“Misure
simili all’apartheid”
La
legge scuote Israele
C’è
chi ha paragonato questo disegno di legge “all’apartheid
sudafricana". Altri addirittura alla “fine della democrazia in
Israele”. Ma il premier Benjamin Netanyahu l’ha ripetuto più
volte: “E’ la maggioranza che decide”. Da giorni in Israele si
litiga sulla cosiddetta “Legge della nazione”, e cioè di una
imminente legislazione (di cui si discute da quasi dieci anni) per
determinare “la natura dello Stato di Israele come Stato del popolo
ebraico”. In pratica, si tratta di ulteriori linee guida
fondamentali dello Stato di Israele a difesa dell’ebraicità nel
Paese, della
sua cultura e della sua preservazione in ambito legislativo.
Misure
che il governo Netanyahu vuole far approvare questa settimana. Ma c’è
un passaggio della legge che ha allarmato in molti: “Autorizzare
una comunità composta da persone che hanno la stessa fede e
nazionalità a mantenere il carattere esclusivo di quella comunita”.
Una
frase “pericolosissima”, perché secondo i suoi critici aprirebbe
la strada a quartieri “per soli ebrei”, a segregazioni, a
discriminazioni religiose e razziali, soprattutto nei confronti della
comunità araba in Israele e Cisgiordania (secondo il governo
Netanyahu invece è necessario perché ciò già accade nei confronti
degli stessi coloni ebrei). Non solo: nel disegno di legge è
prevista una estensione della legge religiosa ebraica in ambito
civile e il declassamento dell’arabo da lingua ufficiale a lingua
“con status speciale”.
Sabato
sera – come accade con una certa ricorrenza da mesi a causa dei
guai giudiziari del premier – migliaia di persone sono scese in
piazza al Tel Aviv per protestare contro il governo Netanyahu. Le
manifestazioni, i moniti allarmati dello stesso presidente israeliano
Rivlin, le proteste di parte delle opposizioni e gli allarmi di
accademici e associazioni di diritti umani, ieri hanno costretto il
capo dell’esecutivo a fare una (piccola) retromarcia. D’accordo
con il ministro dell’Istruzione Bennett, la nuova dicitura del
passaggio contestato della legge adesso recita: “Lo Stato considera
lo sviluppo degli avamposti ebraici come valore nazionale e agirà
per incoraggiare e promuoverne il loro consolidamento”.
Un restauro
lessicale che però ha scontentato i falchi estremi dell’esecutivo
e non ha affatto convinto i detrattori della legge.
Legge
che tecnicamente è una “basic law”,” una legge fondamentale”,
e cioè un articolo che avrebbe valore costituzionale. Israele non ha
una Costituzione scritta – sempre rimandata nei decenni – bensì
alcune “basic laws” approvate negli anni dal parlamento Knesset
che si basano sulla Dichiarazione d’Indipendenza del ’48 e che
poi dovrebbero costituire i fondamenti della futura Carta
Costituzionale. Per questo l’eventuale approvazione di questa legge
è più cruciale del solito; le leggi fondamentali “basic laws”,
una volta approvate possono poi essere modificate soltanto con una
“supermaggioranza” alla Knesset.
Antonello
Guerrera –
Repubblica 16/7