“PERLE”
Dispense
Didattiche a cura di Paola
Argentino
“PRENDERSI
CURA”:
L'ACCOGLIENZA
NELLA BIBBIA
Siracusa
7 febbraio 2004
- Abramo accoglie i tre misteriosi personaggi (Gen. 18)
In
questo testo si condensa un intero trattato sull’ospitalità. Il
cap. 18 della Genesi narra la storia di Abramo che riceve nella sua
tenda la visita imprevista di un personaggio misterioso che a volte
viene scambiato dal patriarca per il Signore
stesso e
altre volte per tre
stranieri anonimi,
chiamati semplicemente uomini, che la tradizione ha interpretato
spesso come angeli e la tradizione cristiana addirittura come
prefigurazione della Trinità stessa. Questo tratto di indefinibilità
è espresso anche grammaticalmente con il passaggio dal singolare al
plurale, come ad esempio nel v. 2 dove, nel personaggio che gli
appare, Abramo prima riconosce la presenza di tre
uomini,
subito dopo invece Dio stesso (“Mio Signore”, v. 3).
Nei
confronti dello Straniero (Dio, uomo o angelo, il misterioso
personaggio è comunque lo Straniero per eccellenza, metafora
dell’alterità, irriducibile e inassimilabile), l’agire di Abramo
è presentato con una pluralità di verbi che sono i verbi
dell’accoglienza:
“Appena li vide,
corse loro
incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò
fino a terra
dicendo: Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non
passare oltre senza
fermarti dal tuo servo” (vv. 2-3). Abramo vede,
va incontro,
si prostra e
supplica:
è il primo movimento del soggetto ospitale che, alla preoccupazione
per il proprio sé, sostituisce la cura per l’altro.
Al
movimento dell’attenzione
segue quello
dell’accoglienza,
con cui Abramo fa entrare lo straniero nella sua tenda per offrirgli
da bere e da mangiare: vv.
6-9.
I
tratti dell’io ospitale
1)
Il primo
tratto dell’io ospitale è di tenere
la porta della propria casa aperta.
Un
interessante testo rabbinico si chiede come mai, nell’ora più
calda del giorno, Abramo sedesse all’ingresso della tenda e non si
trovasse, piuttosto, al suo interno per ripararsi dal caldo. E la
risposta è: per stare all’erta e vigilare perché, scorgendo
qualcuno da lontano, potesse subito invitarlo nella sua tenda,
offrendogli riparo al più presto.
Ospitale
è il soggetto la cui casa non è più il luogo dove egli abita nel
chiuso del rapporto da sé a sé, ma lo spazio che, aperto
dall’altro, si apre all’altro e nelle cui porte le chiavi non
sono più strumenti che chiudono, ma strumenti che aprono.
2)
Il secondo
tratto dell’io ospitale è di dare
il benvenuto:
“Appena (Abramo) li vide corse
loro
incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra
dicendo: “Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non
passare oltre senza fermarti dal tuo servo”. Ospitale è l’io che
non teme l’altro come intruso da cui proteggersi (poco importa se
con le armi della diffidenza, del pregiudizio, del razzismo, della
forza o della violenza) ma gli da’ il “ben-venuto”, perché
entrando nella sua casa gli
porta bene,
lo eleva al bene.
3)
Il terzo
tratto dell'io ospitale è di accorgersi
di ciò di cui l'altro soffre ed ha bisogno.
"E subito (Abramo) ordina: Si vada a prendere un po' d'acqua,
lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero" (v. 4).
Accorgersi
del bisogno dell'altro è portarsi col cuore là dove l'altro sta
male e soffre,
rispondendo
al suo bisogno e colmandolo.
Il
vero male è l'indifferenza,
che semina fra gli uomini distruzione e morte.
4)
Il quarto
tratto dell'io ospitale è di fare
spazio all'altro,
limitando il proprio.
Agli
stranieri che incontra, Abramo, offre infatti la sua tenda e li fa
sedere sotto il suo albero, mentre li serve, coinvolgendo, nel suo
servizio, anche Sara. Ospitale è l'io che, interrompendo il
movimento da sé a sé, lo converte e lo inverte orientandolo da sé
all'altro.
Senza
questa conversione ed inversione, non è possibile l'ospitalità, e
lo straniero non trova spazio nella propria tenda, perché nella
"tenda", metafora della soggettività dell'io, c'è spazio
solo per i simili.
5)
L'ultimo,
tratto dell'io ospitale è di donare
ciò che si ha,
condividendolo
con chi è
nel
bisogno:
vv. 6-8. Ospitale è l'io che, disponendo di "pane" e di
"vino", simboli dei beni necessari all'esistenza umana, se
ne spossessa, per donarli allo straniero che ne è privo.
Sta
qui, in questo spossessamento che si fa donazione, il senso ultimo e
più profondo
dell'ospitalità:
un io che, non più curvato su di sé e incatenato a sé, va verso
l'altro a mani piene, instaurando con lui una relazione.
***
***
I)
"Si prese cura di lui"
a)
Il Buon Samaritano
L'esempio
più noto e più toccante è quello del Buon Samaritano: Lc.
10, 30-37.
Il
Samaritano si imbatte in un uomo che era stato derubato, malmenato e
abbandonato semivivo daibriganti. Prima di lui erano passati un
sacerdote e un levita, e lo avevano evitato: il sacerdote, "vedutolo,
passò oltre, dal lato opposto" (v. 31); allo stesso modo fece
il levita (v. 32). Probabilmente non si tratta solo di durezza di
cuore: forse
hanno paura
di fermarsi in un luogo dove poco prima è avvenuto un atto di
violenza e dove può incombere ancora il pericolo; forse
lo credono
morto e hanno paura di contaminarsi nel contatto con un cadavere (era
infatti prescritto, ai sacerdoti che prestavano servizio al tempio,
di mantenersi puri, e il sangue contaminava); forse
vedono in
lui l'oggetto di un castigo divino, ispirandosi alla loro dottrina
secondo cui disgrazia, malattia, morte
seguono
sempre una colpa palese o nascosta; forse
hanno
semplicemente fretta di tornare a casa dopo aver prestato il loro
servizio nel tempio, e temono di dover perdere tempo.
C'è
un'intenzione polemica: il culto non dev'essere a scapito della
carità, e la purezza
che
Dio vuole è la purezza dal peccato, dall'ingiustizia, non dal sangue
di un ferito.
Quello
che Gesù vuole qui - polemicamente - è ricordare che occorre stare
attenti che il culto non distragga dai doveri dell'amore e della
giustizia.
Ed
ecco passare il samaritano, dal quale il povero giudeo ferito non può
attendersi alcun
soccorso.
Le relazioni tra giudei e samaritani, sempre più o meno tese, da un
certo tempo si sono tramutate in odio implacabile.
Il
nuovo viandante è dipinto senza tinte sentimentali; nulla tradisce
in lui una particolare
tendenza
alla compassione; è probabilmente un mercante in viaggio d'affari,
assorto nei suoi pensieri.
La
cosa insperabile, tuttavia, avviene. La parabola, così sbrigativa a
proposito del sacerdote e del levita, si sofferma con amore a
dipingere i suoi movimenti e i suoi gesti.
Mosso
a pietà,
egli scende
dalla
cavalcatura, fascia
le ferite,
lenisce il
dolore con una miscela di olio e di vino, carica
il poveretto
sull'animale, lo
porta all'albergo
e passa la
notte accanto a lui;
il giorno dopo, dovendo partire, lo
affida all'albergatore,
paga le
prime spese, promettendo di saldare il conto al suo ritorno.
Ecco
che cosa vuol dire "prendersi
cura"
dell'altro. Il samaritano non si è chiesto chi fosse il ferito, e il
suo aiuto è stato disinteressato e concreto. Ecco che cosa significa
amare il
prossimo: abbattere le barriere di razza, di cultura, di nazionalità.
Ecco chi è il prossimo:
è qualsiasi bisognoso che ci capita di incontrare. Nella parabola
nulla è detto del ferito: non viene evidenziata la sua identità,
ma il suo
bisogno.
"Prossimo", quindi, è anche lo sconosciuto;
"prossimo" non è colui al quale mi lega il sangue o il
sentimento, o la patria, ma ognuno da cui parta un appello d'amore
per la mia volontà.
Insegnaci,
Signore, a condividere il nostro pane.
Il
pane bianco dei nostri sogni, il pane nero dei nostri limiti.
Il
pane bello dei nostri doni, il pane duro delle sconfitte.
Il
pane forte della speranza.
Con
ogni essere umano sulla Terra,
insegnaci,
o Padre, a condividere da fratelli.
Padre
di ogni uomo e donna,
donaci
la forza di superare le nostre barriere,
le
frontiere dei nostri egoismi o delle nostre terre chiuse,
delle
nostre solitudini o delle nostre infinite paure.
Insegnaci
ad ascoltare l’altro e le sue fragilità,
ad
accogliere il suo mistero e i suoi valori differenti,
la
sua storia e i suoi veri sentimenti,
a
camminare con lui, ormai, per sentieri nuovi…
Insegnaci
a vivere del tuo Spirito, o Signore,
spirito
di servizio e di ospitalità, spirito di apertura e di unità,
spirito
di riconciliazione e di pace.
Liberaci,
o Signore da noi stessi.
E
insegnaci a vivere di nuovi cieli e di terre nuove!
Amen.
(Preghiera
nella cattedrale di Gibuti, Africa).
Riflessioni utilizzare da Stefania ed Esperanza nella predicazione