venerdì 7 dicembre 2018

Opinioni
Federico Rampini
PER CAPIRE GLI ELETTORI GUARDARE IN PERIFERIA


ANNO 1986. Il mio primo incarico da corrispondente estero: a Parigi per il Sole-24 Ore. Presidente era Francois Mitterrand, un gigante della sinistra europea rispetto agli epigoni di oggi. Eppure sotto i suoi occhi accadeva qualcosa che nessuno capì veramente, allora. Gli anni '80 videro i primi successi del Front National di estrema destra, all'epoca guidato dal papà di Marine Le Pen, Jean-Marie. Gli riuscì di farsi eleggere nell'Ile-de-France, il dipartimento che contiene Parigi. Lentamente ma inesorabilmente, iniziò uno spostamento della classe operaia francese. La banlieue parigina era stata comunista da un'eternità; cominciò a votare a destra. Trent'anni prima che questo diventasse un fenomeno poderoso in tutto l'Occidente, era accaduto là e la ragione era una sola: l'immigrazione. La sinistra mitterrandiana non poteva capire, perché era ben insediata nei quartieri chic della capitale (la Rive Gauche), dove gli immigrati sono soltanto benefici: guidano il metro, raccolgono la spazzatura, tra le altre cose. In periferia, dove abitano gli operai metalmeccanici di Renault, gli algerini marocchini e tunisini erano i vicini di casa, sul pianerottolo dirimpetto. Erano gli adolescenti che trattavano le ragazze bianche come delle prede sessuali. Erano gli spacciatori di quartiere. Ogni tanto incendiavano delle auto; ma non le Mercedes nei quartieri ricchi. Montava già allora una legittimazione dell'aggressività in nome dei torti del colonialismo da riparare; anche se gli operai francesi da quel colonialismo non avevano ricavato particolari vantaggi. Si aprivano nuove moschee con madrasse fondamentaliste pagate dai petrodollari sauditi. La polizia, onnipresente ed efficiente nelle zone chic del VI e VII arrondissement, nelle periferie si avventurava il meno possibile, lasciando ad altri il controllo del territorio. I leader della sinistra glamour, come il ministro della Cultura Jack Lang, inauguravano opere di prestigio in centro, come il Grande Louvre o il Musée d'Orsay Gli operai, con una rabbia silenziosa, cominciavano a sospettare che la sinistra avesse altri interessi da difendere.
Mi ha fatto risalire ancora più indietro nella memoria un episodio recente di cronaca italiana: la tragica fine di Desirée Mariottini, la 16enne di Cisterna di Latina stuprata e uccisa in uno stabile abbandonato nel quartiere San Lorenzo a Roma. E scusate se associo tutto a episodi della mia vita, ma è così che funzionano, per associazione, le nostre cellule cerebrali. A San Lorenzo ci fu la mia sede di lavoro quando debuttavo come giornalista, fine anni '70, nella stampa del Partito comunista italiano. Era il quartiere "rosso" della capitale. L'unico dove una resistenza locale ante-litteram cercò di fermare la Marcia su Roma mussoliniana nel 1922. Ai tempi in cui ci lavoravo ospitava la federazione del Pci e i giornali comunisti. Era una zona popolare, vivace, vivibile, densa di cultura e orgogliosa della propria storia. Mi ha fatto impressione leggerne la descrizione di oggi, come l'ha fatta Corrado Zunino su Repubblica dopo la morte di Desirée. Zunino ha dato la parola agli abitanti. Raccontano di "nordafricani che ti sbattono in faccia la droga mentre passi, ti massacrano per un iPhone, si vestono eleganti e guardano strafottenti"; "l'altro giorno tra piazza dell'Immacolata e il cinema Tibur, 250 passi, ho contato 13 sentinelle dello spaccio. Neppure più si nascondono, è come se a San Lorenzo l'eroina fosse stata liberalizzata".
Qui in America, tanti miei colleghi giornalisti e scrittori newyorchesi continuano a non capire la tenuta elettorale di Donald Trump. Come gli intellettuali parigini degli anni '80, non mettono piede là dove vivono gli elettori repubblicani.

Federico Rampini è da molti anni corrispondente di Repubblica da New York, dopo esserlo stato da Bruxelles, / San Francisco, Pechino. È autore di una trentina di saggi.

(D la Repubblica, 24 novembre)