martedì 14 aprile 2020

MIGRANTI ABBANDONATI

I migranti abbandonati nel Mediterraneo
Il mare senza umanità
di Luigi Manconi

E se fosse l’esperienza collettiva del lutto privo di consolazione — quelle bare sui camion militari verso la cremazione — a ridare significato a una parola ormai consunta come solidarietà? Se ne può dubitare, ma chissà.
Da molti anni, il nostro Paese non viveva con tanta drammatica intensità il rapporto con “le cose ultime” (Romano Guardini): la vita, la morte, ma anche la percezione di una fragilità inerme e di una vulnerabilità senza riparo. Sentimenti, questi, che potrebbero sortire effetti positivi sui processi di maturazione di una società in grado finalmente di acquisire il senso della responsabilità. Ma, come il male che affrontiamo — l’affanno e la fatica del respirare — la nostra capacità di guardare e sentire sembra avere il fiato corto e ristagnare all’interno dei limiti della quarantena domestica. E, così, è arduo per tutti noi, e per la classe politica, vedere cosa accade appena un po’ più in là del cortile di casa. Nel Mediterraneo, per esempio.
Nel pomeriggio di ieri, in quel mare si trovavano quattro barconi, con oltre 250 persone. La nave di una Ong spagnola, Aita Mari, diretta a Bilbao e perciò senza medici e soccorritori, ha raggiunto una delle imbarcazioni e ha preso a bordo i profughi, tra i quali una donna incinta, minori e persone in gravi condizioni di salute. Questo fatto rivela come oggi il Mediterraneo sia affollato di fuggiaschi (secondo l’Ong Alarm Phone un migliaio nell’ultima settimana) e quasi completamente privo di presidi umanitari e delle minime opportunità di soccorso. E, infatti, i barconi in questione erano stati già avvistati venerdì scorso, ma nessuno si è mosso per prestare loro aiuto. E questo accade proprio mentre maggiore sarebbe la necessità di una vera e propria politica dell’accoglienza. In particolare sotto due aspetti.
Innanzitutto, quello dell’emergenza sanitaria. Mai come oggi è essenziale che chi si dirige verso l’Italia e l’Europa venga soccorso, identificato e monitorato. Perché ciò avvenga, un’accoglienza intelligente, dotata di tutti i necessari presidi medici è la scelta obbligata: infinitamente più rassicurante di quella successione di ingressi di singoli o piccoli gruppi che avvengono nottetempo sulle nostre coste. E qui interviene il secondo aspetto. Questa politica dell’accoglienza, capace di garantire la sicurezza sanitaria, costituisce l’irrinunciabile contributo che l’Italia può dare alla comune battaglia contro l’epidemia, condotta dall’intera Europa. Solo questo consentirebbe che la parola solidarietà, così tanto evocata in queste settimane, sfuggisse alla cattiva retorica del “dopo saremo tutti migliori”; e si materializzasse, piuttosto, nella concretezza dell’attività di diagnosi e cura, nella saggezza della prevenzione, nell’osservazione dei corpi, al fine di tutelarne l’incolumità e non di discriminarli.
Il 23 settembre del 2019, a Malta, i ministri dell’Interno di Italia, Francia, Germania, Malta e Finlandia raggiungono un’intesa in virtù della quale si stabilisce un meccanismo di redistribuzione automatica dei migranti salvati nel Mediterraneo. L’intesa comincia a funzionare, e, seppur lentamente, si amplia il numero dei Paesi che la condividono. Poi, precipita sull’Italia e sul mondo il Covid 19, che sembra far saltare tutto. E che porta all’imbarazzante decreto del 7 aprile dove si legge che per tutto il periodo dell’emergenza sanitaria l’Italia non offre i necessari requisiti per individuare e mettere a disposizione un porto sicuro. Per carità di patria e per provvidenziale resipiscenza di qualcuno all’interno del governo, si è ora trovata una soluzione che sarebbe stata già possibile una settimana fa. Nei prossimi giorni i naufraghi raccolti dalla Alan Kurdi saranno trasbordati su una nave in grado di accogliere circa 500 persone con il supporto della Croce Rossa Italiana. Mi sembra una soluzione saggia ed efficace, che può permettere quell’attività di monitoraggio medico in condizioni ambientali finalmente civili. Di conseguenza, si potrà riattivare l’accordo di Malta, magari coinvolgendo stabilmente nell’attività di assistenza e di redistribuzione la Croce Rossa Internazionale e quelle dei singoli Paesi europei. In tal modo, la redistribuzione avrebbe l’ulteriore vantaggio di garantire l’ingresso in Europa di persone sane o, quando non tali, destinatarie di cure adeguate e, soprattutto, tempestive, all’interno di un percorso di inclusione che ne tuteli l’incolumità e la dignità.
Al contrario, se l’Europa pensasse di potersi salvare tenendo ai margini o respingendo i propri poveri, privi di assistenza sanitaria e di risorse vitali e quanti premono alle sue frontiere per cercare un rifugio e una opportunità di futuro, non si libererà di una zavorra onerosa. Non si ritroverebbe, quell’Europa, più leggera e vitale. Sarebbe solo più malferma e cagionevole.

La Repubblica 14/4