La convenienza dei diritti
di Nadia Urbinati
La
città democratica antica era come una cipolla: con strati di libertà,
di subordinazione e di servitù. Sopra stavano i cittadini maschi
autoctoni e sovrani. Poi venivano le donne autoctone assoggettate al
governo patriarcale degli uomini. Sotto erano i semi-visibili (gli
immigrati liberi, lavoratori e commercianti). Sotto ancora, gli
invisibili, gli schiavi (catturati nelle guerre o comprati). La libertà
era dei liberi e implicava una pletora di dominio di chi libero non era.
Riposava su un dualismo radicale per cui il libero era nominato in
negativo, come non-servo. Il servo marcava i confini di quell’antica
libertà, che non si applicava all’universalità degli esseri umani
semplicemente, senza aggettivi e appartenenze etniche.
La
civiltà democratica che noi celebriamo, spesso con fastidioso orgoglio,
e nella quale ci identifichiamo per varie ragioni, laiche o religiose,
riposa su una concezione universale del diritto primario che fa
dell’eguaglianza una semplice relazione giuridica e politica. Le nostre
democrazie, innestate sulla sovranità e i confini degli Stati
galleggiano su questo mare universalista, che è ad un tempo il loro
alimento e il loro limite. Non si dà una definizione legittima del
diritto umano come diritto che appartiene ad un gruppo di uguali per
ragioni di cultura e appartenenza nazionale.
Questa
è la premessa della nostra civiltà del diritto che nei secoli ha
reinterpretato la politica, la vita privata e pubblica, la cultura e
l’etica.
Questa
civiltà del diritto è messa a repentaglio ogni volta che una società
vive e accetta di vivere del servizio di invisibili. Lo si vede
nell’Italia del Covid 19. I cittadini (soprattutto quelli che possono)
stanno protetti in casa: #iorestoacasa. Ma per farlo hanno bisogno di
molti servizi. Oggi hanno quindi la possibilità di capire quanto sia
perniciosa la politica dell’immigrazione clandestina sulla quale i
governi, soprattutto quello precedente, hanno mietuto consensi. Lo ha
spiegato ieri Tito Boeri su questo giornale: senza far emergere gli
illegali e i clandestini, senza dare loro la regolarizzazione che gli
consente di lavorare in sicurezza in agricoltura, chi sta in casa non
sta sicuro; il virus “si è diffuso nelle case occupate e poi nei centri
di accoglienza. Accorpati dal decreto Salvini, facilitano il contagio”.
Scopriamo
con questa pandemia che la cultura dei diritti non è solo un bel fiore
all’occhiello di un Occidente, presuntuoso e spesso imperiale. La
cultura dei diritti, l’inclusione universale che implica, è anche
“utile”. L’utilità dell’inclusione dei lavoratori clandestini nella rete
dei diritti di trattamento e di sicurezza sociale; l’utilità di avviare
una sanatoria che equipari tutti i residenti ai cittadini, e renda i
clandestini legali: questa è la condizione affinché chi sta in casa per
ripararsi dal virus possa approvvigionarsi di prodotti agricoli e
sentirsi sicuro. Il paradosso delle ideologie nazional-populiste che
dicono di escludere dal godimento dei diritti gli “altri” per meglio
garantire “noi” è di gettare le condizioni per rendere vana la sicurezza
del diritto a tutti. La rivolta contro la cultura dei diritti è
indicativa di una visione etnocentrica illiberale che si dimostra
controproducente proprio per coloro che sono dichiarati privilegiati. I
diritti sono convenienti, non solo giusti.
Una
comunità a buccia di cipolla che sovrappone i visibili nel diritto ai
semivisibili residenti regolari senza cittadinanza, e agli invisibili,
questa società stratificata ineguale è tremendamente ingiusta e anche
pericolosa.
“Prima
gli italiani” è uno slogan poco perspicace perché il coronavirus rende i
non-liberi e gli invisibili un rischio incalcolabile.