Animali, piante, rocce, fiumi, mari (e lo stesso clima) sono esseri viventi
È il principio dello shintoismo, che venera gli spiriti della natura ed è sopravvissuto alla razionalità scientifica. Ecco perché il Giappone è così affascinante
Tra i primi ad avere colto questo fascino del Giappone fu uno scrittore-viaggiatore italiano, Fosco Maraini. Allievo di un altro grande etnologo-orientalista, Giuseppe Tucci, che gli fece scoprire il Tibet, Maraini subisce in Giappone un crudele scherzo del destino. Ci arriva nel 1938 per fuggire dal fascismo; ma dopo l'8 settembre 1943, poiché si è rifiutato di giurare fedeltà a Salò, la polizia nipponica lo arresta e lo deporta in un campo di concentramento (insieme alla figlia Dacia). Quella vicenda non incrina il suo amore: dopo le sue prime esplorazioni degli anni '30 e '40, in Giappone abita a più riprese tra i '50 e '70. Le sue intuizioni, immortalate in bestseller mondiali come Ore giapponesi del 1957, vanno rilette oggi per capire cosa ci attira verso il Sol Levante. «I giapponesi», scriveva Maraini, «sono grandi. Attraverso i millenni, resistendo alla gigantesca pressione culturale della Cina e del buddismo prima, dell'Europa e dell'Occidente poi, persino alla sconfitta, hanno mantenuto intatto questo culto delle origini, questo legame mistico con la natura e con gli dèi. L'Occidente ride; pensa: gli dèi, chi sono costoro? La verità è che tutti noi ci troviamo dinanzi all'infinito mistero; cento sono le vie per avvicinarsi al supremo segreto. Il mistero è nostro padre, gli dèi sono nostri figli... ogni civiltà ha gli dèi che si merita. Il Giappone ha le mitologiche, felici, umane, irrazionali figure dei suoi dèi nascosti con le stelle fra le chiome degli alberi giganteschi d'un bosco... Lo Shinto non vive di credi e di dogmi, ma di simboli ed intuizioni, di suggerimenti e sussurri, d'allusioni e di poesia, d'architettura e di giardini, di musiche, di silenzi».
Federico Rampini è da molti anni corrispondente di Repubblica da New York, dopo esserlo stato da Bruxelles, San Francisco, Pechino. È autore di una trentina di saggi.
(D la Repubblica, 8 febbraio 2020)
È il principio dello shintoismo, che venera gli spiriti della natura ed è sopravvissuto alla razionalità scientifica. Ecco perché il Giappone è così affascinante
È TORNATO DI MODA il viaggio in Giappone. Un po' è avvenuto per esclusione. La Cina, ancora prima dell'allarme sanitario, era avvolta da un nuovo clima di ostilità; soprattutto per noi giornalisti, è divenuta meno accogliente. L'India di Narendra Modi, la Birmania di Aung San Suu Kyi, ci ricordano che le paure etniche non sono solo occidentali, hanno seguiti di massa tra induisti e buddisti. Il Giappone è una storia a parte. Oggi raramente fa notizia per la grande geopolitica, vive un po' all'ombra della mastodontica vicina. Ci attira perché fra i templi di Kyoto e la fioritura dei ciliegi (tra due mesi) inseguiamo un'idea di Oriente irriducibile; forse qualche risposta alle nostre ansie più acute.
Il Giappone fu la prima nazione asiatica nell'era contemporanea a batterci sul nostro terreno, diventando uno dei luoghi della modernità più sofisticata. Ma non si è mai omologato completamente, coltiva una diversità tenace. Una delle sue manifestazioni è l'ambientalismo, che non è recente bensì affonda le radici in un culto nato tremila anni fa: la venerazione dei kami, spiriti che abitano la natura. È lo shintoismo, religione "indigena", ancora più antica del buddismo, un insieme di credenze e riti panteistici (Dio è ovunque) e animistici (l'universo intero, animali piante rocce fiumi e mari, lo stesso clima, sono esseri viventi). Fra shintoismo e buddismo i rapporti sono stati alterni: in certe epoche le due religioni si fusero; altre volte i sovrani nipponici vollero ristabilire nello shintoismo l'unica religione di Stato. È sopravvissuto in modo sorprendente, adattandosi alla razionalità scientifica.
Tra i primi ad avere colto questo fascino del Giappone fu uno scrittore-viaggiatore italiano, Fosco Maraini. Allievo di un altro grande etnologo-orientalista, Giuseppe Tucci, che gli fece scoprire il Tibet, Maraini subisce in Giappone un crudele scherzo del destino. Ci arriva nel 1938 per fuggire dal fascismo; ma dopo l'8 settembre 1943, poiché si è rifiutato di giurare fedeltà a Salò, la polizia nipponica lo arresta e lo deporta in un campo di concentramento (insieme alla figlia Dacia). Quella vicenda non incrina il suo amore: dopo le sue prime esplorazioni degli anni '30 e '40, in Giappone abita a più riprese tra i '50 e '70. Le sue intuizioni, immortalate in bestseller mondiali come Ore giapponesi del 1957, vanno rilette oggi per capire cosa ci attira verso il Sol Levante. «I giapponesi», scriveva Maraini, «sono grandi. Attraverso i millenni, resistendo alla gigantesca pressione culturale della Cina e del buddismo prima, dell'Europa e dell'Occidente poi, persino alla sconfitta, hanno mantenuto intatto questo culto delle origini, questo legame mistico con la natura e con gli dèi. L'Occidente ride; pensa: gli dèi, chi sono costoro? La verità è che tutti noi ci troviamo dinanzi all'infinito mistero; cento sono le vie per avvicinarsi al supremo segreto. Il mistero è nostro padre, gli dèi sono nostri figli... ogni civiltà ha gli dèi che si merita. Il Giappone ha le mitologiche, felici, umane, irrazionali figure dei suoi dèi nascosti con le stelle fra le chiome degli alberi giganteschi d'un bosco... Lo Shinto non vive di credi e di dogmi, ma di simboli ed intuizioni, di suggerimenti e sussurri, d'allusioni e di poesia, d'architettura e di giardini, di musiche, di silenzi».
Federico Rampini è da molti anni corrispondente di Repubblica da New York, dopo esserlo stato da Bruxelles, San Francisco, Pechino. È autore di una trentina di saggi.
(D la Repubblica, 8 febbraio 2020)