silenzio, parla Dio
Dieci parole, una lingua essenziale per dire un nuovo mondo, per imparare un linguaggio inedito, la grammatica della libertà. Parole straniere per chi ha conosciuto soltanto la schiavitù; parole da ripetere, fino ad indossarle come una pelle, per poter trasformare la vita e scacciare l'Egitto dal cuore di Israele.
Non sono parole universali, come spesso si pensa, un codice di valori per tutti i popoli, come la Carta dei diritti dell'uomo; sono insegnamenti rivolti a un interlocutore particolare, un popolo liberato. Chi vive in condizioni di asservimento non può osservarle e, forse, non deve nemmeno farlo. Si può chiedere a chi non dispone della propria vita e non può decidere del proprio tempo di rispettare il sabato o di non desiderare gli affetti e i beni del proprio vicino?
Parole particolari che, tuttavia, hanno la pretesa di diventare insegnamento per tutti, poiché l'umanità intera è chiamata da Dio alla libertà. È anche per questo che le tavole della Torà vengono consegnate nel deserto e non nella terra. Un'anomalia che fa di Israele l'unico popolo ad avere una costituzione redatta nella «no man's land», fuori dalla terra che dovrà abitare. Un segnale che rimanda il popolo a un modo diverso di fondare uno stato, meno identitario e più etico. Al punto che saranno banditi il possesso e la speculazione. La terra gli sarà donata come spazio di condivisione. Quando Israele si ritroverà di nuovo in esilio, nelle stesse condizioni da cui era partito, in un altro Egitto chiamato Babilonia, rivisitando la propria storia, riconoscerà che in realtà, non ha mai posseduto quella terra promessa, visto che ne ha fatto un territorio inospitale, anch'esso identico ai tanti luoghi segnati dall'ingiustizia. Ha riprodotto gli stessi meccanismi mortali da cui era stato liberato, sfigurando la terra promessa in terra di schiavitù e trasformando il disegno divino in utopia, nel senso letterale di «un luogo», realtà che non è mai esistita.
Se è vero che il blitz che ha portato fuori dall'Egitto un gruppo di schiavi è stato un atto unilaterale di Dio, è altresì vero che, per proseguire nel cammino, il popolo deve ora esprimere il suo consenso e imparare quelle poche regole che gli permetteranno una vita giusta. Poche norme, da contare sulle dita delle mani, per imparare a relazionare con l'altro: sia il totalmente Altro, il divino, che quello più prossimo.
Il decalogo si apre con un prologo, spesso dimenticato quando, nel catechismo, si citano i comandamenti: «io sono il Signore Dio tuo che ti ha tratto dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù (20,2). Premessa necessaria per capire chi è il Dio che parla e a chi si rivolge. L'autore di questo discorso si presenta e lo fa in una relazione, all'interno di una storia specifica, che evoca la memoria della schiavitù e la promessa della terra di libertà. Dio non è entità astratta, immobile e insondabile. La sua dimora non è nel cielo. Egli ha piantato la sua tenda in mezzo al suo figlio primogenito, Israele. Lo ha fatto nascere a libertà ed ora lo guida verso la maturità. Lo ha svezzato, protetto, sostenuto nella stanchezza, lo ha guidato nei suoi primi passi e ora gli insegna a parlare: una lingua nuova, quella del Sinai. È la lingua di Dio, che irrompe e scardina i linguaggi sgrammaticati del dominio che schiavizza; ma non è parola esoterica, poiché Dio comunica con parole umane per farsi capire.
Mettersi alla sequela di questo Dio è riconoscere che la libertà non è un evento puntuale, ma un progetto. Ci si educa alla libertà vigilando sul modo giusto di parlare, di nominare il mondo. In gioco non c'è soltanto l'apprendimento formale di una lingua. L'insegnamento del Sinai plasma un'umanità. Offre anticorpi per non ricadere nelle dipendenze mortali di quegli idoli che seducono e schiavizzano. Nel condensato delle dieci parole consegnate a Mosè risiede il nucleo incandescente del sogno di Dio, la rivelazione di un altro modo di abitare la terra. Impossibile non sostare a lungo, ai piedi di quell'altura, se ci sta a cuore una vita non costretta entro i limiti del «così fan tutti», una storia che parli una lingua diversa da quella del faraone.
Lidia Maggi
(Rocca, 1 maggio)
Dieci parole, una lingua essenziale per dire un nuovo mondo, per imparare un linguaggio inedito, la grammatica della libertà. Parole straniere per chi ha conosciuto soltanto la schiavitù; parole da ripetere, fino ad indossarle come una pelle, per poter trasformare la vita e scacciare l'Egitto dal cuore di Israele.
Non sono parole universali, come spesso si pensa, un codice di valori per tutti i popoli, come la Carta dei diritti dell'uomo; sono insegnamenti rivolti a un interlocutore particolare, un popolo liberato. Chi vive in condizioni di asservimento non può osservarle e, forse, non deve nemmeno farlo. Si può chiedere a chi non dispone della propria vita e non può decidere del proprio tempo di rispettare il sabato o di non desiderare gli affetti e i beni del proprio vicino?
Parole particolari che, tuttavia, hanno la pretesa di diventare insegnamento per tutti, poiché l'umanità intera è chiamata da Dio alla libertà. È anche per questo che le tavole della Torà vengono consegnate nel deserto e non nella terra. Un'anomalia che fa di Israele l'unico popolo ad avere una costituzione redatta nella «no man's land», fuori dalla terra che dovrà abitare. Un segnale che rimanda il popolo a un modo diverso di fondare uno stato, meno identitario e più etico. Al punto che saranno banditi il possesso e la speculazione. La terra gli sarà donata come spazio di condivisione. Quando Israele si ritroverà di nuovo in esilio, nelle stesse condizioni da cui era partito, in un altro Egitto chiamato Babilonia, rivisitando la propria storia, riconoscerà che in realtà, non ha mai posseduto quella terra promessa, visto che ne ha fatto un territorio inospitale, anch'esso identico ai tanti luoghi segnati dall'ingiustizia. Ha riprodotto gli stessi meccanismi mortali da cui era stato liberato, sfigurando la terra promessa in terra di schiavitù e trasformando il disegno divino in utopia, nel senso letterale di «un luogo», realtà che non è mai esistita.
Se è vero che il blitz che ha portato fuori dall'Egitto un gruppo di schiavi è stato un atto unilaterale di Dio, è altresì vero che, per proseguire nel cammino, il popolo deve ora esprimere il suo consenso e imparare quelle poche regole che gli permetteranno una vita giusta. Poche norme, da contare sulle dita delle mani, per imparare a relazionare con l'altro: sia il totalmente Altro, il divino, che quello più prossimo.
Il decalogo si apre con un prologo, spesso dimenticato quando, nel catechismo, si citano i comandamenti: «io sono il Signore Dio tuo che ti ha tratto dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù (20,2). Premessa necessaria per capire chi è il Dio che parla e a chi si rivolge. L'autore di questo discorso si presenta e lo fa in una relazione, all'interno di una storia specifica, che evoca la memoria della schiavitù e la promessa della terra di libertà. Dio non è entità astratta, immobile e insondabile. La sua dimora non è nel cielo. Egli ha piantato la sua tenda in mezzo al suo figlio primogenito, Israele. Lo ha fatto nascere a libertà ed ora lo guida verso la maturità. Lo ha svezzato, protetto, sostenuto nella stanchezza, lo ha guidato nei suoi primi passi e ora gli insegna a parlare: una lingua nuova, quella del Sinai. È la lingua di Dio, che irrompe e scardina i linguaggi sgrammaticati del dominio che schiavizza; ma non è parola esoterica, poiché Dio comunica con parole umane per farsi capire.
Mettersi alla sequela di questo Dio è riconoscere che la libertà non è un evento puntuale, ma un progetto. Ci si educa alla libertà vigilando sul modo giusto di parlare, di nominare il mondo. In gioco non c'è soltanto l'apprendimento formale di una lingua. L'insegnamento del Sinai plasma un'umanità. Offre anticorpi per non ricadere nelle dipendenze mortali di quegli idoli che seducono e schiavizzano. Nel condensato delle dieci parole consegnate a Mosè risiede il nucleo incandescente del sogno di Dio, la rivelazione di un altro modo di abitare la terra. Impossibile non sostare a lungo, ai piedi di quell'altura, se ci sta a cuore una vita non costretta entro i limiti del «così fan tutti», una storia che parli una lingua diversa da quella del faraone.
Lidia Maggi
(Rocca, 1 maggio)