lunedì 25 maggio 2020

L'IDOLATRIA E' SEMPRE ALLE PORTE

Dio e l'idolo
Mentre Mosè è sul Sinai, in ascolto di Dio, il popolo rimane in attesa. Anche chi legge è stato forzato alla sosta attraverso la sospensione della narrazione, sostituita da meticolose istruzioni di rituali per la costruzione del tempio. Ora è tempo di riprendere il racconto e verificare non solo la fedeltà del popolo ma anche quella di lettrici e lettori. Il ritmo della narrazione è una prima indicazione di senso. Forma e contenuto nel cambiamento di ritmo narrativo aderiscono alla situazione esistenziale messa in scena. Si poteva scegliere di raccontare la lunga, estenuante attesa, la speranza che via via lascia il posto all’impazienza, fino alla resa. 
Il narratore ha scelto di farla vivere a chi legge, prima di richiamarla esplicitamente nell'introduzione all'episodio del vitello d'oro. Anche da questo capiamo che il racconto non ha a che vedere solo con la storia passata ma intende sporgere sul presente di chi legge. 
Riguarda l’oggi. 
La tentazione di riempire un’assenza con una falsa presenza, di cancellare un vuoto con l'impazienza è sempre in agguato. Il peccato di idolatria, del resto, richiama la prima pagina delle Scritture e il sospetto che Dio non agisca per il nostro bene. In entrambe le situazioni si crede di poter superare una fragilità costitutiva con il delirio del controllo: mangiando un frutto proibito, oppure costruendosi un’immagine di Dio accessibile.
Il racconto si muove lungo due diverse prospettive: dal basso e dall'alto. Chi legge potrà osservare a valle la scena di un popolo incapace di stare nell'attesa; e contemporaneamente, ascoltare sul monte il dialogo tra Dio e Mosè, vedendo crescere l’ira di un Dio che assiste incredulo al tradimento del suo popolo.
Mosè tarda a tornare; il popolo non è in grado di gestire la frustrazione dell’assenza che decide di riempire con una propria immagine di Dio. E per fare questo si affida alla mediazione di Aronne, figura ambigua poiché utilizza il suo ruolo istituzionale per assecondare le aspettative dei suoi, invece di arginare il panico. Aronne agisce da stolto fino a sequestrare le ricchezze del popolo, che sarebbero dovute servire per costruire l’arca e gli arredi del tempio: ora serviranno ad erigere un simulacro di Dio. Nel tragico della situazione, fa capolino l'aspetto comico: quell'idolo è solo la parodia delle divinità cananee. 
E non è nemmeno un toro, ma un vitello! Un copia incolla in miniatura! L'impazienza fa scendere un velo sulla memoria. Basta poco per far dimenticare al popolo che lo ha liberato portandolo fuori dall'Egitto e per attribuire i meriti del Dio liberatore a quell’idolo costruito da mani umane, toccabile, a disposizione di tutti. Dio è stato licenziato e sostituito con un feticcio.
Un popolo che non sa gestire la frustrazione dell'attesa è destinato a perdere la memoria, sostituita da una falsa narrazione.
Il racconto scava ed evoca diversi aspetti di questa sostituzione. Non solo le motivazioni che l'hanno favorita: l'attesa, l'assenza. Ma anche le modalità dell'operazione. All'idolo ci si rivolge con le medesime parole usate col Dio che ha tratto il suo popolo dal paese d'Egitto; con i medesimi gesti: i sacrifici, i banchetti di comunione, la festa. Non c'è netta distinzione tra la vera e la falsa divinità: la seconda si sovrappone alla prima. La Parola continua a risuonare, i gesti memoriali e di alleanza hanno il loro solito corso. Ma per significare altro, per tornare a parlare la lingua dell'Egitto. Di nuovo, l'esodo non è un cammino lineare e progressivo: l’ombra del controesodo allunga le sue tenebre nei nuovi scenari in cui viene a trovarsi il popolo che cercava la libertà.
E giunge ad oscurare il Dio che cammina con suo popolo, quel Dio mobile, non racchiudibile in una definizione, che si rivela in una storia, nella quale Israele è chiamato a scorgerne la presenza. 
Al suo posto l'idolo statico, sempre uguale a se stesso e, dunque, definibile, a portata di mano, in nulla sfuggente. La posta in gioco di questa scena, ai piedi del Sinai, non riguarda l'ortodossia: nel confronto tra due immagini di Dio, il racconto mostra che l'idolatria è un problema antropologico. Qui è un gioco la qualità dell'umano, che si apre all'alterità di Dio - che ha vie, pensieri e tempi differenti - o che cerca nel divino la conferma, la rassicurazione della bontà delle proprie idee.
Non possiamo rubricare il problema sul conto degli antichi, gente credulona in preda ad un’immaginazione religiosa incontrollata. L'idolatria ci riguarda, oggi più che mai.

Lidia Maggi, Rocca 1 maggio