Senzatetto, niente assegni: così rimangono esclusi i più poveri tra i poveri
ROMA - Senza dimora e senza neanche reddito. Né di cittadinanza, né di inclusione. Il decretone, da ieri in Senato, voluto per cancellare la povertà, dimentica i più poveri tra i poveri. E sembra un paradosso, ma non lo è. Perché per escludere gli stranieri, si estromettono anche gli italiani. Il 42% dei 50 mila e 724 censiti da Istat nel 2015 che si lasciano vivere o morire per strada, nei dormitori, nei sottopassaggi. Perché hanno perso il lavoro, si sono separati, la salute fisica e mentale non li assiste più. Molti hanno perso la residenza, cancellata perché ormai irreperibili e privi di alloggio. E senza residenza non si vota, non si accede alla sanità, non si ha diritto al reddito di cittadinanza. E neanche bastano più gli ultimi due anni consecutivi come per il Rei, ne servono dieci. Risultato: nessun sussidio.
Chi ha il Rei, una volta terminati i 18 mesi, perderà ogni sostegno. Lo ammette anche la relazione tecnica: 6 mila famiglie su 300 mila che fin qui mettevano in tasca 300 euro medi non passeranno al reddito di cittadinanza. Chissà quanti fra loro sono senza dimora. O come si dice con disprezzo, clochard e barboni. Il reddito di cittadinanza li dimentica. «Ha paletti molto stringenti», ammette il vicepremier Di Maio in Parlamento. Ma «non esclude i soggetti senza dimora». Eppure 1'assegno mensile pieno da 780 euro comprende 280 euro per l'affitto o 130 euro per il mutuo. E mai tiene conto di chi non paga né l'uno né l'altro perché un tetto non ce l'ha. Al massimo, se riuscisse, avrebbe 500 euro.
La residenza poi sembra un muro insormontabile. «La legge 1228 del 1954 impone a ciascun comune di dotarsi di una via fittizia dove registrarsi: ce l'hanno solo in 200 o poco più su 8 mila. Come fai a dimostrare dieci anni di residenza? Il 95% dei senza dimora sarà escluso dal reddito e anche dal Rei», si allarma Cristina Avonto, presidente di Fio.Psd, la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora. Via dell'Accoglienza, Via Ignota Dimora, Via del Tramonto, Via Sconosciuta, Via degli Apolidi, Via Madre Teresa: fantasia urbanistica, ma anche approdo legale. A Roma, dopo un limbo durato mesi, ora la via fittizia è presso ciascun municipio. Ma non c'è un punto posta dove ricevere i documenti o la tessera sanitaria. «Siamo molto preoccupati, folle partire con tempi cosi stretti», prosegue Avonto. «Le misure sono tagliate con l'accetta per avere subito risultati. Vince il cittadino abile, nessuna tutela dei più fragili. Ma non si esce dalla povertà estrema con il navigator. Alcuni giovani riescono a inserirsi dopo anni. Nel frattempo cosa facciamo, li abbandoniamo a ostelli e mense, ci limitiamo al panino e sacco a pelo?». Dalla fine di novembre, a Roma in dieci sono morti dal freddo. «I presidi salva-vita vanno bene ma non bastano. Le persone devono essere riattivate. E con il Rei avevamo iniziato a farlo, anche grazie al programma di Housing first. La dignità si recupera dalla casa, prima di tutto. E nessuno sceglie di vivere in strada, ci finisce perché perde il lavoro, la salute, la famiglia».
Studi internazionali dimostrano che aiuti solo monetari non bastano, creano dipendenza più che autonomia. Riavere un tetto sulla testa riduce l'accesso ai servizi sanitari, i ricoveri, i guai con la giustizia. «C'è stato un aumento dei senza dimora negli ultimi anni, senza dubbio», aggiunge Avonto. «E il numero delle persone in strada aumenterà per effetto del decreto sicurezza. Avremo più bisognosi e anche più clandestini. Possiamo anche fare finta di niente, ma queste persone esistono. Non vanno a protestare a Montecitorio, ma le trovi in strada, nei quartieri a occupare le case».
La speranza è che le norme possano essere ridiscusse e migliorate in Parlamento. Se lo augura Francesco Marsico di Caritas Italiana: «Il tetto dei dieci anni di residenza è escludente e non ha alcun fondamento né nella normativa italiana né in quella europea. Ma certo se il reddito di cittadinanza non va ai poveri estremi dimostra tutti i suoi limiti. In termini di diritti, prima che di attuazione».
Valentina Conte
(la Repubblica 29 gennaio)
ROMA - Senza dimora e senza neanche reddito. Né di cittadinanza, né di inclusione. Il decretone, da ieri in Senato, voluto per cancellare la povertà, dimentica i più poveri tra i poveri. E sembra un paradosso, ma non lo è. Perché per escludere gli stranieri, si estromettono anche gli italiani. Il 42% dei 50 mila e 724 censiti da Istat nel 2015 che si lasciano vivere o morire per strada, nei dormitori, nei sottopassaggi. Perché hanno perso il lavoro, si sono separati, la salute fisica e mentale non li assiste più. Molti hanno perso la residenza, cancellata perché ormai irreperibili e privi di alloggio. E senza residenza non si vota, non si accede alla sanità, non si ha diritto al reddito di cittadinanza. E neanche bastano più gli ultimi due anni consecutivi come per il Rei, ne servono dieci. Risultato: nessun sussidio.
Chi ha il Rei, una volta terminati i 18 mesi, perderà ogni sostegno. Lo ammette anche la relazione tecnica: 6 mila famiglie su 300 mila che fin qui mettevano in tasca 300 euro medi non passeranno al reddito di cittadinanza. Chissà quanti fra loro sono senza dimora. O come si dice con disprezzo, clochard e barboni. Il reddito di cittadinanza li dimentica. «Ha paletti molto stringenti», ammette il vicepremier Di Maio in Parlamento. Ma «non esclude i soggetti senza dimora». Eppure 1'assegno mensile pieno da 780 euro comprende 280 euro per l'affitto o 130 euro per il mutuo. E mai tiene conto di chi non paga né l'uno né l'altro perché un tetto non ce l'ha. Al massimo, se riuscisse, avrebbe 500 euro.
La residenza poi sembra un muro insormontabile. «La legge 1228 del 1954 impone a ciascun comune di dotarsi di una via fittizia dove registrarsi: ce l'hanno solo in 200 o poco più su 8 mila. Come fai a dimostrare dieci anni di residenza? Il 95% dei senza dimora sarà escluso dal reddito e anche dal Rei», si allarma Cristina Avonto, presidente di Fio.Psd, la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora. Via dell'Accoglienza, Via Ignota Dimora, Via del Tramonto, Via Sconosciuta, Via degli Apolidi, Via Madre Teresa: fantasia urbanistica, ma anche approdo legale. A Roma, dopo un limbo durato mesi, ora la via fittizia è presso ciascun municipio. Ma non c'è un punto posta dove ricevere i documenti o la tessera sanitaria. «Siamo molto preoccupati, folle partire con tempi cosi stretti», prosegue Avonto. «Le misure sono tagliate con l'accetta per avere subito risultati. Vince il cittadino abile, nessuna tutela dei più fragili. Ma non si esce dalla povertà estrema con il navigator. Alcuni giovani riescono a inserirsi dopo anni. Nel frattempo cosa facciamo, li abbandoniamo a ostelli e mense, ci limitiamo al panino e sacco a pelo?». Dalla fine di novembre, a Roma in dieci sono morti dal freddo. «I presidi salva-vita vanno bene ma non bastano. Le persone devono essere riattivate. E con il Rei avevamo iniziato a farlo, anche grazie al programma di Housing first. La dignità si recupera dalla casa, prima di tutto. E nessuno sceglie di vivere in strada, ci finisce perché perde il lavoro, la salute, la famiglia».
Studi internazionali dimostrano che aiuti solo monetari non bastano, creano dipendenza più che autonomia. Riavere un tetto sulla testa riduce l'accesso ai servizi sanitari, i ricoveri, i guai con la giustizia. «C'è stato un aumento dei senza dimora negli ultimi anni, senza dubbio», aggiunge Avonto. «E il numero delle persone in strada aumenterà per effetto del decreto sicurezza. Avremo più bisognosi e anche più clandestini. Possiamo anche fare finta di niente, ma queste persone esistono. Non vanno a protestare a Montecitorio, ma le trovi in strada, nei quartieri a occupare le case».
La speranza è che le norme possano essere ridiscusse e migliorate in Parlamento. Se lo augura Francesco Marsico di Caritas Italiana: «Il tetto dei dieci anni di residenza è escludente e non ha alcun fondamento né nella normativa italiana né in quella europea. Ma certo se il reddito di cittadinanza non va ai poveri estremi dimostra tutti i suoi limiti. In termini di diritti, prima che di attuazione».
Valentina Conte
(la Repubblica 29 gennaio)
