martedì 11 dicembre 2018

OTTANT'ANNI DOPO

Il Decreto cosiddetto "Immigrazione e sicurezza" elaborato dal ministro Salvini mette seriamente a rischio il diritto alla salute dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di chi è in possesso di un permesso di soggiorno per motivi umanitari (che il decreto vuole eliminare). L'allarme è stato lanciato da numerose organizzazioni (tra cui Medici senza frontiere, Medici per i diritti umani, Medici contro la tortura, Emergency) durante un'audizione alla Commissione affari costituzionali del Senato. Il diritto alla salute, sottolineano, non viene assicurato solo tramite un pieno accesso ai servizi sanitari, ma anche e soprattutto mediante la tutela dei determinanti sociali della salute come casa, reddito, istruzione, ambiente di vita e di lavoro.
Tutto ciò, da Salvini e da chi ha approvato il decreto, non è considerato un diritto da riconoscere ai profughi. In barba agli articoli 3, 10 e 32 della Costituzione e alla Convenzione di Ginevra. Non è possibile qui elencare tutti i passaggi critici della norma evidenziati dalle Ong. Vale però la pena sottolineare che con la riforma del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), le persone richiedenti asilo non saranno più ammesse alla formazione e all'inserimento socio-lavorativo previsti da tale modalità di accoglienza, considerata un modello virtuoso in tutta Europa. Per loro è prevista la permanenza nei soli Centri di accoglienza straordinaria (Cas) che spesso non contemplano procedure idonee all'integrazione; ciò rappresenta un determinante negativo per la salute. Infatti, dicono i medici attivisti, «restare a lungo inattivi in un Centro, senza imparare la lingua, senza lavorare, e in una situazione caratterizzata da indeterminatezza reca danni alla salute sia fisica che mentale, oltre a compromettere le possibilità di successiva integrazione». Poiché inoltre molte delle persone in arrivo sono sopravvissute a traumi estremi nel Paese di origine e lungo la rotta migratoria (in particolare in Libia), l'inserimento al di fuori del circuito Sprar limita la possibilità di un'opportuna presa in carico, con gravi rischi di ritraumatizzazioni. È dimostrato invece, proseguono le Ong, che la tempestiva individuazione di persone con problemi fisici e psichici provocati dalla tortura permette efficaci percorsi di riabilitazione: «Al di fuori degli Sprar e nei centri emergenziali questo sarà sempre più difficile, con ricadute negative dal punto di vista della salute individuale e pubblica, della spesa sanitaria e dei costi sociali per l'integrazione». Le misure prevedono inoltre la possibilità di trattenere i profughi negli hotspot alle frontiere e nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) per un massimo di 180 giorni. «Ciò è tanto più grave se si pensa che una percentuale di queste persone arriverà in questi centri con problemi pregressi anche gravi. È stato inoltre ampiamente comprovato che il trattenimento all'interno dei Cie, soprattutto per tempi così prolungati, non garantisce il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone internate». E «la detenzione protratta in condizioni di restrizione della libertà e incertezza sul futuro comporta rischi per la salute sia fisica che mentale».
A 80 anni dalle leggi razziali di Mussolini del 1938 non si sentiva proprio l'esigenza di un provvedimento del genere. Ma tant'è. Il decreto mette nero su bianco la volontà del governo di discriminare anche i richiedenti asilo, non solo i migranti in generale, mediante l'equazione "meno immigrazione= più sicurezza", invece di favorire in ogni modo la loro integrazione e il superamento dei traumi subiti.
In occasione del 4 novembre Giorgia Meloni ha auspicato l'abolizione della Festa del 25 aprile perché «divisiva». Ha detto in sostanza che la Liberazione dal nazifascismo è divisiva. Se ne deriva che per la segretaria di Fratelli d'Italia i nazifascisti nel nostro Paese sono discriminati. Il suo partito ha approvato il decreto ed è stato alleato della Lega alle politiche che hanno portato Salvini al governo. Tutto torna. Purtroppo.
Federico Tulli

(Adista 17 novembre)