martedì 21 aprile 2020

SOLLECITATO DA DUE DOMANDE


Nel caro saluto con una bella notizia: Oggi il vescovo di Pinerolo sta migliorando, un buon passo verso la guarigione.
Intanto mi sono giunte due domande (mi capita che dopo qualche chiacchierata, mi arrivino telefonate e domande). Oggi affronto così due domande che ho ritenuto interessanti e concrete. La prima è questa: “che senso ha portare l'ostia a un malato?” e la seconda “che senso ha pregare per un amico per una persona lontana, per un malato?”.
Cominciamo dal portare la cosiddetta comunione. Nella storia dei primi secoli della nostra esperienza di fede in alcune comunità per un fratello o una sorella impedito perché malato o assente oppure perché trattenuto dalla distanza o anche dalla persecuzione, in alcune comunità c'era la pratica di portare un pezzo del pane della mensa comunitaria a questi assenti forzati. Lavoro, salute, distanza segnavano un’assenza sofferta dall’incontro comunitario. 
Quel fratello e quella sorella avrebbero voluto esserci, ma forze superiori avevano impedito la loro partecipazione ed allora alcuni fratelli e alcune sorelle o gli anziani, i ministri della comunità ,volevano portare il segno di comunione per dire “noi ti abbiamo vissuto come presente sei in comunione con noi”.
Era una maniera anche per alimentare non solo un senso di fede, di appartenenza, ma anche per far giungere calore, senso di vicinanza. 
Poi il pane lasciò il posto all'ostia. Non fu una scelta molto bella a livello simbolico, ma lasciamo da parte questo aspetto perché se c'è un rapporto davvero di fede comunitaria, il portare come comunione l'ostia sorretta da una fede viva e da una reale inserimento in una comunità ha un grande significato. Parecchie sorelle e fratelli in caso di malattia, in casa o in ospedale, chiedono alla comunità di poter ricevere l'eucarestia secondo la loro tradizione comunitaria. 
 Ho conosciuto in parrocchia veramente molti preti parroci molto zelanti che, avendo la segnalazione e la richiesta di sorelle anziane malate impedite, erano molto zelanti nel portar loro un segno della comunità vicina, un segno grandemente apprezzato e molto nutriente. 
 Certo era sorretto da una esperienza comunitaria e allora diventava un segno di fede. Se non c'era questo atteggiamento di disponibilità si ponevano dei segni inutili. 
 Quando io sono stato lungamente malato di tubercolosi, ricordo un cappellano che portava l'eucarestia come se ti desse una medicina, una pillola. 
 Tutto questo ha il valore dell’esperienza che lo sorregge, tutto va compiuto in un contesto che esprima veramente la relazione comunitaria.
Nella mia vita ho avuto in questi ultimi anni la gioia proprio di accompagnare alla morte qualche fratello o qualche sorella che mi diceva “portami anche la domenica il pane della vostra eucarestia”. Che senso aveva? Era veramente un segno di fede e quindi c'era una relazione precedente dentro un cammino. 
 Quell’eucaristia per questo fratello aveva un significato e credo che sia bello anche nelle nostre comunità (come so che sovente avviene quando c'è qualcuno che sta male, che sarebbe stato volentieri presente, ma non ha potuto prendere il pezzo del pane dell'eucarestia e farlo giungere, portarlo a questa sorella a questo fratello). 
Non dimentichiamoci mai di questi segni che vanno creati non sono il sacramentalismo classico, ma esprimono la vicinanza nella fede, nel suo aspetto più comunitario di cura, di sollecitudine fraterna e sororale.
Mi pare molto bello: sono i segni da tener presente in una società dove le persone spesso sono lontane, impossibilitate ad un viaggio. 
E' veramente un grande nutrimento per il nostro amore reciproco e per la fede: è il ricordo di Gesù che ci rimanda a Dio.
Che cosa c'è di più bello che questa sollecitudine questa cura pastorale fraterna sororale: “pregare, ricordarci nella preghiera tra lontani, amici, malati, sofferenti... (ti ricordo nella preghiera ricordiamoci a vicenda nella preghiera) possono essere frasi senza senso, ma possono anche essere delle frasi di altissimo livello di fede. 
 Ti penso come un compagno di viaggio che vivi anche tu questa esperienza della fede, mi rallegro, lodo Dio per avere conosciuto in te un compagno di viaggio, ringrazio Dio di questo fatto che ho allargato la cerchia dei compagni del viaggio della fede. Quando lo scrivo “ricordami nella preghiera”, “ti ricordo” “io ti penso sempre, e tu sentimi e “pensami come un tuo compagno di viaggio” insieme davanti a Dio. 
Il vero augurio in queste mie parole è che tu possa continuare, questo cammino: la tua fede sostiene la mia, e io vorrei che la mia sostenesse anche la tua.  Intanto in queste parole che veramente hanno una densità di calore, di fede, la persona ha la possibilità di dialogare sul cammino della fede sua e dell'altro, scambiarci le gioie e le fatiche dell’essere cristiani in questo mondo.
"Ti ricordo nella preghiera" è come la chiave di accesso a questo scambio prezioso nei momenti di difficoltà, ma anche di gioia. Qualche volta è proprio come inserire qualcuno nel tuo viaggio e l'altro che si inserisce nel tuo.
La lontananza, la difficoltà, gli scambi, sono un patrimonio infinito della nostra fede. Certo ci sono sempre i giochi delle parole inutili dette senza avere dentro messo il nostro cuore, ma certe volte ricevo anche un pensiero, una richiesta: mandami una tua preghiera e poi qualcuno che manda la sua. ’ Che bello scambio è questo: è proprio il cammino comunitario.
Ognuno deve avere la sua esperienza, la sua libertà ma non dimentichiamo che in un mondo vuoto di parole sensate, certe volte un “ricordiamoci nella preghiera” può assumere tutti questi significati della compagnia.
Noi non preghiamo più certo perché il mio amico guarisca da una malattia. Ci vogliono i medici. Non preghiamo più per strappare grazie ai santi e alle madonne, ma ma preghiamo Dio perché dia a tutti la gioia di essere insieme nel cammino, perché ci sosteniamo. Se io porto il pane, vuol dire che tu sei parte della mia esperienza comunitaria. Il pane significa il gesto di Gesù della condivisione e la comunità che è vicina, anche se siamo lontani,significa che Dio è sostegno, luce, fiducia e così il pezzo di pane che arriva al fratello e alla sorella che è parte di questa comunità, di un cammino comunitario diventa davvero un segno di fede. E poi “ti ricordo nella preghiera” significa “ho con te una relazione che magari, a mille chilometri è intima e profonda”.
Non posso illuderti che la mia preghiera salverà la tua vita. o Posso solo dirti che camminiamo insieme, io con te e tu con mille altri. Allarghiamo il nostro sguardo verso la comunità... Che cosa c'è di più bello che sentirci uniti anche reciprocamente nella preghiera, nella lode a Dio?
Questo fa parte del nostro cammino nelle comunità di base e in tante comunità parrocchiali. Questa pratica della cura, della vicinanza è fondamentale. Dobbiamo ulteriormente inventare uno zelo della cura, esserci vicini non tanto con rituali freddi... Sarà questo calore della cura comunitaria che farà nascere in noi tante modalità nuove di essere vicini gli uni agli altri sempre con il cuore, sempre con la voglia di essere un noi che cammina insieme.
Vi auguro una buona serata e tanto riposo Ciao
Franco Barbero
(Trasposizione del vocale del 16 aprile 2020 a cura di Franca Gonella e Fiorentina Charrier)