giovedì 7 febbraio 2019

RIFORMA DELLA CHIESA

 Caro don Enrico, ho letto la tua dichiarazione di disagio «teologico» (Rocca, n. 23/2018) di fronte ai ripetuti episodi che hai riscontrato nella tua diocesi per esorcizzare il demonio. Io (ma penso siamo in molti) potrei aggiungere alla tua lista una infinità di altri imbarazzanti e ormai inaccettabili episodi che progressivamente aumentano il disagio di quelle persone che vogliono avere una esperienza religiosa in sintonia con le acquisizioni della scienza e della Modernità. Purtroppo l'esperienza quotidiana ci dice che troppi vescovi, preti e parrocchie sono rimaste ancorate al Medioevo e con queste loro chiusure contribuiscono non poco a svuotare le chiese.
 Ma c'è un'altra situazione ancora più grave sulla quale, a mio parere, vale la pena riflettere. Si tratta della dicotomia tra proclami di apertura da parte di vescovi, preti e anche laici (scimmiottando sintonia con papa Francesco) ma solo a parole perché, nello stesso tempo, manifestano resistenze ad applicare nella prassi pastorale quelle aperture. Mi pare che si possa dire che siamo di fronte ad un rischio di «profezia astratta », fatta solo di parole alle quali non corrisponde il coraggio di trasformare la profezia in prassi pastorale.
 Tu termini la tua lettera con una accorata invocazione: «Ho bisogno di sentire qualche parola che non mi rimandi a favole per bambini e a mitologie medievali».  Possiamo condividere i nostri pensieri e i nostri piccoli e solitari impegni. Io personalmente penso che, nel nostro piccolo e nei nostri contesti, possiamo fare emergere alcuni segni:
1. Dare vita a piccole comunità, gruppi, chiese domestiche... «Comunità, dice Don Carlo Molari, non tanto singoli profeti, perché man mano che la storia procede i singoli profeti non bastano più; sono necessarie comunità profetiche, che vivendo in modo nuovo, mostrino l'avvicinarsi del regno, cioè la possibilità del compimento ».
2. Io credo molto, inoltre, in una rete di collegamento fra queste diverse e, per ora, solitarie esperienze. Rocca potrebbe essere lo strumento attraverso il quale far conoscere questi piccoli segni che qua e là cominciano ad emergere.
3. Bisogna anche stanare i teologi stimolandoli a mettersi a servizio di queste esperienze; sarebbe un modo per accorciare la grande distanza che si è venuta a creare oggi tra la prassi pastorale e la predicazione da una parte, e la riflessione teologica dall'altra, la quale in questi ultimi decenni è andata molto avanti. Tu mi hai chiesto alcune copie del Quaderno «I nuovi linguaggi della fede» che riproduce un corso fatto da Don Carlo Molari. Penso possa essere un ottimo strumento per incominciare a decostruire i  vecchi paradigmi religiosi.
  Non perdiamoci di vista.
  Con amicizia.

Rocca 3/2019        Guido D'Altri, Ravenna