«PALESTINA. INFORMAZIONE ASSERVITA»
Per tutta la giornata la notizia dello scontro a fuoco rimbalza da un giornale radio ad un altro. Di rimbalzo in rimbalzo i missili lanciati dalla Striscia diventano 400.
Se chi ascolta parteggia per Israele, non può che rafforzarsi nell'idea che i palestinesi non sono che dei terroristi e disperare in una soluzione politica del conflitto; se invece propende per le ragioni della causa palestinese, non può che imprecare contro l'imbellaggine dell'estremismo che per sfogare la propria disperazione espone la popolazione della Strisca alla rappresaglia israeliana
Si
era
dato
il
caso,
però,
che
a
me,
la
sera
precedente, ad accompagnare un articolo sull’argomento, era giunto
questo messaggio: «Quest'articolo è stato scritto durante i
bombardamenti della scorsa notte. I fatti sono documentati, oltre che
in diretta anche da dichiarazioni ufficiali…». L’articolo,
pubblicato dal giornale elettronico L’Antidiplomatico -
che significativamente si fregia della frase “Liberi di svelarvi il
mondo” - è datato Betlemme 11 novembre 2018 e firmato da Patrizia
Cecconi. Spiega in cosa sia consistita la “missione non riuscita”
dell’esercito israeliano: «Un’unità scelta dell’IDF
(l’esercito di occupazione israeliano), in abiti borghesi, a bordo
di un’auto civile è entrata nella Striscia assediata inoltrandosi
per 3 chilometri fino a raggiungere la zona in cui qualche “gola
profonda” doveva aver indicato la presenza di alcuni comandanti
della resistenza gazawa». Obiettivo evidente l’annientamento di
tutti i capi militari. Ma la “missione” non riesce: i killer
fanno in
tempo
ad
uccidere
solo
Nur
Baraka, uno dei comandanti delle brigate Al Qassam, per la reazione
della sicurezza palestinese che risponde immediatamente al fuoco
uccidendo uno dei componenti del commando (che in seguito si è
scoperto fosse un tenente colonnello) e circonda tutti gli altri.
L’aviazione israeliana, per “liberare” i componenti della
“missione non riuscita” apre un fuoco di copertura con missili
aria-terra, al quale dalla Striscia si risponde con il lancio di
missili terra-terra. In un successivo articolo Patrizia Cecconi
indicherà in circa 40 i missili lanciati dagli aerei israeliani ed
in
17
quelli
lanciati
verso
Israele
dalle
brigate
palestinesi,
alcuni
dei
quali
intercettati
dall’Iron
Dome.
Il
primo articolo di Cecconi concludeva prevedendo che «i mezzi di
informazione che seguiranno le veline israeliane domani racconteranno
che Israele ha reagito all’uccisione di un suo militare. Non sarà
la verità…».
Qui
sta il punto. La libertà di stampa è un principio indiscutibile ed
inviolabile: è un pilastro essenziale della democrazia, per cui va
sempre difesa e sostenuta ad ogni costo. Per esercitarla ci sono
giornalisti in Italia come in tutto il mondo che pagano con la vita
l’uso di questo bene prezioso per tutti. Però ad attentare ad essa
non sono solo politici, mafie e poteri forti, vi sono anche
giornalisti delle veline, perché farsi strumento della
informazione embedded vuol
dire fare il gioco di chi vuole una informazione asservita.
A
ciò non vi è una reazione adeguata. Nemmeno da parte dell’Ordine
dei Giornalisti che pure avrebbe titolo per intervenire a tutela
della deontologia professionale.
Quanto
l’informazione embedded,
la manipolazione mediatica della realtà, la costruzione di falsi
siano deleterie per la causa palestinese è evidente.
Per buona parte
dell’opinione italiana (ma è così anche per l’opinione pubblica
dell’Occidente) il terrorismo
è
l’arma
principale
della
resistenza
palestinese
ed
Israele
ne
è
la
vittima.
La versione falsa di quanto è accaduto l’11 novembre nella
Striscia di Gaza ha confermato questo convincimento capovolgendo la
verità: in effetti è la “missione non riuscita” dell’esercito
israeliano a poter essere classificata come azione terroristica e non
il lancio dei missili palestinesi. Così come tutte le attività
compiute con “precisione chirurgica” dalle forze speciali
israeliane quali le uccisioni mirate dei capi militari e degli
esponenti politici palestinesi di maggior carisma, eseguite con i più
svariati mezzi, dai droni, alle incursioni di militari appositamente
addestrati, sono azioni terroristiche, operazioni di “terrorismo di
Stato” che sono rigorosamente celate dalla informazione embedded.
L’inganno
della opinione pubblica internazionale è condizione essenziale
perché Israele possa svolgere impunemente le proprie azioni militari
che, insieme ad una accorta attività diplomatica e ad una
intelligente campagna mediatica (Brand Israel), consentono al governo
israeliano di sviluppare la propria strategia che mira a realizzare
il Grande Israele, Stato per soli ebrei, su tutta la Palestina.
L’informazione delle veline è dunque una essenziale freccia
velenosa nella faretra del nazionalismo sionista israeliano.
Non
c’è da consolarsi che la “missione non riuscita” abbia fatto
sul piano politico una vittima illustre, il ministro della Difesa
israeliano Lieberman, che dopo una riunione governativa di ben sei
ore conclusasi contro il parere di 4 ministri per il cessate il
fuoco, si è dimesso. Nella compagine governativa israeliana vi
saranno anche pareri contrastanti e scontri sui mezzi da impiegare,
ma sul fine vi è piena concordanza. Tutte le forze governative
convergono sull’obiettivo del Grande Israele padrone di tutta la
Palestina storica. Obiettivo che l’informazione embedded,
cui il giornalismo delle veline spontaneamente si offre, è chiamata
a nascondere all’opinione pubblica.
*
Nino Lisi è membro della Rete
Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese