I migranti abbandonati nel Mediterraneo
Il mare senza umanità
di Luigi Manconi
E
se fosse l’esperienza collettiva del lutto privo di consolazione —
quelle bare sui camion militari verso la cremazione — a ridare
significato a una parola ormai consunta come solidarietà? Se ne può
dubitare, ma chissà.
Da
molti anni, il nostro Paese non viveva con tanta drammatica intensità
il rapporto con “le cose ultime” (Romano Guardini): la vita, la morte,
ma anche la percezione di una fragilità inerme e di una vulnerabilità
senza riparo. Sentimenti, questi, che potrebbero sortire effetti
positivi sui processi di maturazione di una società in grado finalmente
di acquisire il senso della responsabilità. Ma, come il male che
affrontiamo — l’affanno e la fatica del respirare — la nostra capacità
di guardare e sentire sembra avere il fiato corto e ristagnare
all’interno dei limiti della quarantena domestica. E, così, è arduo per
tutti noi, e per la classe politica, vedere cosa accade appena un po’
più in là del cortile di casa. Nel Mediterraneo, per esempio.
Nel
pomeriggio di ieri, in quel mare si trovavano quattro barconi, con
oltre 250 persone. La nave di una Ong spagnola, Aita Mari, diretta a
Bilbao e perciò senza medici e soccorritori, ha raggiunto una delle
imbarcazioni e ha preso a bordo i profughi, tra i quali una donna
incinta, minori e persone in gravi condizioni di salute. Questo fatto
rivela come oggi il Mediterraneo sia affollato di fuggiaschi (secondo
l’Ong Alarm Phone un migliaio nell’ultima settimana) e quasi
completamente privo di presidi umanitari e delle minime opportunità di
soccorso. E, infatti, i barconi in questione erano stati già avvistati
venerdì scorso, ma nessuno si è mosso per prestare loro aiuto. E questo
accade proprio mentre maggiore sarebbe la necessità di una vera e
propria politica dell’accoglienza. In particolare sotto due aspetti.
Innanzitutto,
quello dell’emergenza sanitaria. Mai come oggi è essenziale che chi si
dirige verso l’Italia e l’Europa venga soccorso, identificato e
monitorato. Perché ciò avvenga, un’accoglienza intelligente, dotata di
tutti i necessari presidi medici è la scelta obbligata: infinitamente
più rassicurante di quella successione di ingressi di singoli o piccoli
gruppi che avvengono nottetempo sulle nostre coste. E qui interviene il
secondo aspetto. Questa politica dell’accoglienza, capace di garantire
la sicurezza sanitaria, costituisce l’irrinunciabile contributo che
l’Italia può dare alla comune battaglia contro l’epidemia, condotta
dall’intera Europa. Solo questo consentirebbe che la parola solidarietà,
così tanto evocata in queste settimane, sfuggisse alla cattiva retorica
del “dopo saremo tutti migliori”; e si materializzasse, piuttosto,
nella concretezza dell’attività di diagnosi e cura, nella saggezza della
prevenzione, nell’osservazione dei corpi, al fine di tutelarne
l’incolumità e non di discriminarli.
Il
23 settembre del 2019, a Malta, i ministri dell’Interno di Italia,
Francia, Germania, Malta e Finlandia raggiungono un’intesa in virtù
della quale si stabilisce un meccanismo di redistribuzione automatica
dei migranti salvati nel Mediterraneo. L’intesa comincia a funzionare,
e, seppur lentamente, si amplia il numero dei Paesi che la condividono.
Poi, precipita sull’Italia e sul mondo il Covid 19, che sembra far
saltare tutto. E che porta all’imbarazzante decreto del 7 aprile dove si
legge che per tutto il periodo dell’emergenza sanitaria l’Italia non
offre i necessari requisiti per individuare e mettere a disposizione un
porto sicuro. Per carità di patria e per provvidenziale resipiscenza di
qualcuno all’interno del governo, si è ora trovata una soluzione che
sarebbe stata già possibile una settimana fa. Nei prossimi giorni i
naufraghi raccolti dalla Alan Kurdi saranno trasbordati su una nave in
grado di accogliere circa 500 persone con il supporto della Croce Rossa
Italiana. Mi sembra una soluzione saggia ed efficace, che può permettere
quell’attività di monitoraggio medico in condizioni ambientali
finalmente civili. Di conseguenza, si potrà riattivare l’accordo di
Malta, magari coinvolgendo stabilmente nell’attività di assistenza e di
redistribuzione la Croce Rossa Internazionale e quelle dei singoli Paesi
europei. In tal modo, la redistribuzione avrebbe l’ulteriore vantaggio
di garantire l’ingresso in Europa di persone sane o, quando non tali,
destinatarie di cure adeguate e, soprattutto, tempestive, all’interno di
un percorso di inclusione che ne tuteli l’incolumità e la dignità.
Al
contrario, se l’Europa pensasse di potersi salvare tenendo ai margini o
respingendo i propri poveri, privi di assistenza sanitaria e di risorse
vitali e quanti premono alle sue frontiere per cercare un rifugio e una
opportunità di futuro, non si libererà di una zavorra onerosa. Non si
ritroverebbe, quell’Europa, più leggera e vitale. Sarebbe solo più
malferma e cagionevole.
La Repubblica 14/4