Il
Covid non è una malattia democratica. Si diffonde facilmente fra chi
lavora fianco a fianco con altre persone e chi per spostarsi deve
prendere mezzi pubblici sovraffollati. In 9 casi su 10 sono persone
con un titolo di studio secondario o inferiore. Il Covid non è
neanche una malattia sovranista.
Oltrepassa le frontiere più chiuse,
rende la nostra salute dipendente da chi ci passa accanto, altro che
padroni a casa nostra! Non ce l'hanno portato gli sbarchi in Sicilia,
siamo stati noi a esportarlo nei Paesi nordafricani.
E
ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus,
dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che
vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare
in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e
semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza.
Ci
sono sempre più immigrati tra chi si rivolge ai pronto soccorso
milanesi con i sintomi del Covid 19.
Il virus si è diffuso nelle
case occupate e poi nei centri di accoglienza.
Accorpati
dal decreto Salvini, facilitano il contagio.
Qualcosa
di simile sta avvenendo a New York dove sono disponibili dati sui
contagi a livello di sezioni censuarie. Il fatto è che anche le
misure di distanziamento più rigide, quelle che ci impongono di
stare reclusi in casa per mesi, non potranno mai bloccare il contagio
fra chi non ha un proprio spazio privato separato da quello pubblico,
fra chi convive in pochi metri quadri con persone sempre diverse, di
cui non può minimamente controllare gli spostamenti.
Chiudere
le persone in casa non potrà mai essere una misura efficace per chi
non può stare confinato da nessuna parte. Contribuisce a spiegare
perché la discesa dal picco sia così lenta in città con quartieri
ghetto come Milano e ci sia sempre dietro l'angolo il rischio di una
seconda ondata.
Possiamo
continuare a ignorare questo problema.
Possiamo
continuare a chiudere gli occhi, non raccogliere dati su come viveva
e cosa faceva chi si ammala (incredibile che le nostre Schede di
dimissione ospedaliera non contengano queste informazioni a due mesi
dall'inizio dell'epidemia!). Possiamo, come in Lombardia, aspettare
che i malati arrivino negli ospedali anziché andarli a cercare e
isolarli dai loro conviventi. Ma dobbiamo essere consapevoli che in
questo modo continueremo a coltivare i focolai a casa nostra.
Altro
che fase 2!
Rischiamo di precipitare nuovamente nell'incubo di questi
mesi.
Gli
immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la
paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito
per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le
famiglie e le imprese italiane avevano bisogno.
Vivono molto di più
in promiscuità degli altri immigrati perché hanno minori fonti di
reddito e non possono firmare un contratto d'affitto. Se solo un
italiano su cento convive con persone diverse dai suoi famigliari, un
immigrato irregolare su tre convive con persone con cui non ha alcun
legame di parentela. Dichiarano, se intervistati, che non andranno
mai da un medico di base, perché hanno paura di essere espulsi.
Semmai, se proprio costretti, vanno al pronto soccorso, dopo aver
contagiato chissà quante persone.
Ammesso
e non concesso che lo si voglia fare, non li si può espellere: non
ci è riuscito Salvini che, per mascherare il proprio fallimento, ha
tolto i dati sulle espulsioni dal sito del ministero degli Interni,
non ci riusciremo adesso che le frontiere sono sigillate.
La
lotta al coronavirus viene spesso posta in contrapposizione con le
esigenze dell'economia. Nel caso della regolarizzazione degli
immigrati presenti sul nostro territorio le ragioni economiche si
allineano a quelle sanitarie.
Mancano 250 mila lavoratori in
agricoltura dato che gli stagionali stranieri sono bloccati nei Paesi
d'origine. Dalla prossima settimana rischiamo di avere intere colture
destinate al macero.
Nel
regolarizzare bisogna creare un legame fra chi oggi invisibile e chi,
invece, è visibile. Servirà anche per spostare lavoro dove è più
necessario. Ci vuole un datore di lavoro, imprenditore o famiglia,
che certifichi entro un breve termine l'esistenza di un rapporto di
lavoro seppur informale. Dovrà notificare che il lavoratore è alle
sue dipendenze, ma che non è stata fatta alcuna comunicazione
formale a partire dal primo giorno di blocco da coronavirus. A fronte
della messa in regola, il datore dovrebbe versare una somma (ad
esempio 500 euro) per sanare la posizione lavorativa e coprire i
contributi del mese in nero.
A fronte di tale dichiarazione, il
lavoratore viene riconosciuto come regolare, ottiene un permesso di
soggiorno e lavoro temporaneo e, da quel momento in poi, può
richiedere i benefici del "Cura Italia" o dell'ormai
imminente decreto di aprile come gli altri lavoratori, il che
contribuirà ad evitare di avere persone che non hanno di che
mangiare. Una volta superata la fase di emergenza, il datore di
lavoro potrà recuperare una parte di questo versamento una tantum se
decide di offrire al lavoratore un contratto di almeno un anno,
mentre il permesso temporaneo viene rinnovato con le procedure che
valgono per tutti.
Gli studi condotti da Edoardo Di Porto, Enrica
Martino e Paolo Naticchioni sugli esiti della "Bossi Fini",
ci dicono che il lavoratore legalizzato anche a distanza di 5 anni
dalla regolarizzazione continua a versare i contributi. Serviranno
anche questi a ridurre quella montagna di debito pubblico che graverà
sulle nostre spalle una volta debellato il coronavirus.
Tito
Boeri, la Repubblica 17 aprile