L'assessore senza cuore e la coperta del clochard
«Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra, coperte, giacche, un piumino e altro, da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto. Ps. Sono andato subito a lavarmi le mani». Quando un giorno qualcuno racconterà la storia di questi anni di disumanità al governo non potrà non ricordare anche Paolo Polidori, vicesindaco leghista a Trieste. Un amministratore pubblico che su Facebook infierisce su un clochard.
Nelle stesse ore a Monfalcone (Gorizia) un altro leghista, l'assessore comunale alla Sicurezza Massimo Asquini, ex sovrintendente di polizia, pubblicava questa filastrocca: «Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte/vien dall'Africa il barcone per rubarvi la pensione/ nell'hotel la vita è bella nel frattempo ti accoltella/poi verrà forse arrestato e l'indomani rilasciato».
«Non sono razzista, voglio parlare con lui, sono pronto a dargli dei vestiti», si è difeso Polidori, arrampicandosi sugli specchi in un'intervista a Radio Capital. È recidivo. Lo scorso agosto si era distinto per avere sgomberato personalmente un gruppo di pakistani e afghani che sostavano sulle Rive. «Non c'è nulla di offensivo, è quello che tutti pensano», si è invece discolpato Asquini; la poesia l'ha copiata dal web.
Non abbiamo più memoria. I due dovrebbero sapere che degli oltre 30 milioni di italiani che a partire dal 1860 emigrarono all'estero per la fame moltissimi erano propri corregionali. E in Svizzera, per fare solo un esempio, vivevano nelle baracche, anche perché «non si affitta a cani e a italiani». Non c'è più pietà. Anzi, c'è questo di nuovo: fare pubblico vanto del proprio disprezzo verso gli ultimi.
Concetto Vecchio
(la Repubblica 6 gennaio)
«Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra, coperte, giacche, un piumino e altro, da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto. Ps. Sono andato subito a lavarmi le mani». Quando un giorno qualcuno racconterà la storia di questi anni di disumanità al governo non potrà non ricordare anche Paolo Polidori, vicesindaco leghista a Trieste. Un amministratore pubblico che su Facebook infierisce su un clochard.
Nelle stesse ore a Monfalcone (Gorizia) un altro leghista, l'assessore comunale alla Sicurezza Massimo Asquini, ex sovrintendente di polizia, pubblicava questa filastrocca: «Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte/vien dall'Africa il barcone per rubarvi la pensione/ nell'hotel la vita è bella nel frattempo ti accoltella/poi verrà forse arrestato e l'indomani rilasciato».
«Non sono razzista, voglio parlare con lui, sono pronto a dargli dei vestiti», si è difeso Polidori, arrampicandosi sugli specchi in un'intervista a Radio Capital. È recidivo. Lo scorso agosto si era distinto per avere sgomberato personalmente un gruppo di pakistani e afghani che sostavano sulle Rive. «Non c'è nulla di offensivo, è quello che tutti pensano», si è invece discolpato Asquini; la poesia l'ha copiata dal web.
Non abbiamo più memoria. I due dovrebbero sapere che degli oltre 30 milioni di italiani che a partire dal 1860 emigrarono all'estero per la fame moltissimi erano propri corregionali. E in Svizzera, per fare solo un esempio, vivevano nelle baracche, anche perché «non si affitta a cani e a italiani». Non c'è più pietà. Anzi, c'è questo di nuovo: fare pubblico vanto del proprio disprezzo verso gli ultimi.
Concetto Vecchio
(la Repubblica 6 gennaio)