lunedì 24 febbraio 2020

PIEMONTE, QUANDO VINCE LA DESTRA

Non è vero che i politici sono tutti uguali come spesso si chiacchiera nei bar e non solo. Le amministrazioni di destra o di sinistra fanno scelte diverse. Con un provvedimento amministrativo apparentemente neutro e corretto, la nuova giunta regionale (lega, Forza Italia, fratelli d'Italia) ha decisamente complicato l'accesso alle case popolari per le famiglie straniere extracomunitarie. 
La legge regionale del Piemonte che regolamenta l'accesso e la permanenza nelle case popolari prevede che, oltre a un limite reddituale ovvio, non si debbano possedere case adeguate alle esigenze del nucleo familiare in Italia e all'estero (contro questa norma delle proprietà all'estero il sindacato inquilini si è opposto ritenendola inutile e ingestibile). Casa adeguata significa rispettosa degli spazi sufficienti per la famiglia, con servizi e con impianti in regola. 
Ritengo che ha un senso questa norma per le proprietà immobiliari posseduti in Italia: se un cittadino ha una casa adeguata nel paese è corretto che ho la usi o se ne liberi. Molto meno sensato che un cittadino proveniente, ad esempio, dal Perù debba dimostrare di non averla nel paese di origine. La casa è una necessità nel luogo dove si vive e si lavora. Oggi un cittadino extracomunitario che in Piemonte partecipa a un bando per l'assegnazione di un alloggio popolare deve avere alcune caratteristiche: un reddito compatibile, cioè basso, la residenza stabile e continuativa in regione da almeno cinque anni, tre nel comune dove presenta la domanda e i permessi di soggiorno in regola. Non mi pare poco. 
Aggiungo che il buon senso ci fa supporre che chi emigra da fuori Europa per venire da noi difficilmente è benestante con immobili di proprietà di grande valore nel paese di origine. La precedente amministrazione regionale guidata da Chiamparino aveva risolto il problema disponendo con una circolare che per tutti, italiani o stranieri, era sufficiente una autocertificazione sul non possesso di immobili. 
La nuova giunta ha deciso che questo non basta più, e con una circolare del 14 novembre 2019 ha disposto che i cittadini di Stati non appartenenti all'Unione Europea devono "produrre apposita certificazione o attestazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato di nazionalità nelle forme previste dall'articolo 33 del d.p.r. 445 /2000, non essendo sufficiente per tali soggetti la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà". Questo articolo prevede che le certificazioni devono essere legalizzate dalle rappresentanze diplomatiche e tradotte in italiano. E' chiaro a tutti noi che molti dei paesi da cui provengono le donne e gli uomini extracomunitari non hanno un catasto funzionante (siamo indietro anche in Italia) e se ce l'hanno non ha i criteri richiamati dalle nostre regole e leggi. 
Molti Stati non hanno rappresentanze diplomatiche in regione ma solo a Roma e quindi sembra che l'intento, ovviamente non dichiarato e anzi negato-sostenendo la parità di trattamento tra cittadini-è chiaro: inserire ostacoli, spesso insuperabili, all'accesso alla casa popolare dei cittadini extracomunitari. Si crea anche un ulteriore disparità perché per un cittadino straniero comunitario-francese, tedesco o rumeno ad esempio-basta l'autocertificazione. 
Lo slogan gridato nelle piazze: "prima gli italiani" viene con coerenza applicato dei governi locali di destra. Il prima gli italiani però non si traduce in investimenti per politiche abitative che affrontino finalmente l'emergenza abitativa nel nostro paese, emergenza che riguarda molte famiglie povere italiane straniere e continua ad essere grave, ma si traduce in anzitutto nel creare difficoltà gli stranieri. 
È indubbio che i cittadini stranieri sono spesso in testa alle graduatorie per le assegnazioni di alloggi. Vivono in alloggi sovente degradati, hanno redditi inferiori e quindi i punteggi previsti si sommano. Esattamente com'è avvenuto con l'immigrazione  dei meridionali dal sud Italia che allora "passarono davanti" ai piemontesi. 
Credo che sia decisivo vigilare e opporsi a questa deriva perché non si cercano le soluzioni per tutti coloro che sono in difficoltà, anzi proprio non si fa nulla in questa direzione, ma si emettono provvedimenti, apparentemente neutri e corretti, che in realtà hanno la logica della discriminazione. 

Giovanni Baratta 
Tempi di fraternità 
febbraio 2020