LETTERA
APERTA A PAPA FRANCESCO
DI
DUE MEMBRI DEL MOCEOP
"A
PARTIRE DAL RISPETTO E DALLA SORPRESA"
Teresa Cortés e
Andrés Muñoz
Fratello
Francesco,
conosciamo i tuoi
sforzi e la tua onestà nella tua azione pastorale per rendere la
Casa Comune un luogo abitabile, più umano e solidale. Ti
ascoltiamo molte volte gridare al cielo per le ingiustizie, le
disuguaglianze, la mancanza di accoglienza per i migranti e l'assenza
di pace. Le sofferenze umane ti feriscono, perché ti lasci
toccare il cuore. Dalle tue dichiarazioni sappiamo che ti
preoccupano la Chiesa ed i suoi peccati:
clericalismo, ipocrisia, pedofilia, abuso di potere; che vuoi
una Chiesa dei poveri e per i poveri e che sogni che insieme a una
grande comunità di fratelli nella fede costruisca cieli nuovi e
terre nuove.
Non ci sono
estranee le difficoltà con le quali ti scontri nella tua missione:
una feroce opposizione, le lotte interne vaticane, reazionarie e
distruttive, il discredito del tuo messaggio, le complicazioni
protocollari. Una volta sei arrivato a dire che ti senti “tra
lupi”.
Ma ci
sono giunte alcune dichiarazioni sul celibato opzionale,
fatte da te qualche giorno fa sul volo di ritorno a Roma da Panama,
che ci hanno sorpreso e amareggiato. Non sono fake-news, a cui
siamo abituati dai media e dai social network in questo periodo di
post-verità. Le abbiamo viste e ascoltate direttamente dal
video che ti hanno fatto. Tu dici che il celibato è un dono per la
Chiesa e che non sei “d’accordo nel permettere il celibato
opzionale, no", che è un pensiero personale e che non vuoi
metterti davanti a Dio con questa decisione.
Fratello,
non ci
aspettavamo questo da te. Queste
sono parole che ci risuonano in altri tempi ed altri
pontificati; sono molto drastiche e definitive (bianco o nero) e
sentiamo la mancanza di un linguaggio sfumato in cui ci sono
un’infinità di grigi tra cui si possono trovare punti di
convergenza, di avvicinamento, di dialogo. Ci aspettavamo una
parola diversa, più calda e sentita, come quella che hai detto ai
giovani e che crediamo che tu porti dentro: “bisogna fare quello
che si sente, sentire ciò che si pensa, pensare quello che si fa”.
Sappiamo che il tuo sentire e il tuo modo di pensare al problema del
celibato erano qualcosa di diverso, almeno nella sua formulazione,
anche dopo la tua elezione a fratello maggiore della comunità
cattolica. Le testimonianze di Jerónimo
Podestà,
tuo fratello nell’episcopato, e di Clelia
Luro,
sua moglie, con i quali hai avuto conversazioni lunghe e fruttuose,
ci hanno trasmesso la tua sincera preoccupazione e il desiderio di
fare qualcosa riguardo al celibato obbligatorio dei preti e ai suoi
effetti.
Conosci molto
bene il tema e sai che l’imposizione del celibato ha una storia
molto incerta attraverso
vari secoli e i diversi concili e sinodi, nei quali si legiferava in
un modo o nell’altro secondo gli interessi personali, locali,
economici o di potere, arrivando a volte a posizioni umilianti come
proibire ai preti sposati di convivere con le loro legittime mogli.
Jerónimo e Clelia ti hanno anche informato di tutto un
movimento internazionale di preti sposati,
nato negli anni ‘80, del quale sono stati testimoni ed animatori,
nel quale si è studiato, pensato e pregato sul celibato, decidendo
all'unanimità che dovrebbe essere opzionale e non obbligatorio per i
preti cattolici di rito latino.
MOCEOP (Movimento
per il celibato opzionale), gruppo spagnolo di credenti, composto da
preti sposati, preti celibi e cristiani di base che sono in sintonia
con i nostri presupposti e le nostre rivendicazioni, da più di 40
anni (41 per l'esattezza) lotta per una società più democratica,
giusta, ecologista, inclusiva e per una Chiesa declericalizzata,
egualitaria, più democratica ed evangelica.
Siamo d’accordo
con te che il celibato è un dono, ma quando è libero e non è
imposto. Pensiamo
che il matrimonio e il ministero siano anche doni dello Spirito e che
non possano essere dichiarati incompatibili con una legge
disciplinare, nella quale vengono anche negati alcuni diritti alla
metà della comunità: alle donne. Pensiamo che il celibato
obbligatorio comporti una componente di repressione e produca
vittime, soprattutto tra preti, donne e bambini.
Denunciamo il fatto
che con
una legge
non
si può vietare o reprimere il godimento di alcuni diritti umani così
elementari come innamorarsi, amare e procreare. Sai
- e crediamo - che il celibato presbiterale predispone a condurre una
doppia vita e che è una delle componenti fondamentali della
pedofilia, che causa tanto dolore e contro cui stai lottando.
Conosci anche da
vicino i numerosi sforzi e i dispiaceri che sono costati a migliaia e
migliaia di noi preti sposati ed alle nostre famiglie il superamento
della legge del celibato, legge che noi consideriamo ingiusta e
non necessaria, perché non ha fondamenti biblici, teologici o
pastorali. A
questo punto della vita della Chiesa non si può pensare o legiferare
come nel Medioevo, ma prendendo in considerazione i diritti umani
universali.
Tu sai che noi
preti sposati non siamo stati tenuti in nessuna considerazione dalla
Chiesa gerarchica, siamo stati resi invisibili, accusati di essere
disertori, traditori e altre denominazioni non molto evangeliche. Tu
sai molto bene che il processo vaticano di secolarizzazione continua
ad essere ancora umiliante ed offensivo per la dignità umana:
“riduzione allo stato laicale” si chiama ancora nel protocollo
degli organi ufficiali della curia - questa curia che ti sta facendo
soffrire - cosa che suppone che sia non solo un’offesa per i preti,
ma - e soprattutto - per il popolo dei fedeli.
Ma grazie a Dio ci
sentiamo così liberati e felici che abbiamo espresso la nostra gioia
in questa beatitudine
minore,
che è in sintonia con quelle più grandi del Vangelo: “Beati tutti
noi e tutte noi perché abbiamo iniziato a costruire il cammino per
cui si può conciliare il ministero presbiterale con l’amore di
coppia e perché sentiamo che l’obbligo di essere celibi può
essere un peso per svolgere il ministero come segno di maturità e di
libertà”.
Di questo ti abbiamo
già parlato in due lettere personali che sappiamo esserti state
consegnate a mano da persone a te molto vicine. Clelia
Isasmendi,
figlia di Clelia, l’8 dicembre scorso ti ha consegnato a mano
l’ultima. Di nessuna abbiamo ricevuto risposta. In una
fraterna conversazione molte cose più concrete potremmo raccontarti
del nostro pellegrinaggio nella vita e nella fede.
Crediamo che ci
siano anche altri dati che devono essere presi in considerazione
quando si pensa e si riflette sull’imposizione o l’eliminazione
del celibato. Uno di questi è la richiesta
di diversi vescovi di diverse parti del mondo di
lasciare il celibato come un’opzione e di ordinare persone
sposate. Tra i cristiani cattolici, a livello di inchieste
condotte più volte e in paesi diversi, l’opzionalità è approvata
da un’alta percentuale senza scrupoli o scandali.
Ci sembra importante
evidenziare altre tue risposte nell’intervista svoltasi “in
alto”, quando parli e riconosci che nel rito
orientale della Chiesa cattolica i
preti
possono essere sposati, perché si fa la scelta celibataria prima del
diaconato. E racconti perfino con tenerezza l’esperienza che
ti ha raccontato un vescovo che lavorava in un paese comunista: che i
vescovi di quel paese hanno ordinato in segreto contadini buoni e
religiosi e lo emozionava il vedere in una concelebrazione questi
contadini che si mettevano i paramenti per concelebrare.
Ricordi un altro
episodio - quello dei preti
anglicani che
sono diventati cattolici e che vivono come se fossero orientali - e
ricordi che li hai ricevuti durante un’udienza del mercoledì
con mogli e figli. “Nella storia della Chiesa c’è stato
questo”, concludi.
Ci sembra opportuno
che tu metta in luce questi comportamenti ecclesiali, differenti,
eccezionali e diversi dalla prassi normale, perché riflettono le
sfumature del pluralismo sulla questione del celibato e le riferisci
con devozione, con sentimento, perché fanno parte della nostra
eredità di fede comunitaria.
Allora, fratello
Francesco, perché nel rito latino della nostra Chiesa non risolviamo
questo problema disciplinare? Perché
abbiamo tanta paura di affrontarlo come se qualcosa di essenziale
possa andare in pezzi? Non
ci sembra neanche prudente avvolgere il celibato di un’aura
martiriale come ha fatto san Paolo VI con le parole che tu citi. Dici
che “è qualcosa che deve essere studiato, pensato e
pregato”. Molto bene. E realizzato - aggiungiamo noi -
perché è oramai giunto il momento e si sta facendo tardi. Tu
avverti la mancanza di preti e sai che molte comunità rimangono
senza Eucaristia, dato che l’Eucaristia fa la Chiesa.
Una possibile
soluzione che vediamo e che crediamo essere molto evangelica
sarebbe riconoscere
i diversi ministeri che esistono nella comunità cristiana e dare
loro uno statuto di legittimità. Così
ci sarebbero più animatori della comunità e si eviterebbe il
clericalismo che ha pervaso molti ministeri dei laici. Qualcuno
ci diceva - e siamo d'accordo con questa visione – che, se la
Chiesa ammettesse al ministero le donne, gli uomini sposati e gli
omosessuali, oltre ad disporre di più ministri, si otterrebbe una
Chiesa più inclusiva, egualitaria e fraterna.
Uno strumento di
lavoro per trovare una via d’uscita dal celibato e da altre
questioni sarebbe quello di attuare la collegialità (una
formula che tu apprezzi come un modello cristiano di azione), una
collegialità che includa i tuoi consiglieri più diretti e altri
fedeli laici della comunità (donne ed uomini) e tra tutti si
dialoghi, si preghi, si approvi e si decida. Perché, anche se
le parole che hai detto sul no al celibato opzionale sono solo i tuoi
pensieri personali, sai che sono parole non infallibili, ma che
creano opinioni, adesioni e convinzioni.
Chiediamo allo
Spirito di accompagnarti e di darti forza, nel caso in cui il giogo e
il carico ti pesino molto. Chiediamo anche che ti dia una nuova
illuminazione, la
luce di convocare un Concilio del Popolo di Dio,
nel quale tutti e tutte noi - teologi, vescovi, ‘principi
della Chiesa’, il papa, gli uomini e le donne laici della Comunità
- alla pari con la gerarchia possiamo tra di noi condividere il peso
e i ministeri e conseguire un approccio più vivo al Regno.
Infine vogliamo
ricordarti, con rispetto ma anche con urgenza, quella tua frase che
lasciasti alla tua amica Clelia durante una conversazione
telefonica, pochi giorni dopo essere stato eletto Fratello
Maggiore: in questa lei ti esortava a pensare e ad agire per
l’opzionalità del celibato ed la situazione dei preti
sposati: ”Clelia,
dì alla tua gente di avere pazienza con me”. Bene,
in questa pazienza, in quest’attesa e speranza eravamo...siamo,
anche se le parole forti e categoriche che ci hai detto ci hanno
fatto diminuire un poco il calore nei nostri cuori.
Tutto
questo te lo diciamo a partire dalla fraternità che ci unisce in
Gesù di Nazaret.
Che
Dio ti benedica.
Teresa Cortés e Andrés Muñoz
Coppia e membri del
MOCEOP
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Articolo
pubblicato il 3.2.2019 nel sito Religión
Digital
Traduzione
dallo spagnolo di Lorenzo Tommaselli