo più forme. Nessuna di esse dovrà avanzare la pretesa di monopolizzare in proprio l'esperienza cristiana o di essere la prima della classe. Chi opta per forme strutturali più agili, per raggruppamenti più flessibili, come le comunità di base, non intende con ciò dire che la parrocchia e l'istituzione dei cristiani di serie B. A noi pare che la profonda conversione della nostra fede esiga anche l
'invenzione di modalità nuove di essere chiesa, una metamorfosi profetico-pastorale. Per questo l'intoccabilità della parrocchia e la paura della sperimentazione di forme nuove potrebbero nuocere al vero rinnovamento1.

Il plurale
Una rigorosa analisi delle comunità di cui ci parla il Nuovo Testamento, conduce ad una conclusione di grande interesse: già nella comunità neotestamentaria troviamo - nel medesimo tempo e nello stesso ambito geografico - una coesistenza di gruppi dalla struttura diversa. Per dirla fenomenologicamente, troviamo, accanto alla conventicola, la chiesa territoriale, che tende sempre di più a considerarsi come quella ufficiale. Non si dovrà esagerare il contrasto. Solo nella terza lettera di Giovanni appare chiaramente il contrasto tra i due gruppi, e anche in questo caso sembra trattarsi piuttosto della tensione determinatasi tra due uomini, che sostenevano il proprio modo di vedere la comunità in modo abbastanza vivace. Ma non possiamo evitare di constatare, al di fuori di ogni pregiudizio, che si verificava una coesistenza di comunità che si concepivano in modo diverso su punti essenziali e che, di conseguenza, si davano strutture pure differenti2.
La chiesa deve di nuovo imparare a vivere questa molteplicità non come qualcosa di funesto che attenta alla sua unità, ma come un dono divino che svela la multiforme sapienza di Dio (Efesini 3:10). Anzi essa deve sentire questo pluralismo strutturale, come un dovere, un bene da difendere e promuovere, anche là dove le membra sono diverse per qualità che hanno un peso nella chiesa.
 

Tra Roma e Sohm

Siamo dunque per una legittima e crescente differenziazione di strutture. Ci pare infatti che la comunità parrocchiale, anche profondamente convertita e non solo ritoccata, spesso non sia più proponibile a chi ha maturato una nuova coscienza e una nuova pratica politica e cristiana.

Con questa affermazione non intendiamo affatto sostenere che i guai della « grande chiesa » si risolvano con un progetto di sole micro-chiese. Ci pare una soluzione semplicistica. Crediamo invece nella esigenza di sperimentare diverse forme di chiesa nella fatica di doversi inventare per essere fedeli agli uomini d'oggi e al Signore che chiama ogni giorno.

Così pure non crediamo che istituzione e comunità di base siano due realtà contrapposte in cui l'istituzione avrebbe sempre lo spirito satanico e i gruppi di base lo Spirito Santo. L'esperienza nascente dalla base deve anzi, a nostro avviso, articolarsi ed essere accettata nella chiesa come realtà istituzionale, sia pure nelle forme agili e flessibili delle origini. Una certa istituzionalizzazione è necessaria per vivere e annunciare comunitariamente l'evangelo al mondo. Una chiesa che si converta da società a movimento « dovrà cercare la sua strada tra Roma e Sohm » e lo potrà fare soltanto se vivrà con estrema decisione, della liberta e della fedeltà di Dio e non più della sua organizzazione e della sua vitalità religiosa. Trovare una strada tra lo sclerotizzante e rigido fissismo di troppe strutture ecclesiali e la perenne mutabilità e volatilizzazione di certi gruppi di credenti, sarà un impegno tanto difficile quanto urgente e fecondo.

Franco Barbero


1 A scanso di equivoci ribadiamo che qualunque conversione strutturale, quando non è sorretta e accompagnata da una autentica conversione della fede, è illusoria. Niente otri nuovi senza vino nuovo.

2 E. SCHWEIZER, La comunità e il suo ordinamento nel Nuovo Testamento, Torino, Gribaudi, 1971, p. 111.