SCOPRIRE
LA PROPRIA FRAGILITA'.
In
questa serata vorrei parlare di due compagnie e due compagne
insostituibili del nostro viaggio della vita.
In
questi giorni di pandemia la realtà del mappamondo, cioè
l'abitudine a guardare in vasto, si tinge sempre di più di
ingiustizie crescenti e vistose, popoli interi destinati
all'abbandono e alla fame oltre alla malattia.
Anche
a livello personale e relazionale si avvertono diverse forme di
povertà, solitudine, violenze, depressioni, malattie, sfumano tanti
progetti, galoppano incertezze invasive, sembra spegnersi, attraverso
queste sofferenze intime quasi innominabili la voglia di futuro.
Non si vede una via d'uscita.
Come
dare un senso oggi ad una progettualità ad una propria vita
personale? Nella Bibbia ebraica ci sono parecchi di questi racconti,
nati e redatti proprio in situazioni di totale smarrimento.
Parto
da un racconto, una leggenda significativa, che tutti voi certamente
conoscete, che si trova al capitolo 17 del primo libro di Samuele. Ci
si trova in un momento della storia in cui sembra non esserci
futuro. Questo “momento” viene descritto come la presenza di un
gigante, Golia, che armato di tutto punto, vantandosi di avere doti
eccezionali, rappresenta il potere, ma anche la situazione di morte e
di sfasamento totale per Israele, l'ora del tramonto.
Attorno,
descrive il libro, serpeggia il pianto, si respira sconforto e
disperazione. Che fare? Viene trovato un pastore, un pastore abituato
a vivere con il gregge: si chiama Davide.
Saul
il re tenta di persuaderlo ad armarsi di tutto punto, come ha fatto
Golia l'avversario. Bisognerà trovare un'arma alla pari.
In
un primo momento Davide cede alla tentazione, si veste da grande
guerriero, ma poi provando ad affrontare la situazione e a muoversi,
in quei panni proprio non si trova e dice a Saul: “depongo questa
armatura mi basta un bastone”. Lo convince e si disarma. Ma che
messaggio trasmette? “Lasciami due cose soltanto, quelle che nella
vita ho imparato, che contano, la fiducia in Dio e la solidarietà
dei miei fratelli e delle mie sorelle”. Infatti Davide era animato
da una grande fiducia in Dio e aveva in questo momento attorno a sé
la solidarietà di tutte le persone che ancora progettavano un mondo
diverso.
Conoscete
la leggenda: con la fionda colpisce il filisteo e lo atterra. Davide
riesce ed è lui che ringrazia Dio e ringrazia i suoi fratelli.
Ovviamrente
il genere letterario epico qui non è certo un raccinto nonviolento
ed edificante....
Israele
vede riaprirsi la strada un sentiero. Due sono le cose che il testo
ricorda. Non è che Dio o la solidarietà siano una magia, facciano
la magia. Dio non fa magie, ma la solidarietà dei fratelli e delle
sorelle e la fiducia in Dio sono la compagnia, l'energia, lo
slancio per guardare avanti.
Come
è prezioso questo insegnamento per la nostra vita quotidiana ma
anche per la vita del mondo. Nel libro di Daniele, il quarto grande
profeta, libro profetico che in realtà è fatto di sogni, di
visioni, in una letteratura molto complessa anche divertente in cui
ci sono re come Nabucodonosor e Dario, l'immagine del potere che
rende infelice la vita e vanifica ogni sforzo di liberazione. Qui
compare una figura storicamente molto documentata, Antioco Epifane
IV, ma ci sono quattro voci profetiche Daniele Anania Azaria
Misaele che si ribellano e vengono perseguitate e sottoposte a due
prove. Il racconto è incredibilmente fantasioso.
Vengono
internati nella fossa dei leoni e altri nella fornace ardente. Come
si può uscire da una fossa di leoni affamati e da una fornace
ardente? Succede che arriva nella fossa dei leoni un messaggero e la
presenza del messaggero ha chiuso le fauci dei leoni che diventano
ammansiti compagni di residenza. I leoni fanno ormai compagnia.... Al
capitolo quattordicesimo sembra che, davanti alla fornace ardente,
tutti gli amici si siano un po' dileguati per la paura.
Il
libro di Daniele narra al capitolo 14 versetti 33-40:
|
33 Si
trovava allora in Giudea il profeta Abacuc il quale aveva fatto
una minestra e spezzettato il pane in un recipiente e andava a
portarlo nel campo ai mietitori. 34 L'angelo
del Signore gli disse: «Porta questo cibo a Daniele in Babilonia
nella fossa dei leoni». 35 Ma
Abacuc rispose: «Signore, Babilonia non l'ho mai vista e la
fossa non la conosco». 36 Allora
l'angelo del Signore lo prese per i capelli e con la velocità
del vento lo trasportò in Babilonia e lo posò sull'orlo della
fossa dei leoni. 37 Gridò
Abacuc: «Daniele, Daniele, prendi il cibo che Dio ti ha
mandato». 38 Daniele
esclamò: «Dio, ti sei ricordato di me e non hai abbandonato
coloro che ti amano». 39 Alzatosi,
Daniele si mise a mangiare, mentre l'angelo di Dio riportava
subito Abacuc nel luogo di prima.
40 Il settimo giorno il re andò per piangere Daniele e giunto alla fossa guardò e vide Daniele seduto |
Si
tratta di storie che narrano, attraverso un linguaggio a noi un po'
lontano, la fragilità che ci accomuna. Noi siamo viventi parabole
della fragilità, la stessa fragilità che accompagna questi
personaggi. Quando essi credono di rivestirsi delle vesti del potere
prendono la strada sbagliata; quando si convertono ed accettano la
loro fragilità, allora questa realtà imprescindibile diventa quasi
una rivelazione. Scoprire la propria fragilità significa scoprire il
bisogno reciproco. E' un messaggio estremamente impegnativo a
livello politico, a livello sociale, a livello ecumenico ,a livello
personale. O si scopre la propria fragilità come bisogno reciproco
di una mano di un aiuto o non c'è futuro e non c'è felicità nel
presente.
In
quella meravigliosa lingua che è il latino, fragile deriva da
“frango” cioè che si rompe. Se io porto un peso di 100 kg e ne
posso sopportare solo due, si rompe la mia schiena. Fragilità vuol
dire accoglienza dei nostri limiti, fare i conti con le nostre
sofferenze, le nostre ferite, la capacità di guardare in faccia la
realtà profonda del nostro essere creature.
Ma
lo stesso verbo frango e la parola “fractio” vuol dire spezzare,
condividere. Quando si è scoperta la fragilità essa diventa un
invito a condividere, ad aver fiducia nella mano amica.
Il
gesto della frazione del pane che facciamo nell’eucarestia
significa che solo insieme si fa cammino.
A
volte la nostra vita ha i giorni della fornace ardente o della fossa
dei leoni e vivere è un'impresa ardua. Nella vita ci sono molti
momenti di primavera, di soleggiamento, di felicità, di amore, di
tenerezza, che costituiscono un grande dono, ma ci sono molte salite,
molte montagne, molti pendii pericolosi, molti saliscendi.
Le
Scritture ce lo ricordano in questi brani così leggendari ma così
significativi. Ricordiamoci di non separare mai la fiducia in Dio
dalla condivisione con chi fa viaggio con noi.
La
fiducia in Dio, se tu non la rendiamo operante e se non la traduciamo
in condivisione diventa uno spiritualismo astratto. La condivisione è
rafforzata dalla fiducia in Dio perché lo sentiamo compagno della
nostra fragilità e del nostro impegno a condividere. Accettiamo la
nostra fragilità, gli anni, la salute, le malattie, i problemi, i
progetti, tutto: ma essere fragili non vuol dire essere fallimentari
o falliti, vuol dire essere creature.
Nella
misura in cui facciamo i conti con la nostra fragilità, scopriamo
una quantità più estesa, più profonda di felicità.
Ci
auguriamo reciprocamente tanta fiducia in Dio e tanta accoglienza
positiva delle nostre fragilità.
Buonanotte.
Franco Barbero
(Trasposizione del vocale del 13 maggio a cura di Franca Gonella e Fiorentina Charrier)