Antonio Thellung
Il
recente libro di monsignor Vincenzo Paglia, "Vivere per sempre" (edizioni
Piemme 2018) si propone di dare risposte positive al dilagare del
neo-nichilismo dei nostri tempi. "Sono convinto che i credenti e non
credenti debbano ritrovare una nuova alleanza anche nella riflessione
sul tema della vita oltre la morte", scrive fin dall'inizio (pagina 14).
E come si potrebbe non essere d'accordo? Si tratta di un tema che mi
tocca molto da vicino, sia per i lunghi anni di intensa assistenza ai
malati terminali, sia per le molte pagine dedicate al tema, come ad
esempio nel mio ultimo libro: Al di là del non senso (edizioni
Gribaudi 2018). Quel che scrive monsignor Paglia è indubbiamente molto
positivo nelle intenzioni, con pagine interessanti e suggestive
pienamente condivisibili.
Su alcune parti però mi permetto di esprimere
qualche perplessità, in particolare su quelle che ha sintetizzato
nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera (3 dicembre 2018) dove
alla domanda dell'intervistatore che gli chiede: "Lei scrive che la
vita risorta è anche vita con i sensi", risponde: "Certo il
cristianesimo va oltre la sopravvivenza platonica dell'anima. Il
cristianesimo è amore per la carne, per il corpo, per la creazione. Lo
dico a partire da Gesù che dopo la resurrezione parlava, sentiva,
toccava, mangiava, odorava.
Non sappiamo come, però risorgiamo con il
corpo, certo risorto, ma con i sensi". E più oltre, alla domanda: "Una
vita non solo spirituale?" Risponde: "Una vita risorta, quindi non
astratta. Una vita che risorge con il suo corpo, la sua storia, il suo
bagaglio di amore. Da quando Dio prende la carne, il paradiso non può
più fare a meno della carne, quindi di noi".
Su tali descrizioni
confesso di provare non poche perplessità, perché mi sembra fuori dubbio
che certa teologia descrittiva abbia fatto il suo tempo, e presa alla
lettera mi sembra susciti assai più interrogativi di quanti ne risolva.
Voltaire si chiedeva: chi ha subito l'amputazione di una gamba o un
braccio risorgerà con il corpo di prima o dopo l'amputazione? E se
pensiamo a certe persone con capacità assolutamente eccezionali, come ad
esempio Simona Atzori, nata senza braccia una danzatrice di qualità e
anche pittrice di vaglia usando i pennelli coni i piedi.
Oppure Nick
Vujicic che pur senza braccia e gambe e con due abbozzi di piedi
attaccati al tronco è diventato capace di correre, fare surf, dare
calci al pallone, viene da chiedersi: risorgeranno con i loro corpi
attuali, costretti a rimanere così in eterno, oppure verranno
ripristinati e adeguati agli standard della specie da qualche misterioso
restauratore? Possono sembrare considerazioni stravaganti, però…
Si
dice che Agostino a chi gli chiedeva che cosa facesse Dio prima di
creare il mondo, abbia risposto: "Ha creato l'inferno per mandarci chi
fa domande sciocche". Una buona replica, indubbiamente, ma attenzione,
direi, perché potrebbe valere anche per le risposte sciocche. E certe
descrizioni ormai si presentano azzardate, con tendenza quindi a essere
respinte, in particolare dagli smaliziati giovani di oggi. (a pensarci,
ritorna alla mente quanto accaduto a suo tempo all'apostolo Paolo nel
suo noto discorso agli Ateniesi sull'Aereopago Atti 17,32).
Personalmente sono sempre più convinto che la teologia farebbe bene a
rinunciare a descrizioni riguardanti gli aspetti trascendenti per
concentrarsi sui significati, che sovente possono trasparire validi
perfino da racconti mitologici o favolistici, purché non presi alla
lettera. Le Scritture sono piene di metafore e comunicazioni simboliche e
la nostra fede si basa sui significati che trasmettono. Da Einstein in
poi è diventato chiaro che è la scienza a occuparsi del come mentre è il
senso che emerge a poterci condurre aldilà. Perciò è ormai tempo di
promuovere una teologia dei significati e non descrittiva. Personalmente
credo esista una dimensione ultraterrena e spero sia possibile
raggiungerla anche per gli esseri umani. Ma in qual modo e con quali
caratteristiche so di non saperlo e di non poterlo capire. Perché so che
se lo capissi, per parafrasare mister Eckhart, non si tratterebbe della
dimensione divina. In altre parole, insistere su descrizioni che tra
l'altro lasciano sempre qualche dubbio su che cosa vogliono realmente
dire, temo allontani dalla fede soprattutto molti giovani che
considerano ormai inaccettabili certe immagini desuete, che rischiano di
essere fuorvianti anche quando vorrebbero sottintendere significati
validi.
Il Dio che possiamo conoscere lo troviamo nel cuore di chi ama i
fratelli: un amore che non ci costringe ma ci fa crescere in umanità
fino a renderci capaci di superare le tremende contraddizioni umane. Un
Dio che ci illumina tra disperazione e fiducia, che trasforma le lacrime
in coraggio, che ci dona la forza di camminare controvento quando
infuria la burrasca. Per il resto possiamo sperare e augurarci di
conoscerlo e di vivere in lui, ma l'unica cosa certa è che qui, nei
nostri limiti, non possiamo capire come.
Perciò pur apprezzando molte
sue pagine indubbiamente positive, chiedo scusa a monsignor Paglia se mi
azzardo a credere che non sia più il tempo di teologie descrittive: la
speranza é riscoprire quei significati che sono sempre validi, ma che
oggi richiedono nuove forme di comunicazione. Per il bene della nostra
fede.
Adista 29/12/2018