giovedì 30 aprile 2020

La paura di indiani e aborigeni
"Qui il virus significa estinzione"

Dikos Ntsaaigíí-19 come i Navajo chiamano nella loro lingua il Covid 19, è piombato fra di loro, manco a dirlo, portato dall'uomo bianco. L'infezione propagatasi dopo una cerimonia religiosa organizzata da una chiesa evangelica nella riserva della Navajo Nation, a cavallo fra Arizona, New Mexico e Utah, nel sudest degli Stati Uniti. In poche settimane si sono ammalati in 300, altri 20 sono morti e il timore, come già in passato, è che la malattia portata dai "visi pallidi" finisca per decimare un intero popolo, già ridotto a 250 mila persone. Nella riserva ci sono solo 4 ospedali, non attrezzati per un'emergenza del genere. In molte aree manca l'acqua corrente, rendendo impossibile la regola base per combattere il male: lavarsi le mani. Nel frattempo il virus galoppa: aiutato da una serie di fattori legati alla povertà, dall'alto numero di diabetici alla convivenza di troppe persone sotto un unico tetto. Anche la Nazione Navajo è dunque in lockdown e il mondo esterno è tenuto lontano da checkpoint e barricate: la Guardia Nazionale ha fatto arrivare mascherine e attrezzature con elicotteri Blackhawk. Ma il materiale non basta, si lamenta col New York Times Jonathan Nez, presidente della Navajo Nation, la mascherina sotto le piume emblema del capo. Il dramma dei Navajo ha messo all'erta l'intera comunità indiana. In New Mexico, i leader tribali degli Hopi vietano l'ingresso ai non residenti nelle riserve. In South Dakota, pure gli Oglala Sioux annunciano un coprifuoco totale di 72 ore. E misure analoghe si stanno prendendo in queste ore anche fra i Blackfeet e i Cheyenne del Montana.
Ad avere paura, d'altronde, non sono solo i nativi americani. Il virus è approdato perfino nel cuore della foresta amazzonica: un giovane della tribù Yanomami, nell'Amazzonia brasiliana, è morto nei giorni scorsi dopo aver contratto il coronavirus. Il timore ora è che assieme a lui possano essere stati contagiati altri membri della tribù, che è già a rischio estinzione. «Il coronavirus potrebbe spazzarci via» dicono gli esponenti delle tribù amazzoniche, notando che gli indigeni brasiliani sono ridotti a 850mila, anche questi decimati da secoli di malattie portate dagli europei, dal vaiolo e dalla malaria e perfino l'influenza. Ad aumentare i timori, d'altronde, c'è il permesso appena concesso dal presidente Jair Bolsonaro all'associazione statunitense New tribes mission di evangelizzare proprio le tribù più irraggiungibili. Per portargli la parola del loro Dio - e potenzialmente anche il virus - potranno usare addirittura elicotteri, nonostante quel tipo di contatti sia vietato dalla costituzione brasiliana dal 1988.
C'è chi prova a difendersi dal virus schierando ronde armate e sentinelle che impediscono agli estranei di avvicinarsi ai villaggi. Come gli Inuit di Alaska, Canada e Groenlandia. Come, appunto, tante altre comunità chiuse, gli eschimesi si sentono vulnerabili alle malattie esterne e si sono armati perché anche loro non dispongono di strutture ospedaliere adatte a combattere l'eventuale propagarsi della malattia. Ai ripari corrono anche le Comunità aborigene australiane, i 120mila appartenenti alla First Nation, per loro fortuna in buona parte residenti in comunità remote, a diverse ore di macchina dalle grandi città e per ora non colpiti dal virus. Con l'aiuto del governo, che ha applicato una legge sulle bio-sicurezze per garantire che nessuno violi i loro confini stanno severamente limitando - anche loro - il numero di visitatori.
di Anna Lombardi

(la Repubblica 12 aprile)