mercoledì 28 novembre 2018

PALESTINA. INFORMAZIONE ASSERVITA


«PALESTINA. INFORMAZIONE ASSERVITA»

22/11/2018 Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 41 del 01/12/2018 di Nino Lisi
Per tutta la giornata  la notizia dello scontro a fuoco rimbalza da un giornale radio ad un altro. Di rimbalzo in rimbalzo i missili lanciati dalla Striscia diventano 400.
Se chi ascolta parteggia per Israele, non può che rafforzarsi nell'idea che i palestinesi non sono che dei terroristi e disperare in una soluzione politica del conflitto; se invece propende per le ragioni della causa palestinese, non può che imprecare contro l'imbellaggine  dell'estremismo che per sfogare la propria disperazione espone la popolazione della  Strisca alla rappresaglia israeliana

Si era dato il caso, però, che a me, la sera precedente, ad accompagnare un articolo sull’argomento, era giunto questo messaggio: «Quest'articolo è stato scritto durante i bombardamenti della scorsa notte. I fatti sono documentati, oltre che in diretta anche da dichiarazioni ufficiali…». L’articolo, pubblicato dal giornale elettronico L’Antidiplomatico - che significativamente si fregia della frase “Liberi di svelarvi il mondo” - è datato Betlemme 11 novembre 2018 e firmato da Patrizia Cecconi. Spiega in cosa sia consistita la “missione non riuscita” dell’esercito israeliano: «Un’unità scelta dell’IDF (l’esercito di occupazione israeliano), in abiti borghesi, a bordo di un’auto civile è entrata nella Striscia assediata inoltrandosi per 3 chilometri fino a raggiungere la zona in cui qualche “gola profonda” doveva aver indicato la presenza di alcuni comandanti della resistenza gazawa». Obiettivo evidente l’annientamento di tutti i capi militari. Ma la “missione” non riesce: i killer fanno in tempo ad uccidere solo Nur Baraka, uno dei comandanti delle brigate Al Qassam, per la reazione della sicurezza palestinese che risponde immediatamente al fuoco uccidendo uno dei componenti del commando (che in seguito si è scoperto fosse un tenente colonnello) e circonda tutti gli altri. L’aviazione israeliana, per “liberare” i componenti della “missione non riuscita” apre un fuoco di copertura con missili aria-terra, al quale dalla Striscia si risponde con il lancio di missili terra-terra. In un successivo articolo Patrizia Cecconi indicherà in circa 40 i missili lanciati dagli aerei israeliani ed in 17 quelli lanciati verso Israele dalle brigate palestinesi, alcuni dei quali intercettati dall’Iron Dome.
Il primo articolo di Cecconi concludeva prevedendo che «i mezzi di informazione che seguiranno le veline israeliane domani racconteranno che Israele ha reagito all’uccisione di un suo militare. Non sarà la verità…».

Qui sta il punto. La libertà di stampa è un principio indiscutibile ed inviolabile: è un pilastro essenziale della democrazia, per cui va sempre difesa e sostenuta ad ogni costo. Per esercitarla ci sono giornalisti in Italia come in tutto il mondo che pagano con la vita l’uso di questo bene prezioso per tutti. Però ad attentare ad essa non sono solo politici, mafie e poteri forti, vi sono anche giornalisti delle veline, perché farsi strumento della informazione embedded vuol dire fare il gioco di chi vuole una informazione asservita.

A ciò non vi è una reazione adeguata. Nemmeno da parte dell’Ordine dei Giornalisti che pure avrebbe titolo per intervenire a tutela della deontologia professionale.

Quanto l’informazione embedded, la manipolazione mediatica della realtà, la costruzione di falsi siano deleterie per la causa palestinese è evidente.

Per buona parte dell’opinione italiana (ma è così anche per l’opinione pubblica dell’Occidente) il terrorismo è l’arma principale della resistenza palestinese ed Israele ne è la vittima. La versione falsa di quanto è accaduto l’11 novembre nella Striscia di Gaza ha confermato questo convincimento capovolgendo la verità: in effetti è la “missione non riuscita” dell’esercito israeliano a poter essere classificata come azione terroristica e non il lancio dei missili palestinesi. Così come tutte le attività compiute con “precisione chirurgica” dalle forze speciali israeliane quali le uccisioni mirate dei capi militari e degli esponenti politici palestinesi di maggior carisma, eseguite con i più svariati mezzi, dai droni, alle incursioni di militari appositamente addestrati, sono azioni terroristiche, operazioni di “terrorismo di Stato” che sono rigorosamente celate dalla informazione embedded.

L’inganno della opinione pubblica internazionale è condizione essenziale perché Israele possa svolgere impunemente le proprie azioni militari che, insieme ad una accorta attività diplomatica e ad una intelligente campagna mediatica (Brand Israel), consentono al governo israeliano di sviluppare la propria strategia che mira a realizzare il Grande Israele, Stato per soli ebrei, su tutta la Palestina. L’informazione delle veline è dunque una essenziale freccia velenosa nella faretra del nazionalismo sionista israeliano.

Non c’è da consolarsi che la “missione non riuscita” abbia fatto sul piano politico una vittima illustre, il ministro della Difesa israeliano Lieberman, che dopo una riunione governativa di ben sei ore conclusasi contro il parere di 4 ministri per il cessate il fuoco, si è dimesso. Nella compagine governativa israeliana vi saranno anche pareri contrastanti e scontri sui mezzi da impiegare, ma sul fine vi è piena concordanza. Tutte le forze governative convergono sull’obiettivo del Grande Israele padrone di tutta la Palestina storica. Obiettivo che l’informazione embedded, cui il giornalismo delle veline spontaneamente si offre, è chiamata a nascondere all’opinione pubblica.