Letture:
Is 42, 1-4. 6-7; Sal.28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17
Isaia
42,1-4.6-7
Nella
profezia di Isaia sono presenti quattro poemetti chiamati “canti
del Servo del Signore” (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9;
52,13-53,12), i quali presentano un’ora della vita di un uomo
anonimo, autentico e radicale schiavo del Signore, che, chiamato da
lui, compie fedelmente la missione assegnatagli. Il testo odierno è
tratto dal primo canto, che delinea il profilo di questo eletto di
Dio sul quale dimora lo Spirito del Signore. È un profeta che
parlerà a nome di Dio e si presenterà mite e umile, ma con una
missione universale: diventare “alleanza del popolo e luce delle
genti”, liberazione di tutti i prigionieri delle tenebre. Ben
presto i credenti in Gesù Cristo hanno individuato in questo Servo i
tratti del profeta Gesù che nell’umiltà si fa immergere da
Giovanni nel Giordano.
In
quel tempo, 13Gesù
dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da
lui.
Il
fatto che Gesù va dal Battista per il battesimo mostra in modo
chiaro che pensava di essere un peccatore bisognoso di penitenza.
Per
la nostra fede è davvero tonificante il prendere atto che anche Gesù
ha percorso la strada della nostra umanità: ha imparato dal
Battista, si è immedesimato e immerso nelle vicende del suo popolo e
del suo tempo, ha cercato la volontà di Dio, ha compiuto un cammino
di conversione a partire dal proprio cuore.
La
strada è chiara e quotidiana: convertirci ogni giorno e diventare
coscienti che non viviamo a caso, se ascoltiamo, come Gesù, la voce
di Dio, se non chiudiamo il cielo sopra di noi, se non ci barrichiamo
nelle tombe degli idoli e nelle prigioni dell'io.
Questa
pagina biblica rappresenta una icona, un quadro teologico ricco di
significato. La Bibbia è piena di “voci dal cielo” con cui Dio
chiama il popolo e i singoli e notifica il Suo volere.
La
metafora del cielo che si apre per farci udire la voce divina è la
testimonianza di un Dio che si avvicina, accompagna, resta in dialogo
con noi, esorta, rende consapevole dei suoi doni o conferisce una
chiamata, una vocazione particolare. Dunque un Dio vivo, in relazione
con il popolo, con i profeti, con noi.
«Questi
è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
"Tu
sei il mio figlio bene-amato, nel quale mi sono compiaciuto"
."Prediletto", spesso viene tradotto nella Bibbia, ma la
traduzione più letterale è "bene-amato". Gesù - quindi -
è anzitutto "bene-amato" e in lui Dio si "compiace".
Tutti noi veniamo educati a meritarci di essere amati, a compiere dei
gesti che ci rendono meritevoli dell'affetto altrui; sin da piccoli
siamo educati ad essere buoni alunni, buoni figli, buoni fidanzati,
buoni sposi, buoni genitori,... il mondo premia le persone che
riescono, capaci e - dentro di noi - s'insinua l'idea che Dio mi ama,
certo, ma a certe condizioni. Tutta la nostra vita elemosina un
apprezzamento, un riconoscimento. Dio mi dice che io sono amato bene,
dall'inizio, prima di agire, a priori: Dio non mi ama perché buono
ma - amandomi - mi rende buono. Dio si compiace di me perché vede il
capolavoro che sono, l'opera d'arte che posso diventare, la dignità
con cui egli mi ha rivestito. Allora, ma solo allora, potrò guardare
al percorso da fare per diventare opera d'arte, alle fatiche che mi
frenano, alle fragilità che devo superare. Il cristianesimo è
questo: la scoperta che Dio mi ama per ciò che sono, Dio mi svela in
profondità ciò che sono: bene-amato.
È difficile amare "bene",
l'amore è grandioso e ambiguo, può costruire e distruggere, non si
tratta di adorare qualcuno, ma di amarlo "bene", renderlo
autonomo, adulto, vero, consapevole. Così Dio fa con me.
S.P.