sabato 15 febbraio 2020

LE PRIGIONI DI NICEA

L’espressione ricorda che Nicea era in Grecia la villa delle vacanze dell’imperatore romano Costantino. 
A Nicea si svolse nel 325 il celebre concilio che definì, tra lotte-inganni-destituzioni, il dogma della divinità di Gesù e lo impose alle comunità cristiane che lo accolsero solo in minima parte. 
A Nice, invece, nella Tracia, nel 359 Gesù fu definito, contro Nicea, solo simile al Padre. Dopo Nicea e Nice, regnava nella chiesa il più grande disorientamento e in fondo il vincitore vero e proprio era ancora l’arianesimo che negava la divinizzazione di Gesù, tanto che Girolamo (347-420) nel suo noto scritto si esprime così: “Ingemuit totus orbis et Arianum se esse miratus est” (Tutto il mondo ebbe un gemito e si meravigliò di essere ariano). 
Dunque con sorpresa “tutto il mondo” scoprì che l’arianesimo era ovunque. Ad esso aderirono le tribù germaniche, anzitutto i visigoti…
Dunque le imposizioni conciliari di Nicea furono tutt’altro che pacificamente accolte… Un giorno, se troverò il tempo, documenterò i tre secoli in cui l’opposizione alla definizione dogmatica di Nicea fu diffusa e spesso maggioritaria.
Questa pagina storica è poco nota a chi ancora la domenica (spero siano ormai pochi) recitasse il Credo niceno-costantinopolitano.
Sta di fatto però che per molti cristiani e teologi cristiani il Concilio di Nicea, con le sue affermazioni, resta una mummia da non toccare, un cardine della fede, come una verità caduta dal cielo. Si può discutere di tutto, ma purché non si tocchi che Gesù è Dio, il Dio incarnato, della stessa sostanza del Padre e poi vero uomo e vero Dio. 
Così, da Nicea a Calcedonia, non ci si può separare.
Eppure questi “prigionieri di Nicea” sanno che ora ci sono gli strumenti storici e gli studi esegetici per esprimere la fede in altri linguaggi.
Franco Barbero