Non
è vero che i politici sono tutti uguali come spesso si chiacchiera nei
bar e non solo. Le amministrazioni di destra o di sinistra fanno scelte
diverse. Con un provvedimento amministrativo apparentemente neutro e
corretto, la nuova giunta regionale (lega, Forza Italia, fratelli
d'Italia) ha decisamente complicato l'accesso alle case popolari per le
famiglie straniere extracomunitarie.
La
legge regionale del Piemonte che regolamenta l'accesso e la permanenza
nelle case popolari prevede che, oltre a un limite reddituale ovvio, non
si debbano possedere case adeguate alle esigenze del nucleo familiare
in Italia e all'estero (contro questa norma delle proprietà all'estero
il sindacato inquilini si è opposto ritenendola inutile e ingestibile).
Casa adeguata significa rispettosa degli spazi sufficienti per la
famiglia, con servizi e con impianti in regola.
Ritengo
che ha un senso questa norma per le proprietà immobiliari posseduti in
Italia: se un cittadino ha una casa adeguata nel paese è corretto che ho
la usi o se ne liberi. Molto meno sensato che un cittadino proveniente,
ad esempio, dal Perù debba dimostrare di non averla nel paese di
origine. La casa è una necessità nel luogo dove si vive e si lavora.
Oggi un cittadino extracomunitario che in Piemonte partecipa a un bando
per l'assegnazione di un alloggio popolare deve avere alcune
caratteristiche: un reddito compatibile, cioè basso, la residenza
stabile e continuativa in regione da almeno cinque anni, tre nel comune
dove presenta la domanda e i permessi di soggiorno in regola. Non mi
pare poco.
Aggiungo
che il buon senso ci fa supporre che chi emigra da fuori Europa per
venire da noi difficilmente è benestante con immobili di proprietà di
grande valore nel paese di origine. La precedente amministrazione
regionale guidata da Chiamparino aveva risolto il problema disponendo
con una circolare che per tutti, italiani o stranieri, era sufficiente
una autocertificazione sul non possesso di immobili.
La
nuova giunta ha deciso che questo non basta più, e con una circolare
del 14 novembre 2019 ha disposto che i cittadini di Stati non
appartenenti all'Unione Europea devono "produrre apposita
certificazione o attestazione rilasciata dalla competente autorità dello
Stato di nazionalità nelle forme previste dall'articolo 33 del d.p.r.
445 /2000, non essendo sufficiente per tali soggetti la dichiarazione
sostitutiva di atto di notorietà". Questo articolo prevede che le
certificazioni devono essere legalizzate dalle rappresentanze
diplomatiche e tradotte in italiano. E' chiaro a tutti noi che molti dei
paesi da cui provengono le donne e gli uomini extracomunitari non hanno
un catasto funzionante (siamo indietro anche in Italia) e se ce l'hanno
non ha i criteri richiamati dalle nostre regole e leggi.
Molti
Stati non hanno rappresentanze diplomatiche in regione ma solo a Roma e
quindi sembra che l'intento, ovviamente non dichiarato e anzi
negato-sostenendo la parità di trattamento tra cittadini-è chiaro:
inserire ostacoli, spesso insuperabili, all'accesso alla casa popolare
dei cittadini extracomunitari. Si crea anche un ulteriore disparità
perché per un cittadino straniero comunitario-francese, tedesco o rumeno
ad esempio-basta l'autocertificazione.
Lo
slogan gridato nelle piazze: "prima gli italiani" viene con coerenza
applicato dei governi locali di destra. Il prima gli italiani però non
si traduce in investimenti per politiche abitative che affrontino
finalmente l'emergenza abitativa nel nostro paese, emergenza che
riguarda molte famiglie povere italiane straniere e continua ad essere
grave, ma si traduce in anzitutto nel creare difficoltà gli stranieri.
È
indubbio che i cittadini stranieri sono spesso in testa alle
graduatorie per le assegnazioni di alloggi. Vivono in alloggi sovente
degradati, hanno redditi inferiori e quindi i punteggi previsti si
sommano. Esattamente com'è avvenuto con l'immigrazione dei meridionali
dal sud Italia che allora "passarono davanti" ai piemontesi.
Credo
che sia decisivo vigilare e opporsi a questa deriva perché non si
cercano le soluzioni per tutti coloro che sono in difficoltà, anzi
proprio non si fa nulla in questa direzione, ma si emettono
provvedimenti, apparentemente neutri e corretti, che in realtà hanno la
logica della discriminazione.
Giovanni Baratta
Tempi di fraternità
febbraio 2020