Se non basta obbedire
di Gustavo Zagrebelsky
Bisogna
leggerli per rendersi conto di qualcosa di meraviglioso e, al tempo
stesso, di patologico nel rapporto tra governo e cittadini.
Parlo
dei Dpcm – i decreti del presidente del Consiglio dei ministri,
acronimo del nostro tempo, misterioso e minaccioso – sul contenimento
della diffusione dell’infezione virale.
Sono
testi meravigliosi nel senso etimologico della parola: stupefacenti. Mi
riferisco all’idea di base: che le abitudini, le attività e le esigenze
materiali e spirituali delle persone siano materia inerte, modellabile
come cera fin nei più piccoli dettagli.
Modellabile attraverso atti d’autorità che aprono e chiudono, concedono e vietano, impongono e consigliano, disapprovano, esortano e raccomandano.
L’essere
umano non come persona naturalis capace di autodeterminazione, ma come
persona legalis forgiata dalla legge: l’ideale del giuridicismo estremo.
Nelle
70 pagine dell’ultimo Dpcm con i suoi allegati c’è il disciplinamento
di buona parte delle nostre giornate, in casa propria, per strada, nei
luoghi di lavoro e di ricreazione, nelle scuole, nei negozi, nei
ristoranti e nelle mense, nei parchi pubblici e nel modo di sedere e di
salire e scendere dai mezzi di trasporto, eccetera. Leggiamo di divieti
di spostamento, di obblighi di distanziamento, di modalità di
comportamento super-dettagliate perfino sul modo di starnutire,
soffiarsi il naso, collocare le mascherine tra il mento e il naso
medesimo. Le situazioni personali e personalissime, come la
deambulazione e l’esercizio fisico, le occasioni di socialità come nei
ritrovi amicali nelle case, nei servizi funebri, nelle cerimonie
religiose e nei raduni in luoghi pubblici o aperti al pubblico sono
oggetto di minutissima descrizione e regolamentazione. Le attività
industriali, commerciali e professionali sono distinte in categorie
dettagliatissime, dagli estetisti e parrucchieri ai lavoratori negli
iper-mercati e nelle fabbriche. Leggiamo ammirati questa enciclopedia.
Gli storici che, nel quarto millennio, si chiederanno come si viveva nel
nostro inizio del terzo, troveranno in questo documento una summa che
esaudirà e quasi esaurirà le loro curiosità. Apprenderanno che c’erano
passeggiate solitarie e in coppia, cinematografi, teatri, pub, scuole di
ballo, sale giochi scommesse e bingo, discoteche e locali assimilati
(?).
L’insidia del virus epidemico è invasiva al massimo grado e, dunque, la risposta non può essere grossolana e generica.
Questo è ovvio. Tanti, anzi tantissimi, sono i momenti e i luoghi dell’esistenza che offrono occasioni all’infezione.
Giusto
che si faccia attenzione a tutte le pieghe in cui il contagio può
insinuarsi e riprodursi. Solo certi giuristi credono, però, che le
abitudini di vita si possano cambiare a colpi di decreti: le abitudini
si cambiano con altre abitudini, non soltanto con le leggi. In qualunque
società libera, le leggi senza le abitudini soccombono o, comunque,
durano poco. Prima o poi, la loro efficacia, senza la collaborazione dei
cittadini, perde mordente e rischia di finire come le grida impotenti
del tempo di un’altra epidemia, quattrocento anni fa. Già ora si
riscontra, nei discorsi e nelle condotte del tempo del coronavirus, un
distacco, un’indifferenza e un’insofferenza crescenti.
All’allentamento del timore o anche all’abitudine al pericolo corrisponde l’allentamento dei comportamenti.
C’è
perfino un inizio di teorizzazione in nome della libertà: che m’importa
della salute e addirittura della vita se mi si priva della libertà?
Nobilissimo è l’argomento. Ignora però, e questo è molto meno nobile, il
piccolo particolare che nelle infezioni epidemiche in gioco non c’è
solo la propria salute, la propria vita, la propria libertà, ma anche
quella degli altri. È la tipica situazione "olista" in cui bene e male
del singolo e di tutti si convertono l’uno nell’altro.
L’argomento
della libertà, come dotazione individuale, non vale. È un prezzo che la
libertà individuale paga alla "globalizzazione", la globalizzazione dei
rischi.
Non c’è
oggi una questione di "deriva autoritaria" o di "corsa ai pieni poteri",
secondo categorie ricevute dal passato e usate per interpretare il
momento presente.
Almeno
così mi pare. Anzi, mi paiono eccessivi e, talora, anche ridicoli gli
alti lai sulla democrazia sospesa, sulla Costituzione violata, sui
proclami al Paese di stampo peronista del presidente del Consiglio,
eccetera. Mi chiedo quanto ci sia di esagerato e di strumentale in
questi "al lupo, al lupo" e quanta incomprensione della natura del
problema che abbiamo di fronte a noi. La critica, piuttosto, mi pare
debba essere indirizzata altrove: in quella pretesa di trasformarci in
persone modellate giuridicamente, di cui si diceva all’inizio, come se
la virtù del buon cittadino sia di essere semplicemente un "osservante"
che s’inchina a un legislatore onnipossente. In una società libera e di
fronte a problemi dove il bene dei singoli e il bene di tutti si
implicano strettamente, la legge incontra limiti di efficacia se non può
contare sulla partecipazione responsabile di ciascuno e di tutti. E
questa è una questione etica. Orbene, i Dpcm da cui siamo partiti
mescolano vere e proprie prescrizioni giuridiche, con annessa
comminazione di sanzioni, a consigli ed esortazioni che, evidentemente,
di giuridico hanno poco o nulla ma riguardano l’assunzione di condotte
autonome e responsabili. Bene sarebbe distinguere: una cosa è
l’ubbidienza, altra cosa è la responsabilità. Il difetto è la
confusione. La prima è cosa giuridica, la seconda è cosa etica. I mezzi
per promuovere l’ubbidienza non sono quelli per promuovere la
responsabilità. Anche quest’ultima implica doveri, ma sono doveri
autonomi che ciascuno impone a se stesso in nome della libertà propria e
degli altri, in nome cioè della solidarietà. Mescolare ubbidienza e
responsabilità è cosa contraria alla natura dell’una e dell’altra, come
mescolare soggezione e adesione, vincolo e libertà. Chiamare
all’ubbidienza e sollecitare la responsabilità sono cose profondamente
diverse. A ciascuno il suo: al governo le prescrizioni giuridiche
(vietare, consentire e imporre), alla società nelle sue tante
articolazioni, la promozione dell’etica della responsabilità.
La Repubblica 30/4