"La vita ai tempi dell'ebola" nel Congo
In questi giorni ha inviato ad amici e sostenitori un articolo dal significativo titolo "La vita ai tempi dell'ebola nella Repubblica Democratica del Congo". Esordisce: «Prendete una malattia mortalmente contagiosa e diffusa in un area circondata dalla giungla, dove dei gruppi armati si contendono il controllo di zone isolate. Aggiungete una popolazione sfinita da decenni di conflitti che ha paura dl chi arriva da fuori e guarda con sospetto gli occidentali avviluppati in tute protettive che installano accampamenti sanitari dai quali parenti e amici spesso non escono vivi. Non credo che si possa immaginare un luogo più complicato e pericoloso del nordest della Repubblica Democratica del Congo per curare un'epidemia di ebola. Quella scoppiata nel paese è la seconda più grave della storia e secondo dati ufficiali, da quando è esplosa, all'inizio di agosto 2018 ha già ucciso più di cinquecento persone. O meglio, queste sono le vittime accertate. Potrebbero essercene molte di più, ma le organizzazioni non governative non possono muoversi liberamente nella regione, perciò nessuno conosce il numero esatto. Per capire quanto sia difficile avere informazioni sull'epidemia è necessario descrivere il contesto. La regione del Nord Kivu, ricca di risorse, è un'area isolata vicino al confine con l'Uganda e il Ruanda. Dal sottosuolo si estraggono molti dei minerali necessari per fabbricare i dispositivi elettronici come i telefoni e i computer. Questo aspetto ha trasformato l'area in un rifugio per gruppi armati, locali e provenienti dai Paesi confinanti con acronimi, alleanze e obiettivi in continuo mutamento».
La testimonianza del prete pinerolese si arricchisce di tanti episodi di violenza, uccisioni, che rendono difficili e precari gli interventi degli operatori sanitari che devono rintracciare le persone entrate in contatto con chi ha contratto ebola per vedere se sono state contagiate. Il personale sanitario delle Ong indossa tute protettive che coprono il corpo dalla testa ai piedi e questo spaventa la gente, tanto più quando si dice loro che i morti devono essere seppelliti in un modo particolare, che non ha niente a che fare con le tradizioni culturali del luogo: non è più possibile vedere il cadavere, né seppellirlo come è sempre avvenuto. «Per essere efficaci in un'area come questa è perciò necessario parlare con le comunità, spiegare cos'è l'ebola, quali sono i sintomi, quali sono le cure e le precauzioni da prendere. È una cosa difficilissima da fare qui».
La Diocesi di Pinerolo ha in don Giovanni Piumatti, 80 anni lo scorso dicembre, un testimone d'eccezione in una terra particolarmente martoriata e sfruttata come il Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo. Risiede nella missione di Muhanga, Diocesi di Butembo, dove è ritornato, non senza difficoltà, nello scorso mese di agosto.
La testimonianza del prete pinerolese si arricchisce di tanti episodi di violenza, uccisioni, che rendono difficili e precari gli interventi degli operatori sanitari che devono rintracciare le persone entrate in contatto con chi ha contratto ebola per vedere se sono state contagiate. Il personale sanitario delle Ong indossa tute protettive che coprono il corpo dalla testa ai piedi e questo spaventa la gente, tanto più quando si dice loro che i morti devono essere seppelliti in un modo particolare, che non ha niente a che fare con le tradizioni culturali del luogo: non è più possibile vedere il cadavere, né seppellirlo come è sempre avvenuto. «Per essere efficaci in un'area come questa è perciò necessario parlare con le comunità, spiegare cos'è l'ebola, quali sono i sintomi, quali sono le cure e le precauzioni da prendere. È una cosa difficilissima da fare qui».
Conclude l'intervento con un'immagine che l'ha colpito: «Ho visto tre persone su una moto che trasportavano una croce. Tre persone che probabilmente andavano sulla tomba di un parente, un amico o una persona cara per ricordarlo piantando una croce. Non era nulla di straordinario, però di fronte ad un semplice gesto d'umanità mi sono profondamente commosso». r.a.
(L'Eco del Chisone, 27 febbraio)
