L’espressione
ricorda che Nicea era in Grecia la villa delle vacanze
dell’imperatore romano Costantino.
A Nicea si svolse nel 325 il
celebre concilio che definì, tra lotte-inganni-destituzioni, il
dogma della divinità di Gesù e lo impose alle comunità cristiane
che lo accolsero solo in minima parte.
A Nice, invece, nella Tracia,
nel 359 Gesù fu definito, contro Nicea, solo simile al Padre. Dopo
Nicea e Nice, regnava nella chiesa il più grande disorientamento e
in fondo il vincitore vero e proprio era ancora l’arianesimo che
negava la divinizzazione di Gesù, tanto che Girolamo (347-420) nel
suo noto scritto si esprime così: “Ingemuit totus orbis et Arianum
se esse miratus est” (Tutto il mondo ebbe un gemito e si meravigliò
di essere ariano).
Dunque con sorpresa “tutto il mondo” scoprì
che l’arianesimo era ovunque. Ad esso aderirono le tribù
germaniche, anzitutto i visigoti…
Dunque
le imposizioni conciliari di Nicea furono tutt’altro che
pacificamente accolte… Un giorno, se troverò il tempo, documenterò
i tre secoli in cui l’opposizione alla definizione dogmatica di
Nicea fu diffusa e spesso maggioritaria.
Questa
pagina storica è poco nota a chi ancora la domenica (spero siano
ormai pochi) recitasse il Credo niceno-costantinopolitano.
Sta
di fatto però che per molti cristiani e teologi cristiani il
Concilio di Nicea, con le sue affermazioni, resta una mummia da non
toccare, un cardine della fede, come una verità caduta dal cielo. Si
può discutere di tutto, ma purché non si tocchi che Gesù è Dio,
il Dio incarnato, della stessa sostanza del Padre e poi vero uomo e
vero Dio.
Così, da Nicea a Calcedonia, non ci si può separare.
Eppure
questi “prigionieri di Nicea” sanno che ora ci sono gli strumenti
storici e gli studi esegetici per esprimere la fede in altri
linguaggi.