giovedì 7 maggio 2020

IMPARIAMO AD AMARE LA VITA


Questa sera vorrei inoltrarmi con voi sul tema “Impariamo ad amare la vita”. Spero che molti di voi ieri sera abbiano potuto vedere ed ascoltare l'intervista su Rai2 di Fazio al vescovo di Pinerolo, tuttora in ospedale ma ormai guarito. Le parole, il sorriso le considerazioni hanno certamente toccato i nostri cuori ma qualcuno al telefono proprio oggi mi ha manifestato una domanda: “Perché il vescovo ha chiesto a Fazio di poter conoscere e contattare la Littizzetto?”.
Tento di interpretare e azzardo una risposta a questa domanda marginale, ma anche originale, per inoltrarmi invece in un tema che a me è molto caro e come interpreto questo alla luce di un libro di monsignor Derio “Il gusto della vita”.
L'invito alla Littizzetto non è finalizzato ovviamente alla cena di una sera, ma ad un invito a qualche momento comunitario per iniettare un po’ di umorismo, un po' di ironia, un po' di sorriso mordace, di battute garbatamente irriverenti come quelle rivolte al cardinale Ruini.
In quel libro “Il gusto della vita” il vescovo di Pinerolo stimola ad avere veramente ironia sul conto di certe nostre sicurezze presunte, per certi nostri irrigidimenti, per certe verità cosiddette inossidabili.
Questo è decisamente interessante. Anche Littizzetto, che non basterà certo da sola, può darci una piccola mano in questo senso. Ma io voglio partire da un concetto che mi è molto caro almeno dentro il mio cuore. Troppo spesso si percepisce dentro le nostre strutture ecclesiastiche, parrocchie o simili e dei vari percorsi organizzati in tanti movimenti ecclesiali, un certo clima di tristezza il sospetto per tutto ciò che sa di gioia di vivere e di piacere.
La chiesa, mi telefonava in questi giorni un carissimo confratello lontano, per me è diventata come uno stagno, una routine, un luogo delle ripetizioni litaniche liturgiche sacramentali.
Può essere vero in molte situazioni. Ma partiamo da lontano. Le stesse letture bibliche di Genesi in cui si parla di Adamo ed Eva, nel mito delle origini, che si inoltrano con grande coraggio oltre l'Eden, tutto viene erroneamente letto come peccato, come un paradiso perduto, anziché come la gioia di affrontare la vita perché nell’Eden crescerebbe solo l'erba per dire una frase del grande teologo Kushner, un teologo ebraico.
Molto presto devo dire gli scrittori ecclesiastici cominciarono a parlare della colpa dei nostri progenitori fino a giungere, con Agostino di Ippona, alla formulazione del peccato originale esteso a tutta l'umanità.
Non ce n'è uno che si salvi. Tutti nasciamo già segnati dallo stigma del peccato “macula originalis”. La benedizione originaria del Dio creatore, che vede belle e buone le sue creature sfociò molto presto in questa ideologia del peccato. Matthew Fox, un grande domenicano teologo, scrisse un libro molti anni fa “In principio era la gioia” recentemente riedito da Fazi Editore. Per questo libro venne condannato da Ratzinger, allora segretario della congregazione della dottrina della fede, il sorvegliante dell'ortodossia secondo il quale “ in principio non era la gioia ma in principio era la colpa. Si dice amartiocentrismo questo sistematico mettere al centro il peccato. Di questo passo siamo arrivati, nella storia istituzionale della chiesa al punto che quando nasce un bambino o una bambina, il battesimo viene concepito come cancellazione del peccato.
Quel bimbo sarebbe nato in peccato?
Pensate alla astrusità della prima comunione che deve essere preceduta dalla confessione dei peccati . Con l’affermazione della cultura sessuofobica, omofobica e misogena il corpo diventò un sorvegliato speciale e molte persone nella chiesa subirono una continua castrazione.
Molte sofferenze, molte disperazioni, molta infelicità e non pochi abusi nacquero da questa cultura della repressione dei sentimenti e del corpo. Paul Ricoeur molti anni fa nel suo “Finitudine e colpa”, un libro da rileggere, scrive: “Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alle anime durante secoli di cristianesimo la speculazione successiva della storia di Adamo e in particolare quella agostiniana sul peccato originale”. Gesù venne ritratto addirittura come l’espiatore dei nostri peccati, stravolgendo il suo operare per la felicità delle persone. Nei secoli la comunità di Gesù è diventata una chiesa in cui ogni passo fuori dal perimetro dell’autorità aveva il nome di peccato, di imprudenza, di tentazione.
Pensate alle lotte delle donne, degli omosessuali, pensate a tutti i movimenti minoritari nella chiesa... Ebbene secondo l'ultima intervista che in questi giorni è già comparsa un po' in tutto il mondo per Ratzinger siamo nel tempo dell’anticristo: donne, omosessuali, matrimoni misti tutto questo compone l'anticristo. Siamo davvero al delirio depressivo. L'elenco dei danni che questa cultura ha fatto è infinito. Ha prodotto troppi testimoni tristi, troppi predicatori tristi della lieta novella. E' difficile poter annunciare una lieta novella se tu non la senti nella tua vita con gioia, con passione.
Ma la domanda non può fermarsi al vissuto negativo e la nostra responsabilità ci pone una domanda: come fare a riscoprire la bellezza vitalizzante del messaggio originario della benedizione con cui Dio accompagna tutta la sua creazione? Ci vuole una vera e propria rivoluzione: una chiesa da rinnovare. Molte persone, anche parecchi i miei confratelli sovente sono scoraggiati.
Sembra quasi un'opera, un'impresa impossibile, dato l’immobilismo, la ripetizione, il ribadimento ossessivo dogmatico.
La predicazione dovrebbe soltanto concentrarsi sul Dio vicino, sulla riscoperta del suo amore, e le celebrazioni dei sacramenti della fede dovrebbero essere segni che parlino alla vita, che impegnino la vita.
La comunità deve cancellare le barzellette del catechismo il suo patriarcato assoluto la sua omofobia. Tornare a Gesù è l'unica strada per dare retta all’esortazione del Salmo 34: “Gustate e vedete come è buono il Signore”.
In momenti e in stagioni storiche come questa, di fronte alle mille incertezze che accompagnano il nostro cammino, la fede ha bisogno di ritrovare la presenza di un Dio che non ci imprigioni nel reticolo dei dogmi, dei moralismi, ma ci accompagni e ci aiuti ad accogliere la vita nei suoi vari momenti ad amare il dono della vita, i giorni che ci sono dati, a renderli fecondi di relazioni costruttive, ma anche luogo di iniziativa personale e comunitaria anziché attenderci i gnocchi dal cielo o da un trono papale.
Dobbiamo assumere fino in fondo gioiosamente le nostre responsabilità, vivere sia il tormento che la fatica, ma anche la gioiosa impresa del cambiamento radicale, dei piccoli passi che le nostre fragili energie ci possono permettere.
Tutto questo nell’assidua lettura biblica e con gli occhi e il cuore aperti alla realtà.
Dio non è un'idea, un dogma, ma è una presenza da ascoltare per lasciarci sorprendere e accompagnare. Quando ero giovanissimo scrissi una preghiera tanti e tanti anni fa: “Signore, tu sei sempre una sorpresa”. Lo credo ancora oggi.
Solo se attingiamo acqua alla fonte che sei tu, sarà possibile un cammino creativo della nostra fede personale e comunitaria. Tu, Dio, non puoi cessare di essere una sorpresa, ma siamo noi che se non ti attendiamo come una sorpresa, se non gustiamo la bellezza, la profondità della compagnia, rischiamo di renderti non una sorpresa ma una religiosità ferma, immobile, triste, ripetitiva.
Lasciamoci raggiungere dalla sua sorpresa. E' come se, aprendo la porta di casa, ogni giorno si presentasse un amico sempre nuovo.
Buonanotte a tutti.
Franco Barbero.
(Trasposizione del vocale del 4 maggio 2020 a cura di Franca Gonella e Fiorentina Charrier).