L’omicidio del generale Soleimani: la posta in gioco
04-01-2020 - di: Alberto Negri
Il
nuovo anno americano si inaugura con un altro sconcertante capitolo
della destabilizzazione permanente del Medio Oriente voluta da
Washington: altro che ritiro degli Stati Uniti dalla regione! Colpire al
cuore il regime iraniano e assestare una mazzata all’apparato di
sicurezza sciita in Iraq.
Uccidere
il generale iraniano Qassem Soleimani e il suo braccio destro iracheno
Abu Mahdi al Muhandisi, capo delle forze di mobilitazione popolare dei
Kataib Hezbollah: questo è stato l’ordine di Trump anticipato 24 ore
prima, pubblicamente, dall’ex agente dei servizi Usa Michael Pregent
senza che, peraltro, nessuno se ne accorgesse.
Siamo
nel pieno di quel “caos creativo” – anche questa volta dalle
conseguenze imponderabili – che gli Stati Uniti perseguono da circa un
ventennio con criminale determinazione nel nostro cortile di casa. Una
decisione che rientra perfettamente nella strategia americana di
sconvolgere gli equilibri precari del Medio Oriente iniziata con
l’invasione dell’Iraq nel 2003, continuata con i raid in Libia del 2011
contro Gheddafi, insieme a Francia e Gran Bretagna, e proseguita con la
guerra per procura in Siria contro Assad, un conflitto che ha visto le
monarchie del Golfo e la Turchia impegnate, insieme ai jihadisti, a
contrastare prima di tutto l’influenza iraniana e poi anche quella
russa. Il tutto con il consenso degli Stati Uniti.
L’obiettivo
di Washington era ed è quello di polverizzare gli Stati arabi e
musulmani che in qualche modo possono opporsi a Israele, il guardiano
degli Usa nella regione, e all’Arabia Saudita, il maggiore cliente di
armamenti Usa legato dal 1945 a Washington da un patto di ferro firmato
tra il sovrano Ibn Saud e il presidente Roosevelt. La sostanza del
conflitto secolare tra sciiti e sunniti, manovrato già con l’attacco di
Saddam Hussein all’Iran rivoluzionario nel 1980 e rinfocolato in Siria e
Yemen, risiede nello scopo di eliminare prima o poi, il regime della
repubblica islamica. L’obiettivo della destabilizzazione permanente è
stato colto in Iraq, precipitato nel caos da 17 anni, e in parte anche
in Siria, nel mirino costante dei missili israeliani. Ma rimaneva e
rimane l’influenza di Teheran in Iraq, a Damasco e soprattutto in Libano
dove gli Hezbollah alleati di Teheran sono dotati di un arsenale
missilistico che ha fermato Israele nel 2006. L’attentato americano
contro Soleimani rientra in questa logica e non a caso il generale
iraniano, dominus della politica estera e non solo militare nella
regione, ieri rientrava a Baghdad proprio da Beirut. Era lui
l’architetto della resistenza sciita che rivolgeva i suoi ammonimenti
direttamente anche ai generali americani come Petraeus.
I
venti di guerra anticipati ieri dal titolo del manifesto per la Libia
si sono puntualmente concretizzati in Iraq. Ma c’è di più: 24 ore prima
che Qassem Soleimani e Al Muhandis venissero colpiti da un drone
all’aereoporto di Baghdad il sito della tv saudita Al Arabiya pubblicava
un articolo di Michael Pregent, ex agente Usa e consulente del governo
iracheno, in cui si affermava esplicitamente: «È tempo di colpire
Soleimani e Muhandis perché sono loro i maggiori nemici degli Usa e
dell’Arabia Saudita». Tra l’altro l’ex agente – che tanto ex non è pur
lavorando adesso per l’Hudson Institute – ci informava che il segretario
di Stato Mike Pompeo aveva chiamato al telefono Hadi Al Amiri,
parlamentare e capo delle brigate sciite Al Badr filo-iraniane, che
aveva appena chiesto di mandare via i soldati americani dall’Iraq dopo
l’attacco all’ambasciata Usa di Baghdad: insomma gli aveva fatto una
telefonata di avvertimento, perché ormai tutti gli alleati iracheni
dell’Iran sono nel mirino.
Ma
per quale motivo gli Usa hanno colpito Soleimani proprio adesso? La sua
presenza e la sua capacità organizzativa erano incompatibili con i
piani americani di fare dell’Iraq una base operativa anti-iraniana. I
segnali dell’escalation in Iraq si potevano cogliere già nelle settimane
precedenti con gli attacchi Hezbollah agli Usa e le immediate repliche
americane. Gli Usa stanno facendo le valigie dalla Turchia che ha
accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una
base sicura né per tenere le testate atomiche né per attaccare l’Iran.
Erdogan, che ha pure acquistato le batterie russe anti-missile S-400,
non è più un alleato Nato affidabile e ha già chiuso Incirlik dopo il
fallito golpe del 2016, concedendo poi assai di malavoglia la base agli
americani per i raid contro il Califfato. Gli Usa hanno così rafforzato
la loro presenza in Iraq, aggiungendo 750 militari ai 5mila già presenti
e trasferendo una parte del loro arsenale balistico e le bombe nel caso
gli Usa dovessero attaccare la Repubblica islamica. Insieme
naturalmente ai droni che potrebbero avere colpito Soleimani anche dal
territorio iracheno. Se fosse confermata questa ipotesi, come sembra
adombrare alla Bbc l’informato agente Pregent, la tensione diventerà
esplosiva.
Questo è il “caos creativo” bellezza, e noi ci siamo in mezzo.
L’articolo è tratto da “il manifesto” del 4 gennaio