domenica 17 maggio 2020

L'altro lato della terra

Osservo i bambini, i miei nipotini. Il bimbo piccolo conosce due cose: il corpo della mamma e il suolo. Via via che si stacca dalla mamma, gioca a terra, poi striscia o gattona, poi si alza in piedi e cammina, ma la terra continua a dargli sicurezza e ad essa torna ad appoggiarsi con familiarità, nelle difficoltà del cammino, prima di spiccare la corsa, proprio come alla terra chiedeva nuova forza il mitico Anteo, figlio di Gea.
Anche il vecchio si appoggia di più alla terra, servendosi di tre gambe, se due non bastano più, e stazionando seduto, più di prima. L'arrivo è un ritorno, anche senza voler ridurre tutto allo schema ciclico. Tornare da un viaggio è arrivare. Compiere il cammino della vita è ritrovare un'origine.
Questa "umiliazione" è da accettare con sapienza. Quando abbiamo fatto quel che potevamo, offerto, annunciato, preparato qualcosa, è l'ora in cui possiamo diminuire perché altri cresca (cfr. Giovanni 3, 30). Anche questa è un'opera della vita. Tutti ricordiamo i nostri vecchi, quello che ci hanno dato e detto, e mostrato in silenzio, mentre diminuivano. Una bella pagina di Stéphane Hesse parla di questa "trasmissione intergenerazionale", che è un impegno reciproco tra vecchi e giovani (Impegnatevi!, Ed. Salani 2011, pp. 75-77). E dice anche, con speranza attiva, che la specie umana è «una specie giovane» (pp. 72 e 73). Proprio la dedizione (per stare a quella triplice immagine della vita) si risolve in una umiliazione, un ridursi al pezzetto di terra che si occupa ancora, un impoverirsi, perché non tratteniamo altro, non ci espandiamo più. Nella terra ci fermeremo. Tutte le nostre tracce lentamente svaniranno. Ma, più piccoli e leggeri, potremo anche abbracciare la terra di dovunque, che è l'universo. Si usa dire, intatti, che «si va in cielo», l'altro lato della grande terra. L'umiltà ottenuta ci introduce alla verità.

Enrico Peyretti
, Il foglio 384 settembre 2011