venerdì 14 febbraio 2020

L'intervista
«Il dialogo vale quanto una tac»
Bisogna combattere l'idea della medicina fatta solo di diagnosi meccaniche e terapie standard. Fabio Lucidi spiega perché


Nelle scienze della salute, le false piste sono all'ordine del giorno. Solo una corretta narrazione della malattia e della cura restituiscono limpidezza all'aria». Per Fabio Lucidi, preside della facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza, l'idea che lo "star bene" sia definito solo da diagnosi meccaniche e cure algoritmiche va combattuta: una missione di cui l'università può farsi carico. Anche con la lettura di poesie scelte per arricchire gli appuntamenti di InclusivaMente, con i quali la facoltà si apre al confronto con altre discipline.
Che cosa intende per "false piste"?
«La disponibilità a processi di cura basati sul verosimile scientifico. La convinzione che un test genetico sia in sé una definizione di certezza. Ma anche l'idea che un unico apparecchio ci sveli tutto su di noi».
Un apparecchio per le risonanze non dirà tutto, ma dice tanto.
«La tecnologia in campo medico ha fatto progressi importanti, ma da sola non risponde al bisogno fondamentale di capire ed essere capiti, di attribuire un significato a ciò che accade, dare continuità agli avvenimenti e metterli insieme. Un processo di cura passa attraverso la consapevolezza di ciò che sta accadendo. La diagnosi consiste non solo nel capire la patologia, ma coincide con la convinzione di medico e paziente, di essersi compresi».
E a questo momento, che ha del miracoloso, come si arriva?
 «Un esempio arriva dagli Stati Uniti. Nel caso di malati con demenze, i caregiver, i parenti, sono sottoposti a un forte stress anche perché il fattore di rischio è alto. Ci si aspetta che chi abbia più denaro gestisca meglio la situazione. Invece si è scoperto che i caregiver afroamericani si ammalano meno, sul piano fisico e psicologico, rispetto ai ricchi caregiver caucasici. Sa perché? La famiglia dà alla patologia del famigliare malato un significato condiviso. La legano all'idea della prova da superare, spesso dentro una dimensione spirituale. In questa attribuzione di significato, resistono meglio. È lo stesso principio di condivisione alla base dei gruppi di autoaiuto che tanto hanno contribuito al successo delle terapie».
E i caregiver caucasici?
«Reagiscono con "perché proprio a me?" e questo smarrimento li rende più fragili».
Narrare è un po' guarire e un po' non ammalarsi. È così?
«La narrazione "fa bene" e agisce in una dimensione sanitaria a qualsiasi livello. Narrare gli errori della storia, se ci si pensa, permette di dare un significato a ciò che è avvenuto, una capacità che si associa all'evoluzione della nostra specie. Nessuna macchina potrà sostituirla». C.A.

(la Repubblica 30 gennaio)