venerdì 8 marzo 2019

Scienza
La perdita della diversità cognitiva
Kensy Cooperrider, Aeon, Australia


Per secoli i cacciatori inuit si sono orientati nell'Artico grazie al vento, alla neve e al cielo. Oggi usano il gps. I gurindji, una tribù aborigena dell'Australia settentrionale, disponevano di 28 varianti di ciascun punto cardinale. Oggi i bambini usano solo i quattro principali, e neanche bene. Gli aymara, abitanti degli aridi altipiani andini, interpretavano il tempo in modo insolito, con il passato davanti e il futuro alle spalle. Oggi, per le nuove generazioni, il futuro è davanti.
E non sono cambiamenti isolati. I popoli indigeni di ogni continente stanno infatti sostituendo i loro particolari metodi di analisi del mondo con quelli occidentali e globalizzati. La conseguenza è una riduzione della diversità cognitiva umana.
Nel 2010 uno studio diretto dallo psicologo Joe Heinrich, dell'università della British Columbia, scosse la scienza cognitiva con due concetti importanti. Primo, i ricercatori delle scienze comportamentali si concentrano quasi esclusivamente su una fetta esigua di umanità, cioè gli esponenti delle società occidentali, istruite, industrializzate, ricche e democratiche (Weird, nell'acronimo inglese). Secondo, questa fetta non rappresenta tutti.
C'è però un terzo concetto fondamentale, proposto dallo psicologo Paul Rozin, dell'università della Pennsylvania: quella fetta di umanità "annunciava il futuro del mondo". In una ricerca Rozin aveva notato che le differenze culturali, dove ancora esistevano, erano più marcate tra gli anziani, mentre i giovani di tutto il pianeta si stavano uniformando.

Lo spazio e il tempo
La cassetta degli attrezzi dei Weird contiene i sistemi di riferimento elementari per comprendere il mondo, e tocca ogni aspetto dell'esperienza: come ci rapportiamo allo spazio e al tempo, alla natura e agli altri; come filtriamo le esperienze e fissiamo la nostra attenzione. Molti di questi sistemi di riferimento mentali sono talmente radicati in noi che neanche ce ne accorgiamo.
Prendiamo la nostra ossessione per i numeri. Nelle società industrializzate diamo per scontato di poter quantificare ogni aspetto dell'esperienza. Contiamo passi e calorie, teniamo d'occhio tassi d'interesse e follower. In altre società, invece, nessuno si preoccupa di contare quanti anni ha. In alcuni casi non è neanche possibile, perché le lingue non vanno oltre il numero quattro o cinque. La mania di quantificare dei Weird, però, si diffonde velocemente: i cacciatori raccoglitori dell'Amazzonia stanno imparando con interesse le parole portoghesi che indicano i numeri.
Un'altra caratteristica dei Weird è la fissazione per il tempo. Lo sezioniamo, cerchiamo di risparmiarlo, ci angosciamo quando lo perdiamo. Contiamo giorni, ore e secondi. A un ojibwe del Nordamerica non interessa sapere se è giovedì o Sabato. Lo turba, piuttosto, non sapere se di fronte ha il sud o l'est. I Weird invece sono indifferenti allo spazio. Da uno studio del 2010 è emerso che gli studenti di Stanford non sapevano dove fosse il nord.
Sta cambiando anche il modo di concepire lo spazio nella quotidianità. Nelle comunità piccole spesso si usano i punti cardinali o gli elementi geografici, come rilievi, fiumi o venti. I Weird invece si basano sul proprio asse corporeo, cioè sinistra, destra, davanti e dietro: un sistema di riferimento egocentrico, che sta prendendo piede via via che si diffondono lingue globali come lo spagnolo.
A causa dell'uniformazione svaniscono anche tassonomie, metafore e mnemonica, a volte senza essere state documentate. Oltre alla diversità cognitiva umana, ci sono altre forme di diversità in via d'estinzione, come quella dei mammiferi e delle piante, delle lingue e delle cucine. La perdita della diversità cognitiva, però, è particolare. Dato che il processo cognitivo è invisibile e intangibile, è più difficile da documentare.
Una perdita simile comporta un dilemma etico. Spesso le forze responsabili dell'uniformazione globale sono le stesse che contribuiscono all'alfabetizzazione nel mondo. È difficile negare che abbiano un ruolo positivo per l'umanità. Dovremmo quindi chiederci se la perdita di diversità cognitiva si possa rallentare, e se abbia senso provarci. Per buona parte della storia umana la diversità è stata una caratteristica della nostra specie. Oggi non è più così ed è giusto che gli scienziati cognitivi si chiedano dove stiamo andando.  sdf

(Internazionale 1296, 1 marzo 2019)