Nel
caro saluto con una bella notizia: Oggi il vescovo di Pinerolo sta
migliorando, un buon passo verso la guarigione.
Intanto
mi sono giunte due domande (mi capita che dopo qualche chiacchierata,
mi arrivino telefonate e domande). Oggi affronto così due domande
che ho ritenuto interessanti e concrete. La prima è questa: “che
senso ha portare l'ostia a un malato?” e la seconda “che senso ha
pregare per un amico per una persona lontana, per un malato?”.
Cominciamo
dal portare la cosiddetta comunione. Nella storia dei primi secoli
della nostra esperienza di fede in alcune comunità per un fratello o
una sorella impedito perché malato o assente oppure perché
trattenuto dalla distanza o anche dalla persecuzione, in alcune
comunità c'era la pratica di portare un pezzo del pane della mensa
comunitaria a questi assenti forzati. Lavoro, salute, distanza
segnavano un’assenza sofferta dall’incontro comunitario.
Quel
fratello e quella sorella avrebbero voluto esserci, ma forze
superiori avevano impedito la loro partecipazione ed allora alcuni
fratelli e alcune sorelle o gli anziani, i ministri della comunità
,volevano portare il segno di comunione per dire “noi ti abbiamo
vissuto come presente sei in comunione con noi”.
Era
una maniera anche per alimentare non solo un senso di fede, di
appartenenza, ma anche per far giungere calore, senso di vicinanza.
Poi il pane lasciò il posto all'ostia. Non fu una scelta molto
bella a livello simbolico, ma lasciamo da parte questo aspetto perché
se c'è un rapporto davvero di fede comunitaria, il portare come
comunione l'ostia sorretta da una fede viva e da una reale
inserimento in una comunità ha un grande significato. Parecchie
sorelle e fratelli in caso di malattia, in casa o in ospedale,
chiedono alla comunità di poter ricevere l'eucarestia secondo la
loro tradizione comunitaria.
Ho conosciuto in parrocchia veramente
molti preti parroci molto zelanti che, avendo la segnalazione e la
richiesta di sorelle anziane malate impedite, erano molto zelanti nel
portar loro un segno della comunità vicina, un segno grandemente
apprezzato e molto nutriente.
Certo era sorretto da una esperienza
comunitaria e allora diventava un segno di fede. Se non c'era
questo atteggiamento di disponibilità si ponevano dei segni inutili.
Quando io sono stato lungamente malato di tubercolosi, ricordo un
cappellano che portava l'eucarestia come se ti desse una medicina,
una pillola.
Tutto questo ha il valore dell’esperienza che lo
sorregge, tutto va compiuto in un contesto che esprima veramente la
relazione comunitaria.
Nella
mia vita ho avuto in questi ultimi anni la gioia proprio di
accompagnare alla morte qualche fratello o qualche sorella che mi
diceva “portami anche la domenica il pane della vostra eucarestia”.
Che senso aveva? Era veramente un segno di fede e quindi c'era una
relazione precedente dentro un cammino.
Quell’eucaristia per
questo fratello aveva un significato e credo che sia bello anche
nelle nostre comunità (come so che sovente avviene quando c'è
qualcuno che sta male, che sarebbe stato volentieri presente, ma non
ha potuto prendere il pezzo del pane dell'eucarestia e farlo
giungere, portarlo a questa sorella a questo fratello).
Non
dimentichiamoci mai di questi segni che vanno creati non sono il
sacramentalismo classico, ma esprimono la vicinanza nella fede, nel
suo aspetto più comunitario di cura, di sollecitudine fraterna e
sororale.
Mi
pare molto bello: sono i segni da tener presente in una società
dove le persone spesso sono lontane, impossibilitate ad un viaggio.
E' veramente un grande nutrimento per il nostro amore reciproco e per
la fede: è il ricordo di Gesù che ci rimanda a Dio.
Che
cosa c'è di più bello che questa sollecitudine questa cura
pastorale fraterna sororale: “pregare, ricordarci nella preghiera
tra lontani, amici, malati, sofferenti... (ti ricordo nella
preghiera ricordiamoci a vicenda nella preghiera) possono essere
frasi senza senso, ma possono anche essere delle frasi di altissimo
livello di fede.
Ti penso come un compagno di viaggio che vivi anche
tu questa esperienza della fede, mi rallegro, lodo Dio per avere
conosciuto in te un compagno di viaggio, ringrazio Dio di questo
fatto che ho allargato la cerchia dei compagni del viaggio della
fede. Quando lo scrivo “ricordami nella preghiera”, “ti
ricordo” “io ti penso sempre, e tu sentimi e “pensami come un tuo
compagno di viaggio” insieme davanti a Dio.
Il vero augurio in
queste mie parole è che tu possa continuare, questo cammino: la tua
fede sostiene la mia, e io vorrei che la mia sostenesse anche la tua. Intanto in queste parole che veramente hanno una densità di calore,
di fede, la persona ha la possibilità di dialogare sul cammino della
fede sua e dell'altro, scambiarci le gioie e le fatiche dell’essere
cristiani in questo mondo.
"Ti
ricordo nella preghiera" è come la chiave di accesso a questo scambio
prezioso nei momenti di difficoltà, ma anche di gioia. Qualche volta
è proprio come inserire qualcuno nel tuo viaggio e l'altro che si
inserisce nel tuo.
La
lontananza, la difficoltà, gli scambi, sono un patrimonio infinito
della nostra fede. Certo ci sono sempre i giochi delle parole
inutili dette senza avere dentro messo il nostro cuore, ma certe
volte ricevo anche un pensiero, una richiesta: mandami una tua
preghiera e poi qualcuno che manda la sua. ’ Che bello scambio è
questo: è proprio il cammino comunitario.
Ognuno
deve avere la sua esperienza, la sua libertà ma non dimentichiamo
che in un mondo vuoto di parole sensate, certe volte un
“ricordiamoci nella preghiera” può assumere tutti questi
significati della compagnia.
Noi
non preghiamo più certo perché il mio amico guarisca da una
malattia. Ci vogliono i medici. Non preghiamo più per strappare
grazie ai santi e alle madonne, ma ma preghiamo Dio perché dia a
tutti la gioia di essere insieme nel cammino, perché ci sosteniamo.
Se io porto il pane, vuol dire che tu sei parte della mia esperienza
comunitaria. Il pane significa il gesto di Gesù della condivisione
e la comunità che è vicina, anche se siamo lontani,significa che
Dio è sostegno, luce, fiducia e così il pezzo di pane che arriva
al fratello e alla sorella che è parte di questa comunità, di un
cammino comunitario diventa davvero un segno di fede. E poi “ti
ricordo nella preghiera” significa “ho con te una relazione che
magari, a mille chilometri è intima e profonda”.
Non
posso illuderti che la mia preghiera salverà la tua vita. o Posso
solo dirti che camminiamo insieme, io con te e tu con mille altri.
Allarghiamo il nostro sguardo verso la comunità... Che cosa c'è
di più bello che sentirci uniti anche reciprocamente nella
preghiera, nella lode a Dio?
Questo
fa parte del nostro cammino nelle comunità di base e in tante
comunità parrocchiali. Questa pratica della cura, della vicinanza è
fondamentale. Dobbiamo ulteriormente inventare uno zelo della cura,
esserci vicini non tanto con rituali freddi... Sarà questo calore
della cura comunitaria che farà nascere in noi tante modalità nuove
di essere vicini gli uni agli altri sempre con il cuore, sempre con
la voglia di essere un noi che cammina insieme.
Vi
auguro una buona serata e tanto riposo Ciao
Franco
Barbero
(Trasposizione
del vocale del 16 aprile 2020 a cura di Franca Gonella e Fiorentina
Charrier)