Questa
sera vorrei inoltrarmi con voi sul tema “Impariamo ad amare la
vita”. Spero che molti di voi ieri sera abbiano potuto vedere ed
ascoltare l'intervista su Rai2 di Fazio al vescovo di Pinerolo,
tuttora in ospedale ma ormai guarito. Le parole, il sorriso le
considerazioni hanno certamente toccato i nostri cuori ma qualcuno al
telefono proprio oggi mi ha manifestato una domanda: “Perché il
vescovo ha chiesto a Fazio di poter conoscere e contattare la
Littizzetto?”.
Tento
di interpretare e azzardo una risposta a questa domanda marginale, ma
anche originale, per inoltrarmi invece in un tema che a me è molto
caro e come interpreto questo alla luce di un libro di monsignor
Derio “Il gusto della vita”.
L'invito
alla Littizzetto non è finalizzato ovviamente alla cena di una sera,
ma ad un invito a qualche momento comunitario per iniettare un po’
di umorismo, un po' di ironia, un po' di sorriso mordace, di battute
garbatamente irriverenti come quelle rivolte al cardinale Ruini.
In
quel libro “Il gusto della vita” il vescovo di Pinerolo stimola
ad avere veramente ironia sul conto di certe nostre sicurezze
presunte, per certi nostri irrigidimenti, per certe verità
cosiddette inossidabili.
Questo
è decisamente interessante. Anche Littizzetto, che non basterà
certo da sola, può darci una piccola mano in questo senso. Ma io
voglio partire da un concetto che mi è molto caro almeno dentro il
mio cuore. Troppo spesso si percepisce dentro le nostre strutture
ecclesiastiche, parrocchie o simili e dei vari percorsi organizzati
in tanti movimenti ecclesiali, un certo clima di tristezza il
sospetto per tutto ciò che sa di gioia di vivere e di piacere.
La
chiesa, mi telefonava in questi giorni un carissimo confratello
lontano, per me è diventata come uno stagno, una routine, un luogo
delle ripetizioni litaniche liturgiche sacramentali.
Può
essere vero in molte situazioni. Ma partiamo da lontano. Le stesse
letture bibliche di Genesi in cui si parla di Adamo ed Eva, nel mito
delle origini, che si inoltrano con grande coraggio oltre l'Eden,
tutto viene erroneamente letto come peccato, come un paradiso
perduto, anziché come la gioia di affrontare la vita perché
nell’Eden crescerebbe solo l'erba per dire una frase del grande
teologo Kushner, un teologo ebraico.
Molto
presto devo dire gli scrittori ecclesiastici cominciarono a parlare
della colpa dei nostri progenitori fino a giungere, con Agostino di
Ippona, alla formulazione del peccato originale esteso a tutta
l'umanità.
Non
ce n'è uno che si salvi. Tutti nasciamo già segnati dallo stigma
del peccato “macula originalis”. La benedizione originaria del
Dio creatore, che vede belle e buone le sue creature sfociò molto
presto in questa ideologia del peccato. Matthew Fox, un grande
domenicano teologo, scrisse un libro molti anni fa “In principio
era la gioia” recentemente riedito da Fazi Editore. Per questo
libro venne condannato da Ratzinger, allora segretario della
congregazione della dottrina della fede, il sorvegliante
dell'ortodossia secondo il quale “ in principio non era la gioia ma
in principio era la colpa. Si dice amartiocentrismo questo
sistematico mettere al centro il peccato. Di questo passo siamo
arrivati, nella storia istituzionale della chiesa al punto che
quando nasce un bambino o una bambina, il battesimo viene concepito
come cancellazione del peccato.
Quel
bimbo sarebbe nato in peccato?
Pensate
alla astrusità della prima comunione che deve essere preceduta dalla
confessione dei peccati . Con l’affermazione della cultura
sessuofobica, omofobica e misogena il corpo diventò un sorvegliato
speciale e molte persone nella chiesa subirono una continua
castrazione.
Molte
sofferenze, molte disperazioni, molta infelicità e non pochi abusi
nacquero da questa cultura della repressione dei sentimenti e del
corpo. Paul Ricoeur molti anni fa nel suo “Finitudine e colpa”,
un libro da rileggere, scrive: “Non si dirà mai abbastanza quanto
male ha fatto alle anime durante secoli di cristianesimo la
speculazione successiva della storia di Adamo e in particolare quella
agostiniana sul peccato originale”. Gesù venne ritratto
addirittura come l’espiatore dei nostri peccati, stravolgendo il
suo operare per la felicità delle persone. Nei secoli la comunità
di Gesù è diventata una chiesa in cui ogni passo fuori dal
perimetro dell’autorità aveva il nome di peccato, di imprudenza,
di tentazione.
Pensate
alle lotte delle donne, degli omosessuali, pensate a tutti i
movimenti minoritari nella chiesa... Ebbene secondo l'ultima
intervista che in questi giorni è già comparsa un po' in tutto il
mondo per Ratzinger siamo nel tempo dell’anticristo: donne,
omosessuali, matrimoni misti tutto questo compone l'anticristo.
Siamo davvero al delirio depressivo. L'elenco dei danni che questa
cultura ha fatto è infinito. Ha prodotto troppi testimoni tristi,
troppi predicatori tristi della lieta novella. E' difficile poter
annunciare una lieta novella se tu non la senti nella tua vita con
gioia, con passione.
Ma
la domanda non può fermarsi al vissuto negativo e la nostra
responsabilità ci pone una domanda: come fare a riscoprire la
bellezza vitalizzante del messaggio originario della benedizione con
cui Dio accompagna tutta la sua creazione? Ci vuole una vera e
propria rivoluzione: una chiesa da rinnovare. Molte persone, anche
parecchi i miei confratelli sovente sono scoraggiati.
Sembra
quasi un'opera, un'impresa impossibile, dato l’immobilismo, la
ripetizione, il ribadimento ossessivo dogmatico.
La
predicazione dovrebbe soltanto concentrarsi sul Dio vicino, sulla
riscoperta del suo amore, e le celebrazioni dei sacramenti della fede
dovrebbero essere segni che parlino alla vita, che impegnino la
vita.
La
comunità deve cancellare le barzellette del catechismo il suo
patriarcato assoluto la sua omofobia. Tornare a Gesù è l'unica
strada per dare retta all’esortazione del Salmo 34: “Gustate e
vedete come è buono il Signore”.
In
momenti e in stagioni storiche come questa, di fronte alle mille
incertezze che accompagnano il nostro cammino, la fede ha bisogno di
ritrovare la presenza di un Dio che non ci imprigioni nel reticolo
dei dogmi, dei moralismi, ma ci accompagni e ci aiuti ad accogliere
la vita nei suoi vari momenti ad amare il dono della vita, i giorni
che ci sono dati, a renderli fecondi di relazioni costruttive, ma
anche luogo di iniziativa personale e comunitaria anziché attenderci
i gnocchi dal cielo o da un trono papale.
Dobbiamo
assumere fino in fondo gioiosamente le nostre responsabilità, vivere
sia il tormento che la fatica, ma anche la gioiosa impresa del
cambiamento radicale, dei piccoli passi che le nostre fragili energie
ci possono permettere.
Tutto
questo nell’assidua lettura biblica e con gli occhi e il cuore
aperti alla realtà.
Dio
non è un'idea, un dogma, ma è una presenza da ascoltare per
lasciarci sorprendere e accompagnare. Quando ero giovanissimo scrissi
una preghiera tanti e tanti anni fa: “Signore, tu sei sempre una
sorpresa”. Lo credo ancora oggi.
Solo
se attingiamo acqua alla fonte che sei tu, sarà possibile un
cammino creativo della nostra fede personale e comunitaria. Tu, Dio,
non puoi cessare di essere una sorpresa, ma siamo noi che se non ti
attendiamo come una sorpresa, se non gustiamo la bellezza, la
profondità della compagnia, rischiamo di renderti non una sorpresa
ma una religiosità ferma, immobile, triste, ripetitiva.
Lasciamoci
raggiungere dalla sua sorpresa. E' come se, aprendo la porta di casa,
ogni giorno si presentasse un amico sempre nuovo.
Buonanotte
a tutti.
Franco
Barbero.
(Trasposizione
del vocale del 4 maggio 2020 a cura di Franca Gonella e Fiorentina
Charrier).