Newsletter n. 130 del 4 gennaio 2019
TRAPIANTI
Care amiche ed amici,
lo scontro sul cuore dello Stato si è fatto durissimo, quello che si sta
decidendo è se a settant’anni dal parto doloroso da cui è nato, il
nostro Stato debba mantenere un cuore di carne o trapiantarsi un cuore
di pietra. Si potrebbe definire uno scontro sull’identità: infatti porti
chiusi od aperti, bambini discriminati fin dall’asilo, stranieri
gettati nel gorgo perché “solo gli italiani”, non sono un cambio di
politica, sono un cambio dell’Essere. È singolare come tutto si rovesci.
Il governo populista insorge contro i Sindaci del popolo, il Paese che
voleva dare una lezione all’Europa si fa lacché dell’Europa sigillandone
i confini meridionali e armandone sul mare l’apartheid, il
ministero della sicurezza pubblica si fa portatore della massima
insicurezza promettendo la pacchia ai fabbricanti e venditori di armi,
gettando i richiedenti asilo nella clandestinità, rompendo la legge
dell’universalità della salute, per cui se una parte della popolazione
non è curata anche l’altra si ammala, e accumula sulla testa dei
cittadini e di quelli futuri la minaccia di un odio straniero e di
incontrollabili sentimenti di vendetta di quanti porteranno nelle loro
carni la memoria del rifiuto e delle persecuzioni subite nel nostro mare
e nei nostri lager e centri d’identificazione ed espulsione. Come ha
scritto la segretaria di Magistratura Democratica, Mariarosaria
Guglielmi, "dobbiamo essere consapevoli che il nostro Paese sta
rinnegando se stesso, la sua storia di accoglienza, l'orgoglio per le
vite salvate dalla più grande azione di soccorso umanitario compiuta nel
Mediterraneo rappresentata dall'operazione Mare Nostrum”.
Però la Repubblica non è perduta: essa, come dice la Costituzione
all’art. 114, non è costituita solo dallo Stato, ma “dai Comuni, dalle
Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. E
Stato sono anche i cittadini pronti all’accoglienza, e Stato è anche la
Costituzione che, come ha sancito una celebre sentenza della Corte
Costituzionale del 1991, è fondata sulla “coscienza individuale”, che è
“la base spirituale-culturale e il fondamento di valore
etico-giuridico” dei diritti inviolabili e delle libertà fondamentali
dell’uomo, e quindi non solo ammette l’obiezione di coscienza ma,
rispetto a leggi non umane, ne esige l’inosservanza.
E almeno la Chiesa veleggiasse con la sua barca pacificata e sicura! No,
anch’essa è gettata nel mondo e ha celebrato questo Natale registrando
“le afflizioni” che da fuori e da dentro la investono, come il papa le
ha chiamate nel tradizionale discorso di auguri natalizi ai cardinali di
Curia. Le afflizioni esterne: “Quanti immigrati, costretti a lasciare
la patria e a rischiare la vita, incontrano la morte, o quanti
sopravvivono ma trovano le porte chiuse e i loro fratelli in umanità
impegnati nelle conquiste politiche e di potere. Quanta paura e
pregiudizio! Quante persone e quanti bambini muoiono ogni giorno per
mancanza di acqua, di cibo e di medicine! Quanta povertà e miseria!
Quanta violenza contro i deboli e contro le donne! Quanti scenari di
guerre dichiarate e non dichiarate! Quanto sangue innocente viene
versato ogni giorno! Quanta disumanità e brutalità ci circondano da ogni
parte! Quante persone vengono sistematicamente torturate ancora oggi
nelle stazioni di polizia, nelle carceri e nei campi dei profughi in
diverse parti del mondo!”.
E tuttavia le difficoltà interne, ha detto il papa, rimangono sempre
quelle più dolorose e distruttive. Tanto la Chiesa è stata investita
quest’anno da “tempeste ed uragani” che gli uni si sono chiesti se il
Signore dormisse e non gli importasse che “siamo perduti”, altri,
“sbalorditi dalle notizie hanno iniziato a perdere la fiducia in essa e a
abbandonarla, altri, per paura, per interessi, per secondi fini, hanno
cercato di percuotere il suo corpo aumentandone le ferite, altri non
nascondono la loro soddisfazione nel vederla scossa, moltissimi però
continuano ad aggrapparsi con la certezza che ‘le porte degli inferi non
prevarranno contro di essa’ (Mat. 16, 18)". Due sono state le
piaghe che il papa ha voluto ricordare: quella di tanti “unti del
Signore”, uomini consacrati, che abusano dei deboli, approfittando del
proprio potere morale e di persuasione, e quella dell’ infedeltà di
coloro che tradiscono la loro vocazione "per pugnalare i loro fratelli e
seminare zizzania, divisione e sconcerto”. Di fronte a questi mali il
papa ha rivolto alla Chiesa il monito supremo a specchiarsi in se stessa
senza timore nel riconoscere il suo peccato, anzi il papa ha avuto il
coraggio di ricordare che il primo ad aver peccato commettendo un
triplice abuso, sessuale, di potere e di coscienza, era stato il mitico
re David, unto del Signore e ascendente di Gesù, che aveva abusato della
moglie del suo ufficiale migliore e con abuso di coscienza e di potere
l’aveva mandato a morire in battaglia.
Ma da dove viene al papa la serenità e la fede con cui ancora annunzia
al mondo la salvezza? Sembrava che egli avesse detto tutto, ormai, dopo
più di cinque anni di pontificato. Ma ora, in questo tempo di Natale,
più che mai vissuto come rivelazione della piccolezza e non della
tremenda maestà di Dio, è come se avesse voluto dire la parola ultima,
dare la consegna definitiva: meglio vivere come atei, se non si dà
testimonianza dell’amore di Dio, meglio non frequentare le chiese che
dire preghiere, queste sì “atee”, senza Dio, “odiando gli altri o
parlando male della gente”. Questo è davvero il Vangelo portato
all’estremo, com’è stato annunciato alla folla dell’ultima udienza
generale, il 2 gennaio, come fece Gesù quando mise da parte se stesso
dicendo: “Non chi mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli,
ma colui che fa la volontà del Padre mio”. Il problema di Dio non è di
mettere avanti se stesso, è di far crescere l’uomo alla sua statura, non
è di essere ammansito, come divinità esigente, non è di essere
conquistato con sacrifici ed olocausti, è che l’uomo abbia misericordia e
il mondo sia salvo. Per la Chiesa è difficile ammetterlo. Per una
Chiesa dichiarare di preferire l’ateismo a una fede ipocrita è come
negare la propria ragione sociale, perché una Chiesa senza Dio non può
esistere, sarebbe puro clericalismo, un orrore. Eppure per la Chiesa di
Francesco sarebbe meglio non esistere, sarebbe meglio che Dio fosse non
professato e non creduto, piuttosto che gli uomini non si amassero,
piuttosto che non conoscessero l’amore, piuttosto che fossero uomini ad
uomini lupi. Apostasia? No, è il Vangelo, è la “rivoluzione” del
Vangelo, ha detto papa Francesco. Non è un paradosso, perché l’amore è
Dio, perché chi ama i nemici è, anche senza saperlo, “figlio del Padre”,
e per questo la Chiesa è venuta, per annunziare l’amore. Si raggiunge
così la sentenza che un grande monaco del 900, il camaldolese Benedetto
Calati, ha lasciato alla fine della sua vita: la Chiesa dovrebbe educare
a fare a meno della Chiesa, aprendo la strada allo Spirito, che è
libertà; essa non è fine a se stessa, è mezzo, è strumento, è segno, è
“ospedale da campo”, la sua funzione è pedagogica, è la pedagogia alla
fede, all’incontro diretto con l’amore di Dio. E dicendo che è meglio
l’ateismo che l’odio, la Chiesa esercita quel “ministero dello scambio”
di cui ha parlato l’apostolo Paolo in una lettera ai Corinti: Dio si
scambia col mondo, mediante il Figlio mette gli uomini al posto suo come
destinatari d’amore, non pretende di essere lui amato per primo, è lui
il primo ad amare, “primerea”, come dice sempre papa Francesco,
fiorisce per primo, come il mandorlo in primavera. È il trapianto del
divino nell’umano dentro la storia.
Nel sito pubblichiamo il discorso del papa alla Curia e quello ai fedeli del due gennaio, la dichiarazione sul conflitto con Salvini della segretaria di Magistratura democratica e un appello dei cittadini palermitani in difesa dell’identità democratica della capitale siciliana.
Con i più cordiali saluti e auguri
www.chiesadituttichiesadeipoveri.it
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