ATTRAVERSANDO IL DESERTO DELL'ODIO
Moni OVADIA
Il giorno della memoria è diventato, can il procedere degli anni, sempre di più un topos della cultura celebrativa del mondo accidentale e, a misura che i testimoni diretti dello sterminio ci lasciano per ragioni anagrafiche, la responsabilità delle nuove generazioni si configura come una sfida a tenere fermo e adamantino il senso autentico di quella memoria.
Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l'uso strumentale, la sacralizzazione. Primo Levi pose al più celebre e diffuso volume della sua opera di testimonianza e di riflessione sul genocidio e sul sistema concentrazionario della morte, il titolo "Se questo è un uomo".
Ecco, il più atroce crimine della storia è stato commesso da uomini contro uomini.
È giusto indagare, conoscere, comprendere e trasmettere il sapere delle diverse modalità e specificità delle ragioni con cui lo sterminio fu preparato e perpetrato. Ma è imprescindibile sapere che si tratta della distruzione di esseri umani, dell'annichilimento della loro dignità e della loro integrità.
La memoria di quell'orrore deve entrare a fare parte delle più intime fibre della primissima formazione di ogni essere umano, nell'unica forma che possa garantire il non ripetersi della sottocultura dell'odio che fu il ventre gravido che generò la peste dello sterminio di massa e del genocidio, la consapevolezza culturale, interiore e psichica dell'universalità dell'essere umano, il cui statuto di titolarità è contenuto nella Carta Universale dei diritti dell'uomo, a partire dal primo articolo: «tutti gli uomini nascono liberi ed eguali, pari in dignità e diritti».
Ma noi siamo lontani anni luce da un simile livello di coscienza, anzi siamo pesantemente regrediti riguardo ai principi fondativi delle grandi Carte dei diritti, in particolare della nostra straordinaria Costituzione.
Moni OVADIA
Il giorno della memoria è diventato, can il procedere degli anni, sempre di più un topos della cultura celebrativa del mondo accidentale e, a misura che i testimoni diretti dello sterminio ci lasciano per ragioni anagrafiche, la responsabilità delle nuove generazioni si configura come una sfida a tenere fermo e adamantino il senso autentico di quella memoria.
Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l'uso strumentale, la sacralizzazione. Primo Levi pose al più celebre e diffuso volume della sua opera di testimonianza e di riflessione sul genocidio e sul sistema concentrazionario della morte, il titolo "Se questo è un uomo".
Ecco, il più atroce crimine della storia è stato commesso da uomini contro uomini.
È giusto indagare, conoscere, comprendere e trasmettere il sapere delle diverse modalità e specificità delle ragioni con cui lo sterminio fu preparato e perpetrato. Ma è imprescindibile sapere che si tratta della distruzione di esseri umani, dell'annichilimento della loro dignità e della loro integrità.
La memoria di quell'orrore deve entrare a fare parte delle più intime fibre della primissima formazione di ogni essere umano, nell'unica forma che possa garantire il non ripetersi della sottocultura dell'odio che fu il ventre gravido che generò la peste dello sterminio di massa e del genocidio, la consapevolezza culturale, interiore e psichica dell'universalità dell'essere umano, il cui statuto di titolarità è contenuto nella Carta Universale dei diritti dell'uomo, a partire dal primo articolo: «tutti gli uomini nascono liberi ed eguali, pari in dignità e diritti».
Ma noi siamo lontani anni luce da un simile livello di coscienza, anzi siamo pesantemente regrediti riguardo ai principi fondativi delle grandi Carte dei diritti, in particolare della nostra straordinaria Costituzione.