domenica 17 marzo 2019

SERVE ANCORA UNA CULTURA UMANISTICA?

 Seguo da tempo con interesse i suoi interventi, ma leggendo la sua risposta a chi le chiedeva una riflessione sugli effetti della perdita della cultura umanistica, mi sono arrabbiato perché lei dipinge un quadro allarmante del mondo giovanile. Si chiede se i giovani d'oggi saranno in grado di affrontare la vita senza sgretolarsi, se saranno in grado, senza il lume degli antichi, di sopportare i rivolgimenti della fortuna, di creare una famiglia, di non essere un puro distillato di egoismo e disinteresse. E nel domandarsi questo, si fa interprete di un sentire diffuso, a suo dire, nel mondo educativo («il risultato sono i nostri giovani, della cui condotta non c'è genitore o insegnante che non si lamenti»).  Se vi è una patologia in corso, il modo più efficace di affrontarla e debellarla è comprenderne è la causa. A mio parere, ammesso che la sua diagnosi sia esatta, siamo in totale disaccordo sull’identificazione delle cause. È come se coloro che crebbero immersi nella cultura umanistica non avessero commesso scempi e vergogne di cui la storia ci offre triste ricordo.
Marcello Bolognese

 Quando si legge un testo, qualunque esso sia, prima di arrabbiarsi perché non si trovano immediate conferme alla propria visione del mondo, bisognerebbe capire che cosa quel testo propriamente dice, e vedere se non sia il caso di modificare la vostra visione del mondo proprio grazie agli spunti offerti da quel testo. La lettura serve a questo: a movimentare le nostre idee, a  problematizzarle, in modo che non agiscano dentro di noi come dettati ipnotici, come idee comode che non danno problemi, che facilitano il giudizio, in una parola che ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo.
 Venendo alla sua obiezione alla mia riflessione sulla perdita della cultura umanistica, la mia accusa era rivolta alla scuola che, adottando la metodologia anglosassone che prende in considerazione non il soggetto ma le sue prestazioni, rinuncia all’educazione per limitarsi all'istruzione. Le conseguenze sono tutt'altro che trascurabili in ordine alla formazione dell'uomo, che dovrebbe essere lo scopo primario di tutte le scuole secondarie, qualunque sia il loro indirizzo, perché un soggetto, anche in possesso di molte competenze, ma privo di umanità, per me è un soggetto pericoloso.
 A differenza dell'istruzione, che è una trasmissione di contenuti intellettuali dall'insegnante allo studente, l'educazione prevede che si segua lo studente nella sua crescita emotiva e sentimentale, in modo che sappia riconoscere la sua interiorità e regolarsi con quella competenza che la cultura umanistica offre quando, con la letteratura, ci fa conoscere che cos'è il dolore in tutte le sue  variazioni, l'amore in tutte le sue modulazioni, la noia, la tragedia, l'entusiasmo, la gioia, la disperazione, perché senza competenza emotiva non capisci che cosa ti passa nell'anima, e nel dolore non sai come cavartela, così come nell'amore quando la passione ti obnubila.
 Il fatto che la nostra scuola al massimo istruisce, ma non educa (perché per educare ci vorrebbero classi di 12 o 15 studenti e professori con una buona capacità empatica che non si ha per apprendimento, ma per natura) è una delle cause del disagio giovanile. Ovviamente non è l'unica, perché l'età a sfondo nichilista che stiamo vivendo ha sottratto ai giovani il futuro («manca lo scopo», scrive Nietzsche), e quando il futuro non motiva, manca la ragione per cui ci si deve impegnare e darsi da fare («manca la risposta al perché», scrive sempre Nietzsche).
L'abbandono della cultura umanistica, a cui sono connessi i processi educativi, non è l'unica causa del disagio giovanile, ma è una significativa componente, oltre che un sinonimo, se è vero che persino la scuola rinuncia a sapere chi è uno studente, dal momento che ne valuta unicamente le sue prestazioni. E con l'esclusione della soggettività, l'educazione diventa impossibile per principio.
Come vede l'educazione a sfondo umanistico non è necessariamente il rimedio al disagio giovanile, ma è senz'altro un aiuto perché questo disagio non diventi parossistico o non si traduca, se non in tragedia, in quei percorsi a rischio che spesso i giovani imboccano perché non hanno alcuna consapevolezza di sé e non intendono assaporare quotidianamente la loro insignificanza sociale. Ho sempre pensato che l'alcol, la droga, la vita notturna che molti giovani prediligono a quella diurna sono rimedi a cui essi ricorrono non per una sfrenata ricerca del piacere, ma per anestetizzarsi dall'angoscia che avvertono quando il loro sguardo sporge sul futuro, che a loro più non appare come una promessa, ma piuttosto come una minaccia.
Umberto Galimberti, D La Repubblica 9/03/2019