Giappone
a rischio strage
I
forzati dell’ufficio non riescono a stare a casa
Finalmente
in Giappone è arrivato il weekend.
Le metro e le strade del Paese si
sono svuotate, i centri commerciali e i quartieri
dell’intrattenimento sono semideserti: quasi tutti i cittadini
restano diligenti a casa, come il governo ha chiesto loro di fare per
bloccare il virus. Ma il problema del Giappone in stato di emergenza
“leggero”, cioè senza obblighi di legge né punizioni per i
trasgressori, non sono i giorni festivi, bensì quelli feriali: dal
lunedì al venerdì i cittadini a casa non ci stanno proprio,
continuano ad andare in ufficio. Un po’ perché questa è la loro
cultura, che premia più di ogni altra cosa la presenza in ufficio, a
oltranza, allo sfinimento, alla morte.
Un po’ perché le aziende
nipponiche, anche quelle dei servizi piene di colletti bianchi, non
sono attrezzate per farli lavorare a distanza.
Uovo
e gallina di un problema che rischia di precipitare il Sol Levante
nel baratro della crisi epidemica. I casi di Covid-19 infatti
continuano ad aumentare, hanno superato i 10 mila, gli ospedali
cominciano a non avere più letti liberi. Allargando lo stato di
emergenza a tutto il territorio nazionale, il premier Shinzo Abe ha
detto che per uscirne, i contatti sociali dovranno essere ridotti
dell’80%. Peccato che i pendolari che prendono auto o mezzi
pubblici per recarsi con regolarità in ufficio, secondo un
attendibile sondaggio, la scorsa settimana fossero ancora il 60%
mentre un misero 28% faticava da casa.
Molti
non vogliono, perché temono di essere penalizzati dal capo, in
Giappone non è ben visto neppure chi si prende le ferie per intero.
Molti non possono, per una serie di motivi legati alla cultura del
lavoro, che a dispetto dell’immagine di Paese iper tecnologico è
ancora analogica e cartacea.
Il suo simbolo sono i timbri, gli hanko,
che devono essere apposti su ogni documento ufficiale. Ci sono quelli
societari, conservati nelle casseforti dell’azienda, e quelli
personali, che ogni lavoratore legato a quel documento deve imprimere
sulla pagina, prima che venga archiviata o faxata via. La stessa
architettura “a stanzone” degli uffici nipponici si basa sul
presupposto che i dipendenti siano tutti presenti insieme e molti
regolamenti societari prevedono che le riunioni si debbano svolgere
faccia a faccia.
In
vista delle Olimpiadi, per ridurre la congestione di Tokyo, il
governo aveva promesso una grande rivoluzione di lavoro agile.
L’emergenza coronavirus ha rivelato che le aziende non sono pronte,
nella capitale e a maggior ragione nel resto del Paese. Del resto la
stessa burocrazia imperiale è parte del problema: per richiedere gli
incentivi per lo smart working un’impresa deve compilare circa
cento pagine di moduli. Il problema però è che senza misure di
contenimento l’anziano Giappone rischia 400 mila morti.
Filippo
Santelli – Repubblica 19 aprile