lunedì 28 gennaio 2019

LA TEOLOGIA RIDICOLA CHE FA PERDERE LA FEDE

Antonio Thellung

Il recente libro di monsignor Vincenzo Paglia, "Vivere per sempre" (edizioni Piemme 2018) si propone di dare risposte positive al dilagare del neo-nichilismo dei nostri tempi. "Sono convinto che i credenti e non credenti debbano ritrovare una nuova alleanza anche nella riflessione sul tema della vita oltre la morte", scrive fin dall'inizio (pagina 14).
 E come si potrebbe non essere d'accordo? Si tratta di un tema che mi tocca molto da vicino, sia per i lunghi anni di intensa assistenza ai malati terminali, sia per le molte pagine dedicate al tema, come ad esempio nel mio ultimo libro: Al di là del non senso (edizioni Gribaudi 2018). Quel che scrive monsignor Paglia è indubbiamente molto positivo nelle intenzioni, con pagine interessanti e suggestive pienamente condivisibili. 
Su alcune parti però mi permetto di esprimere qualche perplessità, in particolare su quelle che ha sintetizzato nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera (3 dicembre 2018) dove alla domanda dell'intervistatore che gli chiede: "Lei scrive che la vita risorta è anche vita con i sensi", risponde: "Certo il cristianesimo va oltre la sopravvivenza platonica dell'anima. Il cristianesimo è amore per la carne, per il corpo, per la creazione. Lo dico a partire da Gesù che dopo la resurrezione parlava, sentiva, toccava, mangiava, odorava. 
Non sappiamo come, però risorgiamo con il corpo, certo risorto, ma con i sensi". E più oltre, alla domanda: "Una vita non solo spirituale?" Risponde: "Una vita risorta, quindi non astratta. Una vita che risorge con il suo corpo, la sua storia, il suo bagaglio di amore. Da quando Dio prende la carne, il paradiso non può più fare a meno della carne, quindi di noi". 
Su tali descrizioni confesso di provare non poche perplessità, perché mi sembra fuori dubbio che certa teologia descrittiva abbia fatto il suo tempo, e presa alla lettera mi sembra susciti assai più interrogativi di quanti ne risolva. Voltaire si chiedeva: chi ha subito l'amputazione di una gamba o un braccio risorgerà con il corpo di prima o dopo l'amputazione? E se pensiamo a certe persone con capacità assolutamente eccezionali, come ad esempio Simona Atzori, nata senza braccia una danzatrice di qualità e anche pittrice di vaglia usando i pennelli coni i piedi. 
Oppure Nick Vujicic che pur senza braccia e gambe e con due abbozzi di piedi attaccati al tronco è diventato capace di correre, fare surf,  dare calci al pallone, viene da chiedersi: risorgeranno con i loro corpi attuali, costretti a rimanere così in eterno, oppure verranno ripristinati e adeguati agli standard della specie da qualche misterioso restauratore? Possono sembrare considerazioni stravaganti, però… 
Si dice che Agostino a chi gli chiedeva che cosa facesse Dio prima di creare il mondo, abbia risposto: "Ha creato l'inferno per mandarci chi fa domande sciocche". Una buona replica, indubbiamente, ma attenzione, direi, perché potrebbe valere anche per le risposte sciocche. E certe descrizioni ormai si presentano azzardate, con tendenza quindi a essere respinte, in particolare dagli smaliziati giovani di oggi. (a pensarci, ritorna alla mente quanto accaduto a suo tempo all'apostolo Paolo nel suo noto discorso agli Ateniesi sull'Aereopago Atti 17,32). 
Personalmente sono sempre più convinto che la teologia farebbe bene a rinunciare a descrizioni riguardanti gli aspetti trascendenti per concentrarsi sui significati, che sovente possono trasparire validi perfino da racconti mitologici o favolistici, purché non presi alla lettera. Le Scritture sono piene di metafore e comunicazioni simboliche e la nostra fede si basa sui significati che trasmettono. Da Einstein in poi è diventato chiaro che è la scienza a occuparsi del come mentre è il senso che emerge a poterci condurre aldilà. Perciò è ormai tempo di promuovere una teologia dei significati e non descrittiva. Personalmente credo esista una dimensione ultraterrena e spero sia possibile raggiungerla anche per gli esseri umani. Ma in qual modo e con quali caratteristiche so di non saperlo e di non poterlo capire. Perché so che se lo capissi, per parafrasare mister Eckhart, non si tratterebbe della dimensione divina. In altre parole, insistere su descrizioni che tra l'altro lasciano sempre qualche dubbio su che cosa vogliono realmente dire, temo allontani dalla fede soprattutto  molti giovani che considerano ormai inaccettabili certe immagini desuete, che rischiano di essere fuorvianti anche quando vorrebbero sottintendere significati validi. 
Il Dio che possiamo conoscere lo troviamo nel cuore di chi ama i fratelli: un amore che non ci costringe ma ci fa crescere in umanità fino a renderci capaci di superare le tremende contraddizioni umane. Un Dio che ci illumina tra disperazione e fiducia, che trasforma le lacrime in coraggio, che ci dona la forza di camminare controvento quando infuria la burrasca. Per il resto possiamo sperare e augurarci di conoscerlo e di vivere in lui, ma l'unica cosa certa è che qui, nei nostri limiti, non possiamo capire come. 
Perciò pur apprezzando molte sue pagine indubbiamente positive, chiedo scusa a monsignor Paglia se mi azzardo a credere che non sia più il tempo di teologie descrittive: la speranza é riscoprire quei significati che sono sempre validi, ma che oggi richiedono nuove forme di comunicazione. Per il bene della nostra fede.

Adista 29/12/2018