Risucchiati dall'immediatezza
La società dell'immediatezza. Una sorta di ossimoro che mette insieme due termini logicamente contrapposti. Dal momento che la società stessa - intesa come "società civile" - è sempre stata considerata la necessaria mediazione tra individui e Stato. Eppure si tratta di un paradosso vivente, che descrive la realtà delle nostre democrazie malate. Un paradosso che ne contiene un altro ancora più stridente. E cioè che a decretare la fine della mediazione politica, sociale, intellettuale, sono stati proprio i nuovi media - quelli elettronici, che stanno di fatto sostituendo i corpi intermedi che tenevano insieme la società, rendendola appunto tale. Siamo di fronte a quella che Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi hanno ben definito «l'eclissi della società di mezzo» ("Dialogo sull'Italia. L'eclissi della società di mezzo", Feltrinelli). Ma anche degli stessi ceti medi "riflessivi", considerati a lungo l'architrave della società, e oggi in apparente via di estinzione. Così come gli organismi delegati alla intermediazione sociale, vale a dire i partiti, i sindacati, più in generale le istituzioni.
Cosa è successo, in Italia e non solo? Come è potuto accadere che il collante della società sia in pochi decenni evaporato, defenestrato essenzialmente dalla Rete? Ma anche dalle scelte autolesioniste della classe politica. La personalizzazione dei partiti, con la rottamazione dei gruppi dirigenti e delle élite intellettuali, è stato il primo passo. Cui è seguito a ruota una rottura ancora più netta, segnata dal discredito dei tecnici, dalla derisione della competenza, dall'emarginazione dei poteri terzi - tutto a beneficio del popolo sovrano e di coloro che se ne dichiarano i rappresentanti diretti. Diretti, cioè appunto senza mediazioni, se possibile anche fuori dai canali della rappresentanza. Al punto che è sembrato necessario nominare un ministro della "democrazia diretta", senza accorgersi della contraddizione in termini che il suo stesso nome costituisce.
Visto che democrazia significa rappresentanza e la rappresentanza è il meccanismo istituzionale che lega elettori ed eletti. A che serve la mediazione, ci si è detti, se la rete puo mettere ciascuno a diretto contatto con l'altro e tutti possono esprimere la propria approvazione o disapprovazione schiacciando un pulsante? E poi ci sono i referendum, magari anche di tipo propositivo, liberi dal fardello del quorum. Alla fine possono bastare qualche migliaia di "mi piace" per restituire la volontà del popolo sulle questioni che lo riguardano. Cos`altro potrebbero aggiungere gli esperti, i tecnici, gli intellettuali a quanto dice Google? E non si è detto che uno vale uno? A nessuno dei profeti della democrazia diretta viene in mente che la stessa rete è a sua volta governata dai suoi gestori, che i flussi di opinione sono soggetti a un montaggio volto a produrre risultati tutt`altro che neutrali. Come accade nel mercato. Anch'esso ritenuto libero e neutrale. Un luogo aperto in cui gli individui contrattano tra loro senza vincoli politici e condizionamenti sociali, in base alla pura logica degli interessi.
E allora via le agenzie formative, i giornali, gli insegnanti, i sacerdoti che per qualche secolo - dall'origine della modernità - sono stati i mediatori della conoscenza nel succedersi storico delle generazioni. Il problema è che nella società dell'immediatezza la stessa idea di storia sembra eclissata, risucchiata e dissolta nel vortice del presente. Che non sembra aver più bisogno di imparare qualcosa dal passato per trasmetterlo al futuro. Del resto immediatezza significa anche questo - istantaneità, come quando si adopera l'avverbio "immediatamente". Senza perdere tempo, "in tempo reale". adesso. Ciò che conta non è la durata, ma la velocità. Perciò le istituzioni possono essere picconate, a partire dalla scuola, dalle altre agenzie formative, dalle organizzazioni non governative.
Ma nel mirino c'è lo stesso ordinamento giuridico dello Stato garantito dalla Costituzione, come ciò che è destinato a sopravvivere a coloro che di volta in volta se ne riconoscono parte. Le istituzioni non si oppongono al mutamento sociale. Ma servono a incanalarlo entro forme stabili e continue, senza le quali una società rischierebbe di sfaldarsi. Esse costituiscono i grandi collettori, le strutture di fondo, all'interno dei quali una comunità si rinnova senza gettare al macero le esperienze delle generazioni precedenti. Anche la società "liquida" di Bauman e quella "narcisista" di Lasch hanno bisogno, per sopravvivere, di mediatori capaci di filtrarne le domande sociali, orientandole agli interessi generali. Perché, non facciamoci illusioni: la società dell'immediatezza rischia sempre di scivolare in quella governata dalla legge del più forte.
Roberto Esposito
(L'Espresso, 18 novembre 2018)
La società dell'immediatezza. Una sorta di ossimoro che mette insieme due termini logicamente contrapposti. Dal momento che la società stessa - intesa come "società civile" - è sempre stata considerata la necessaria mediazione tra individui e Stato. Eppure si tratta di un paradosso vivente, che descrive la realtà delle nostre democrazie malate. Un paradosso che ne contiene un altro ancora più stridente. E cioè che a decretare la fine della mediazione politica, sociale, intellettuale, sono stati proprio i nuovi media - quelli elettronici, che stanno di fatto sostituendo i corpi intermedi che tenevano insieme la società, rendendola appunto tale. Siamo di fronte a quella che Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi hanno ben definito «l'eclissi della società di mezzo» ("Dialogo sull'Italia. L'eclissi della società di mezzo", Feltrinelli). Ma anche degli stessi ceti medi "riflessivi", considerati a lungo l'architrave della società, e oggi in apparente via di estinzione. Così come gli organismi delegati alla intermediazione sociale, vale a dire i partiti, i sindacati, più in generale le istituzioni.
Cosa è successo, in Italia e non solo? Come è potuto accadere che il collante della società sia in pochi decenni evaporato, defenestrato essenzialmente dalla Rete? Ma anche dalle scelte autolesioniste della classe politica. La personalizzazione dei partiti, con la rottamazione dei gruppi dirigenti e delle élite intellettuali, è stato il primo passo. Cui è seguito a ruota una rottura ancora più netta, segnata dal discredito dei tecnici, dalla derisione della competenza, dall'emarginazione dei poteri terzi - tutto a beneficio del popolo sovrano e di coloro che se ne dichiarano i rappresentanti diretti. Diretti, cioè appunto senza mediazioni, se possibile anche fuori dai canali della rappresentanza. Al punto che è sembrato necessario nominare un ministro della "democrazia diretta", senza accorgersi della contraddizione in termini che il suo stesso nome costituisce.
Visto che democrazia significa rappresentanza e la rappresentanza è il meccanismo istituzionale che lega elettori ed eletti. A che serve la mediazione, ci si è detti, se la rete puo mettere ciascuno a diretto contatto con l'altro e tutti possono esprimere la propria approvazione o disapprovazione schiacciando un pulsante? E poi ci sono i referendum, magari anche di tipo propositivo, liberi dal fardello del quorum. Alla fine possono bastare qualche migliaia di "mi piace" per restituire la volontà del popolo sulle questioni che lo riguardano. Cos`altro potrebbero aggiungere gli esperti, i tecnici, gli intellettuali a quanto dice Google? E non si è detto che uno vale uno? A nessuno dei profeti della democrazia diretta viene in mente che la stessa rete è a sua volta governata dai suoi gestori, che i flussi di opinione sono soggetti a un montaggio volto a produrre risultati tutt`altro che neutrali. Come accade nel mercato. Anch'esso ritenuto libero e neutrale. Un luogo aperto in cui gli individui contrattano tra loro senza vincoli politici e condizionamenti sociali, in base alla pura logica degli interessi.
E allora via le agenzie formative, i giornali, gli insegnanti, i sacerdoti che per qualche secolo - dall'origine della modernità - sono stati i mediatori della conoscenza nel succedersi storico delle generazioni. Il problema è che nella società dell'immediatezza la stessa idea di storia sembra eclissata, risucchiata e dissolta nel vortice del presente. Che non sembra aver più bisogno di imparare qualcosa dal passato per trasmetterlo al futuro. Del resto immediatezza significa anche questo - istantaneità, come quando si adopera l'avverbio "immediatamente". Senza perdere tempo, "in tempo reale". adesso. Ciò che conta non è la durata, ma la velocità. Perciò le istituzioni possono essere picconate, a partire dalla scuola, dalle altre agenzie formative, dalle organizzazioni non governative.
Ma nel mirino c'è lo stesso ordinamento giuridico dello Stato garantito dalla Costituzione, come ciò che è destinato a sopravvivere a coloro che di volta in volta se ne riconoscono parte. Le istituzioni non si oppongono al mutamento sociale. Ma servono a incanalarlo entro forme stabili e continue, senza le quali una società rischierebbe di sfaldarsi. Esse costituiscono i grandi collettori, le strutture di fondo, all'interno dei quali una comunità si rinnova senza gettare al macero le esperienze delle generazioni precedenti. Anche la società "liquida" di Bauman e quella "narcisista" di Lasch hanno bisogno, per sopravvivere, di mediatori capaci di filtrarne le domande sociali, orientandole agli interessi generali. Perché, non facciamoci illusioni: la società dell'immediatezza rischia sempre di scivolare in quella governata dalla legge del più forte.
Roberto Esposito
(L'Espresso, 18 novembre 2018)