martedì 21 aprile 2020

Tanto vale essere onesti: non è detto che le tragedie servano
Che cosa abbiamo imparato dall'11 settembre e dal crac del 2008? Ben poco. Anzi: con le grandi crisi ognuno rafforza i pregiudizi che aveva già. Sarà così anche stavolta?

QUANDO NE SAREMO fuori, avremo imparato qualcosa? Per essere precisi, per dovere di umiltà e realismo: quelli di noi che saranno ancora vivi, usciranno migliorati da questa prova?
Fare previsioni è rischioso. Nel lungo periodo sbagliamo quasi sempre. Eppure bisogna ragionare così, sui tempi lunghi, per sfuggire all'abbruttimento. Tanto vale essere onesti: non è detto che le tragedie servano. Ho vissuto da vicino due eventi definiti "cigni neri", cioè a bassissima probabilità statistica e ad altissimo impatto. Il primo fu l'11 settembre 2001. Il secondo fu il crac dei mutui americani nel 2008 e la grande recessione che ne seguì. Ogni volta ci fu la tentazione di dire: e cambiato tutto, il mondo non sarà mai più come prima. E ogni volta le valutazioni fatte a caldo, durante la catastrofe, erano sbagliate. Quegli eventi, che sembrarono epocali, ci hanno cambiati molto meno di quanto credevamo. Se c'era una lezione da ricavarne, l'abbiamo ignorata. L'11 settembre il bilancio di vittime fu tremendo, il panico fu vero, ed era solo l'inizio perché segui una scia di attentati terroristici in tutto l'Occidente, in Medio Oriente, in Estremo Oriente. Cosa è cambiato? Di sicuro il nostro  modo di volare. Gli aeroporti sono stati consegnati a un imponente apparato di sicurezza. Gli investimenti nell`anti-terrorismo hanno nutrito intere industrie. L'America ha fatto due guerre in Iraq e in Afghanistan. Poi si è pentita di averle fatte. Ognuno ha voluto apprendere lezioni, perlopiù inutili. Chi era anti-americano prima, lo è rimasto, convincendosi che l'impero del male sta a Washington e che gli Stati Uniti il terrorismo se lo erano meritato. Le classi dirigenti del mondo arabo hanno continuato a rubare, a opprimere i loro popoli, dirottandone la rabbia contro l'Occidente malvagio. Gli imperialismi locali - turco-ottomano, persiano, arabo - hanno continuato a investire nelle armi anziché nell'istruzione e nello sviluppo, prolungando guerre di religione che durano (nella versione moderna) dal 1979. Chi era islamo-fobo prima, ha trovato nel jihadismo una conferma delle proprie paure: e non mi riferisco solo ai razzisti di casa nostra ma anche a Xi Jinping e Narendra Modi, i capi delle due nazioni più grandi del mondo.
Anche per la crisi del 2008 fu detto: nulla sarà più come prima, il capitalismo è arrivato al capolinea. Poi c'è stata una ripresa, soprattutto in America e in Cina. Più velocemente del previsto. Ma senza cambiare nulla delle storture precedenti: stesse diseguaglianze, avidità degli straricchi, prepotenza dei top manager, arroganza dei tecnocrati. La sinistra radicale ha visto in quella crisi l'avverarsi delle profezie di Karl Marx. La destra ha visto nei salvataggi di Obama un regalo ai banchieri e la prova di una collusione fra sinistra ed establishment. Dalle grandi crisi ognuno estrae, troppo spesso, un rafforzamento dei pregiudizi che aveva prima. Qualche volta impariamo. Qualche tragedia ci ha reso migliori. Dalla Seconda guerra mondiale, Italia, Germania e Giappone seppero trarre alcune lezioni giuste. Quand'è che una catastrofe ci educa? Quali sono le condizioni perché non sia inutile? È uno dei temi su cui vorrei riflettere - se il tempo mi sarà concesso - guardando ai modi diversi in cui Oriente e Occidente si stanno comportando oggi.

Federico Rampini è da molti anni corrispondente di Repubblica da New York, dopo esserlo stato da Bruxelles, San Francisco, Pechino. È autore di una trentina di saggi.

(D, 4 aprile 2020)