lunedì 28 gennaio 2019

SPUNTI PER LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA DEL 27 GENNAIO



PERLE”

Dispense Didattiche a cura di Paola Argentino

S.E. Mons. GIUSEPPE COSTANZO


PRENDERSI CURA”:

L'ACCOGLIENZA NELLA BIBBIA

Siracusa 7 febbraio 2004



  1. Abramo accoglie i tre misteriosi personaggi (Gen. 18)

In questo testo si condensa un intero trattato sull’ospitalità. Il cap. 18 della Genesi narra la storia di Abramo che riceve nella sua tenda la visita imprevista di un personaggio misterioso che a volte viene scambiato dal patriarca per il Signore stesso e altre volte per tre stranieri anonimi, chiamati semplicemente uomini, che la tradizione ha interpretato spesso come angeli e la tradizione cristiana addirittura come prefigurazione della Trinità stessa. Questo tratto di indefinibilità è espresso anche grammaticalmente con il passaggio dal singolare al plurale, come ad esempio nel v. 2 dove, nel personaggio che gli appare, Abramo prima riconosce la presenza di tre
uomini, subito dopo invece Dio stesso (“Mio Signore”, v. 3).

Nei confronti dello Straniero (Dio, uomo o angelo, il misterioso personaggio è comunque lo Straniero per eccellenza, metafora dell’alterità, irriducibile e inassimilabile), l’agire di Abramo è presentato con una pluralità di verbi che sono i verbi dell’accoglienza: “Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra dicendo: Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo” (vv. 2-3). Abramo vede, va incontro, si prostra e supplica: è il primo movimento del soggetto ospitale che, alla preoccupazione per il proprio sé, sostituisce la cura per l’altro.
Al movimento dell’attenzione segue quello dell’accoglienza, con cui Abramo fa entrare lo straniero nella sua tenda per offrirgli da bere e da mangiare: vv. 6-9.

I tratti dell’io ospitale
1) Il primo tratto dell’io ospitale è di tenere la porta della propria casa aperta.
Un interessante testo rabbinico si chiede come mai, nell’ora più calda del giorno, Abramo sedesse all’ingresso della tenda e non si trovasse, piuttosto, al suo interno per ripararsi dal caldo. E la risposta è: per stare all’erta e vigilare perché, scorgendo qualcuno da lontano, potesse subito invitarlo nella sua tenda, offrendogli riparo al più presto.
Ospitale è il soggetto la cui casa non è più il luogo dove egli abita nel chiuso del rapporto da sé a sé, ma lo spazio che, aperto dall’altro, si apre all’altro e nelle cui porte le chiavi non sono più strumenti che chiudono, ma strumenti che aprono.

2) Il secondo tratto dell’io ospitale è di dare il benvenuto: “Appena (Abramo) li vide corse
loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra dicendo: “Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”. Ospitale è l’io che non teme l’altro come intruso da cui proteggersi (poco importa se con le armi della diffidenza, del pregiudizio, del razzismo, della forza o della violenza) ma gli da’ il “ben-venuto”, perché entrando nella sua casa gli porta bene, lo eleva al bene.

3) Il terzo tratto dell'io ospitale è di accorgersi di ciò di cui l'altro soffre ed ha bisogno. "E subito (Abramo) ordina: Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero" (v. 4).
Accorgersi del bisogno dell'altro è portarsi col cuore là dove l'altro sta male e soffre,
rispondendo al suo bisogno e colmandolo.
Il vero male è l'indifferenza, che semina fra gli uomini distruzione e morte.
4) Il quarto tratto dell'io ospitale è di fare spazio all'altro, limitando il proprio.
Agli stranieri che incontra, Abramo, offre infatti la sua tenda e li fa sedere sotto il suo albero, mentre li serve, coinvolgendo, nel suo servizio, anche Sara. Ospitale è l'io che, interrompendo il movimento da sé a sé, lo converte e lo inverte orientandolo da sé all'altro.
Senza questa conversione ed inversione, non è possibile l'ospitalità, e lo straniero non trova spazio nella propria tenda, perché nella "tenda", metafora della soggettività dell'io, c'è spazio solo per i simili.

5) L'ultimo, tratto dell'io ospitale è di donare ciò che si ha, condividendolo con chi è nel
bisogno: vv. 6-8. Ospitale è l'io che, disponendo di "pane" e di "vino", simboli dei beni necessari all'esistenza umana, se ne spossessa, per donarli allo straniero che ne è privo.
Sta qui, in questo spossessamento che si fa donazione, il senso ultimo e più profondo
dell'ospitalità: un io che, non più curvato su di sé e incatenato a sé, va verso l'altro a mani piene, instaurando con lui una relazione.
*** ***

I) "Si prese cura di lui"
a) Il Buon Samaritano
L'esempio più noto e più toccante è quello del Buon Samaritano: Lc. 10, 30-37.
Il Samaritano si imbatte in un uomo che era stato derubato, malmenato e abbandonato semivivo daibriganti. Prima di lui erano passati un sacerdote e un levita, e lo avevano evitato: il sacerdote, "vedutolo, passò oltre, dal lato opposto" (v. 31); allo stesso modo fece il levita (v. 32). Probabilmente non si tratta solo di durezza di cuore: forse hanno paura di fermarsi in un luogo dove poco prima è avvenuto un atto di violenza e dove può incombere ancora il pericolo; forse lo credono morto e hanno paura di contaminarsi nel contatto con un cadavere (era infatti prescritto, ai sacerdoti che prestavano servizio al tempio, di mantenersi puri, e il sangue contaminava); forse vedono in lui l'oggetto di un castigo divino, ispirandosi alla loro dottrina secondo cui disgrazia, malattia, morte
seguono sempre una colpa palese o nascosta; forse hanno semplicemente fretta di tornare a casa dopo aver prestato il loro servizio nel tempio, e temono di dover perdere tempo.
C'è un'intenzione polemica: il culto non dev'essere a scapito della carità, e la purezza
che Dio vuole è la purezza dal peccato, dall'ingiustizia, non dal sangue di un ferito.
Quello che Gesù vuole qui - polemicamente - è ricordare che occorre stare attenti che il culto non distragga dai doveri dell'amore e della giustizia.

Ed ecco passare il samaritano, dal quale il povero giudeo ferito non può attendersi alcun
soccorso. Le relazioni tra giudei e samaritani, sempre più o meno tese, da un certo tempo si sono tramutate in odio implacabile.
Il nuovo viandante è dipinto senza tinte sentimentali; nulla tradisce in lui una particolare
tendenza alla compassione; è probabilmente un mercante in viaggio d'affari, assorto nei suoi pensieri.
La cosa insperabile, tuttavia, avviene. La parabola, così sbrigativa a proposito del sacerdote e del levita, si sofferma con amore a dipingere i suoi movimenti e i suoi gesti.
Mosso a pietà, egli scende dalla cavalcatura, fascia le ferite, lenisce il dolore con una miscela di olio e di vino, carica il poveretto sull'animale, lo porta all'albergo e passa la notte accanto a lui; il giorno dopo, dovendo partire, lo affida all'albergatore, paga le prime spese, promettendo di saldare il conto al suo ritorno.
Ecco che cosa vuol dire "prendersi cura" dell'altro. Il samaritano non si è chiesto chi fosse il ferito, e il suo aiuto è stato disinteressato e concreto. Ecco che cosa significa amare il prossimo: abbattere le barriere di razza, di cultura, di nazionalità. Ecco chi è il prossimo: è qualsiasi bisognoso che ci capita di incontrare. Nella parabola nulla è detto del ferito: non viene evidenziata la sua identità, ma il suo bisogno. "Prossimo", quindi, è anche lo sconosciuto; "prossimo" non è colui al quale mi lega il sangue o il sentimento, o la patria, ma ognuno da cui parta un appello d'amore per la mia volontà.


Insegnaci, Signore, a condividere il nostro pane.
Il pane bianco dei nostri sogni, il pane nero dei nostri limiti.
Il pane bello dei nostri doni, il pane duro delle sconfitte.
Il pane forte della speranza.
Con ogni essere umano sulla Terra,
insegnaci, o Padre, a condividere da fratelli.
Padre di ogni uomo e donna,
donaci la forza di superare le nostre barriere,
le frontiere dei nostri egoismi o delle nostre terre chiuse,
delle nostre solitudini o delle nostre infinite paure.
Insegnaci ad ascoltare l’altro e le sue fragilità,
ad accogliere il suo mistero e i suoi valori differenti,
la sua storia e i suoi veri sentimenti,
a camminare con lui, ormai, per sentieri nuovi…
Insegnaci a vivere del tuo Spirito, o Signore,
spirito di servizio e di ospitalità, spirito di apertura e di unità,
spirito di riconciliazione e di pace.
Liberaci, o Signore da noi stessi.
E insegnaci a vivere di nuovi cieli e di terre nuove!
Amen. 
(Preghiera nella cattedrale di Gibuti, Africa).

Riflessioni utilizzare da Stefania ed Esperanza nella predicazione