sabato 25 aprile 2020

LA CONDANNA DEGLI INVISIBILI


Il Covid non è una malattia democratica. Si diffonde facilmente fra chi lavora fianco a fianco con altre persone e chi per spostarsi deve prendere mezzi pubblici sovraffollati. In 9 casi su 10 sono persone con un titolo di studio secondario o inferiore. Il Covid non è neanche una malattia sovranista. 
Oltrepassa le frontiere più chiuse, rende la nostra salute dipendente da chi ci passa accanto, altro che padroni a casa nostra! Non ce l'hanno portato gli sbarchi in Sicilia, siamo stati noi a esportarlo nei Paesi nordafricani.
E ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza.
Ci sono sempre più immigrati tra chi si rivolge ai pronto soccorso milanesi con i sintomi del Covid 19. 
Il virus si è diffuso nelle case occupate e poi nei centri di accoglienza.
Accorpati dal decreto Salvini, facilitano il contagio.
Qualcosa di simile sta avvenendo a New York dove sono disponibili dati sui contagi a livello di sezioni censuarie. Il fatto è che anche le misure di distanziamento più rigide, quelle che ci impongono di stare reclusi in casa per mesi, non potranno mai bloccare il contagio fra chi non ha un proprio spazio privato separato da quello pubblico, fra chi convive in pochi metri quadri con persone sempre diverse, di cui non può minimamente controllare gli spostamenti.
Chiudere le persone in casa non potrà mai essere una misura efficace per chi non può stare confinato da nessuna parte. Contribuisce a spiegare perché la discesa dal picco sia così lenta in città con quartieri ghetto come Milano e ci sia sempre dietro l'angolo il rischio di una seconda ondata.
Possiamo continuare a ignorare questo problema.
Possiamo continuare a chiudere gli occhi, non raccogliere dati su come viveva e cosa faceva chi si ammala (incredibile che le nostre Schede di dimissione ospedaliera non contengano queste informazioni a due mesi dall'inizio dell'epidemia!). Possiamo, come in Lombardia, aspettare che i malati arrivino negli ospedali anziché andarli a cercare e isolarli dai loro conviventi. Ma dobbiamo essere consapevoli che in questo modo continueremo a coltivare i focolai a casa nostra. 
Altro che fase 2! 
Rischiamo di precipitare nuovamente nell'incubo di questi mesi.
Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno. 
Vivono molto di più in promiscuità degli altri immigrati perché hanno minori fonti di reddito e non possono firmare un contratto d'affitto. Se solo un italiano su cento convive con persone diverse dai suoi famigliari, un immigrato irregolare su tre convive con persone con cui non ha alcun legame di parentela. Dichiarano, se intervistati, che non andranno mai da un medico di base, perché hanno paura di essere espulsi. Semmai, se proprio costretti, vanno al pronto soccorso, dopo aver contagiato chissà quante persone.
Ammesso e non concesso che lo si voglia fare, non li si può espellere: non ci è riuscito Salvini che, per mascherare il proprio fallimento, ha tolto i dati sulle espulsioni dal sito del ministero degli Interni, non ci riusciremo adesso che le frontiere sono sigillate.
La lotta al coronavirus viene spesso posta in contrapposizione con le esigenze dell'economia. Nel caso della regolarizzazione degli immigrati presenti sul nostro territorio le ragioni economiche si allineano a quelle sanitarie. 
Mancano 250 mila lavoratori in agricoltura dato che gli stagionali stranieri sono bloccati nei Paesi d'origine. Dalla prossima settimana rischiamo di avere intere colture destinate al macero.
Nel regolarizzare bisogna creare un legame fra chi oggi invisibile e chi, invece, è visibile. Servirà anche per spostare lavoro dove è più necessario. Ci vuole un datore di lavoro, imprenditore o famiglia, che certifichi entro un breve termine l'esistenza di un rapporto di lavoro seppur informale. Dovrà notificare che il lavoratore è alle sue dipendenze, ma che non è stata fatta alcuna comunicazione formale a partire dal primo giorno di blocco da coronavirus. A fronte della messa in regola, il datore dovrebbe versare una somma (ad esempio 500 euro) per sanare la posizione lavorativa e coprire i contributi del mese in nero. 
A fronte di tale dichiarazione, il lavoratore viene riconosciuto come regolare, ottiene un permesso di soggiorno e lavoro temporaneo e, da quel momento in poi, può richiedere i benefici del "Cura Italia" o dell'ormai imminente decreto di aprile come gli altri lavoratori, il che contribuirà ad evitare di avere persone che non hanno di che mangiare. Una volta superata la fase di emergenza, il datore di lavoro potrà recuperare una parte di questo versamento una tantum se decide di offrire al lavoratore un contratto di almeno un anno, mentre il permesso temporaneo viene rinnovato con le procedure che valgono per tutti. 
Gli studi condotti da Edoardo Di Porto, Enrica Martino e Paolo Naticchioni sugli esiti della "Bossi Fini", ci dicono che il lavoratore legalizzato anche a distanza di 5 anni dalla regolarizzazione continua a versare i contributi. Serviranno anche questi a ridurre quella montagna di debito pubblico che graverà sulle nostre spalle una volta debellato il coronavirus.

Tito Boeri, la Repubblica 17 aprile