E poi ci sono quei cinque articoli, dal 99 al 103 su ‟La forza e il dono delle donne” che, a malincuore, li troviamo indifendibili. Non avrei voluto degli articoli dedicati a noi donne, perché ci rendono categoria e non soggetti a pieno titolo di una umanità intera. Non abbiamo neanche bisogno che un uomo, seppur autorevole, ci dica che ‟noi valiamo”. Noi lo sappiamo. Lo sappiamo perché lo sentiamo profondamente, come sentiamo di essere amate e scelte da Gesù.
‟Le donne danno il loro contributo alla Chiesa secondo il modo loro proprio e prolungando la forza e la tenerezza di Maria, la Madre. In questo modo noi ci limitiamo a una impostazione funzionale, ma entriamo nella struttura intima della chiesa” (101).
Una visione così ristretta e limitata della complessità delle donne mi conferma che esiste una questione maschile nella Chiesa. Un maschile che non sa parlare di sé e quindi parla di noi. Un maschile che, non riconoscendoci pari, offende la sua stessa dignità di essere umano quando ci oggettivizza.
Un maschile che deve rispondere ad aspettative pubbliche che gli impedisce di esprimere la complessità del suo genere.
Un maschile che ha paura della sessualità (o che non la conosce profondamente), del corpo, delle emozioni, di quel mistero complesso che noi donne incarniamo. Nella storia noi donne siamo spesso state dipinte come tentatrici, instabili, isteriche.
‟Nella Grecia omerica le donne erano perennemente controllate, e gli uomini andavano messi in ogni momento in guardia dall’incantesimo della seduzione femminile, dietro cui si nascondeva il terrore dell'ignoto. L'uomo greco, infatti, amava e allo stesso tempo temeva la bellezza delle sue donne. Per questo le costringeva a essere belle e sottomesse”. (Maura Gancitano e Andrea Colamedici, ‟Liberati della brava bambina”, Harper Collings pag. 223).
DIALOGHI
È necessario sollevare una questione maschile nella nostra Chiesa: invitando gli uomini a parlare di loro, a porre a tema le loro paure: invitando le donne a parlare delle loro e ascoltarsi reciprocamente.
‟Ho avuto paura sin dall'inizio che il Sinodo potesse diventare un nuovo processo di evangelizzazione dei popoli in un momento in cui, in America Latina, vediamo un po' diluire la presenza della Chiesa istituzionale.
‟Nella Grecia omerica le donne erano perennemente controllate, e gli uomini andavano messi in ogni momento in guardia dall’incantesimo della seduzione femminile, dietro cui si nascondeva il terrore dell'ignoto. L'uomo greco, infatti, amava e allo stesso tempo temeva la bellezza delle sue donne. Per questo le costringeva a essere belle e sottomesse”. (Maura Gancitano e Andrea Colamedici, ‟Liberati della brava bambina”, Harper Collings pag. 223).
DIALOGHI
È necessario sollevare una questione maschile nella nostra Chiesa: invitando gli uomini a parlare di loro, a porre a tema le loro paure: invitando le donne a parlare delle loro e ascoltarsi reciprocamente.
‟Ho avuto paura sin dall'inizio che il Sinodo potesse diventare un nuovo processo di evangelizzazione dei popoli in un momento in cui, in America Latina, vediamo un po' diluire la presenza della Chiesa istituzionale.
Non trovo particolari novità in questo documento. Si erano create tante aspettative che sono crollate. Dovremmo partire più dall'umiltà, invece siamo sempre abituati a dover insegnare qualcosa agli altri. Gli altri sono soggetti passivi che devono solo ascoltarci. Noi che siamo fuori dall'Amazzonia possiamo dire che abbiamo delle percezioni ma non sappiamo come hanno accolto questo documento. Lo spazio contemplativo è ciò che ci può salvare nella relazione con i popoli indigeni, con altre narrazioni, altre sensibilità, altre religioni. Purché non sia una contemplazione sugli altri, ma lasciare che gli altri diventino portatori di novità. Io vedo nella Chiesa un atteggiamento di grande attivismo più che di ascolto contemplativo. Penso che forse dovremmo essere più passivi, capaci di ascolto profondo con la consapevolezza di dover imparare ancora molte cose, anche a livello teologico”, ci dice suor Antonietta Potente in un'intervista (si può ascoltare la video intervista intera: https: //bit.ly/2Q3SOPv).
La teologa francese Anne Marie Pelletier, nel suo ultimo libro per ora solo in francese ‟L'eglise, des femme avec des hommes”, ci mette in guardia dell'adulazione del maschile verso di noi (il famigerato genio femminile): è un modo per tenerci buone e ammansirci. È una forma sottile di dire la disuguaglianza.
La teologa francese Anne Marie Pelletier, nel suo ultimo libro per ora solo in francese ‟L'eglise, des femme avec des hommes”, ci mette in guardia dell'adulazione del maschile verso di noi (il famigerato genio femminile): è un modo per tenerci buone e ammansirci. È una forma sottile di dire la disuguaglianza.
Nonostante tutti questi riconoscimenti, inclusi quelli ribaditi in Querida Amazonia, ci sono tante donne che in questa Chiesa soffrono, si sentono umiliate; altre che non trovano un proprio spazio. Donne e uomini devono riconoscersi reciprocamente doni e limiti.
La sacralizzazione del sacerdozio presbiteriale a discapito di quello battesimale, crea una sottocategoria, che è quella laicale, e quindi delle donne, che non possono accedervi perché donne. Perché Dio parla uomo.
Forse è proprio in Querida Amazonia che si apre un varco su questo ultimo punto, quando papa Francesco invita alla creatività dei ministeri. Ci leggo come un invito a sperimentare e promuovere il cambiamento dal basso.
È necessario creare spazi di dialogo e confronto aperto dove non ci siano più argomenti chiusi e che non possono essere posti a tema, dove le donne e gli uomini possano dialogare e parlarsi, conoscersi profondamente.
Se una delle motivazioni per non riconoscere accolitato e diaconato femminile è perché non si vogliono clericalizzare le donne, forse vale la pena di ricordare che fino ad ora sono stati proprio gli uomini a nutrire il clericalismo. Non possiamo pensare che un ingresso più egualitario delle donne aiuti proprio a smontare questo stile clericale di essere chiesa?
Riflettiamoci seriamente.
Patrizia Morgante, Mosaico di pace, aprile 2020
La sacralizzazione del sacerdozio presbiteriale a discapito di quello battesimale, crea una sottocategoria, che è quella laicale, e quindi delle donne, che non possono accedervi perché donne. Perché Dio parla uomo.
Forse è proprio in Querida Amazonia che si apre un varco su questo ultimo punto, quando papa Francesco invita alla creatività dei ministeri. Ci leggo come un invito a sperimentare e promuovere il cambiamento dal basso.
È necessario creare spazi di dialogo e confronto aperto dove non ci siano più argomenti chiusi e che non possono essere posti a tema, dove le donne e gli uomini possano dialogare e parlarsi, conoscersi profondamente.
Se una delle motivazioni per non riconoscere accolitato e diaconato femminile è perché non si vogliono clericalizzare le donne, forse vale la pena di ricordare che fino ad ora sono stati proprio gli uomini a nutrire il clericalismo. Non possiamo pensare che un ingresso più egualitario delle donne aiuti proprio a smontare questo stile clericale di essere chiesa?
Riflettiamoci seriamente.
Patrizia Morgante, Mosaico di pace, aprile 2020