La vittoria di Tamador e delle donne in Sudan Khartoum vieta le mutilazioni genitali
LORENZO SIMONCELLI
«Vorrei rinascere per non essere mutilata, non dimenticherò mai la mattina che mi hanno tagliata, è stato il giorno più doloroso della mia vita». Sognando a voce alta, prova a riscrivere la sua storia personale, Tamador Khalid, una delle tante donne sudanesi vittima di mutilazioni genitali femminili. Aveva 7 anni, quando una lametta, nella casa dei suoi genitori a Medani, 200 chilometri a Sud della capitale Khartoum, recise per sempre un lembo delle sue parti intime. Tamador, insieme alle sue quattro sorelle, anche loro circoncise, si è messa alle spalle quel dolore acuto.
Ha trasformato una ferita profonda che supera la superficie corporea, in spirito di rivalsa. Ha lottato, entrando a far parte dell'Unicef, affinché quanto successo a lei ed alle sue sorelle non si ripetesse ad altre bambine. Ed oggi celebra una vittoria inattesa, ma sperata: la decisione del governo di transizione sudanese di punire con 3 anni di carcere autori e fiancheggiatori della circoncisione femminile.
«È una decisione storica - commenta Tamador al telefono con La Stampa da una Khartoum blindata a causa del coronavirus e in pieno mese di Ramadan - milioni di bambine saranno salvate, sono felice per il futuro delle donne in Sudan». «La nuova normativa proteggerà le giovani da questa pratica barbara e consentirà loro di vivere con dignità - spiega Salma Ismail portavoce dell'Unicef in Sudan - e aiuterà le madri che avrebbero voluto salvare le proprie figlie, ma che non potevano opporsi».
È andata così anche nella famiglia Khalid. «Erano altri tempi, non si poteva disobbedire alle decisioni degli anziani - racconta Tamador - mia nonna e mia zia si imposero anche sui miei genitori ed io e le mie 4 sorelle (anche loro mutilate ndr.) pensavamo fosse una festa».
Una pratica radicata nella società sudanese durante la brutale dittatura di Omar al-Bashir, l'uomo che ha guidato il Sudan con il pugno di ferro dal 1989 al 2019.
Le pressioni internazionali non hanno mai scalfito il despota pronto ad avvallare le richieste dei conservativi leader religiosi in cambio dell'appoggio politico. Il Sudan si è, così, trasformato in uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di mutilazioni genitali femminili, il quinto in Africa.
Negli Stati del Nord Darfur e del Nord Kordofan, il gruppo di attivisti 28 Too Many, stima che il 97% delle bambine tra 0 e 14 anni sono state infibulate. La più cruenta tra le forme di mutilazione dato che prevede la rescissione completa delle parti intime e la conseguente cucitura in modo da garantire la verginità fino al matrimonio.
Un dolore acuto il cui eco riaffiora prima delle nozze, quasi sempre combinate. Le giovani, spesso ancora minorenni, devono essere rioperate per poter procreare e partorire, aumentando il rischio di morte durante il parto. Le fortunate che sopravvivono sono costrette ad affrontare dolore e complicazioni per il resto della loro vita. Una ferita profonda, difficile da cicatrizzare, che travalica la superficie corporea, in grado di svilire e annullare la sfera sessuale e l'identità femminile e che, secondo le stime delle Nazioni Unite accomuna 9 donne su 10 in Sudan.
Una pratica fino ad oggi spalleggiata dagli anziani e dai leader religiosi dei villaggi costata la vita a migliaia di bambine, morte dissanguate o per infezione soprattutto nelle zone rurali a causa delle scarse condizioni igieniche. Le famiglie pagano fino a 100 euro ad incisione. Ostetriche, medici ed infermieri recidono senza anestetico e, spesso, con la stessa lametta anche più bambine in un solo giorno. Un business che il nuovo Governo di transizione, composto anche da 5 donne, che guiderà il Paese fino alle prime elezioni democratiche del 2022 vuole almeno limitare. «Il nostro obbiettivo è abolire del tutto la circoncisione femminile nel 2030 - ha dichiarato Nasr al-Din Mufreh, Ministro per gli Affari Religiosi a margine del Congresso Internazionale sulle mutilazioni genitali femminili - è una pratica ormai datata e che neanche l'Islam giustifica».
LORENZO SIMONCELLI
«Vorrei rinascere per non essere mutilata, non dimenticherò mai la mattina che mi hanno tagliata, è stato il giorno più doloroso della mia vita». Sognando a voce alta, prova a riscrivere la sua storia personale, Tamador Khalid, una delle tante donne sudanesi vittima di mutilazioni genitali femminili. Aveva 7 anni, quando una lametta, nella casa dei suoi genitori a Medani, 200 chilometri a Sud della capitale Khartoum, recise per sempre un lembo delle sue parti intime. Tamador, insieme alle sue quattro sorelle, anche loro circoncise, si è messa alle spalle quel dolore acuto.
Ha trasformato una ferita profonda che supera la superficie corporea, in spirito di rivalsa. Ha lottato, entrando a far parte dell'Unicef, affinché quanto successo a lei ed alle sue sorelle non si ripetesse ad altre bambine. Ed oggi celebra una vittoria inattesa, ma sperata: la decisione del governo di transizione sudanese di punire con 3 anni di carcere autori e fiancheggiatori della circoncisione femminile.
«È una decisione storica - commenta Tamador al telefono con La Stampa da una Khartoum blindata a causa del coronavirus e in pieno mese di Ramadan - milioni di bambine saranno salvate, sono felice per il futuro delle donne in Sudan». «La nuova normativa proteggerà le giovani da questa pratica barbara e consentirà loro di vivere con dignità - spiega Salma Ismail portavoce dell'Unicef in Sudan - e aiuterà le madri che avrebbero voluto salvare le proprie figlie, ma che non potevano opporsi».
È andata così anche nella famiglia Khalid. «Erano altri tempi, non si poteva disobbedire alle decisioni degli anziani - racconta Tamador - mia nonna e mia zia si imposero anche sui miei genitori ed io e le mie 4 sorelle (anche loro mutilate ndr.) pensavamo fosse una festa».
Una pratica radicata nella società sudanese durante la brutale dittatura di Omar al-Bashir, l'uomo che ha guidato il Sudan con il pugno di ferro dal 1989 al 2019.
Le pressioni internazionali non hanno mai scalfito il despota pronto ad avvallare le richieste dei conservativi leader religiosi in cambio dell'appoggio politico. Il Sudan si è, così, trasformato in uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di mutilazioni genitali femminili, il quinto in Africa.
Negli Stati del Nord Darfur e del Nord Kordofan, il gruppo di attivisti 28 Too Many, stima che il 97% delle bambine tra 0 e 14 anni sono state infibulate. La più cruenta tra le forme di mutilazione dato che prevede la rescissione completa delle parti intime e la conseguente cucitura in modo da garantire la verginità fino al matrimonio.
Un dolore acuto il cui eco riaffiora prima delle nozze, quasi sempre combinate. Le giovani, spesso ancora minorenni, devono essere rioperate per poter procreare e partorire, aumentando il rischio di morte durante il parto. Le fortunate che sopravvivono sono costrette ad affrontare dolore e complicazioni per il resto della loro vita. Una ferita profonda, difficile da cicatrizzare, che travalica la superficie corporea, in grado di svilire e annullare la sfera sessuale e l'identità femminile e che, secondo le stime delle Nazioni Unite accomuna 9 donne su 10 in Sudan.
Una pratica fino ad oggi spalleggiata dagli anziani e dai leader religiosi dei villaggi costata la vita a migliaia di bambine, morte dissanguate o per infezione soprattutto nelle zone rurali a causa delle scarse condizioni igieniche. Le famiglie pagano fino a 100 euro ad incisione. Ostetriche, medici ed infermieri recidono senza anestetico e, spesso, con la stessa lametta anche più bambine in un solo giorno. Un business che il nuovo Governo di transizione, composto anche da 5 donne, che guiderà il Paese fino alle prime elezioni democratiche del 2022 vuole almeno limitare. «Il nostro obbiettivo è abolire del tutto la circoncisione femminile nel 2030 - ha dichiarato Nasr al-Din Mufreh, Ministro per gli Affari Religiosi a margine del Congresso Internazionale sulle mutilazioni genitali femminili - è una pratica ormai datata e che neanche l'Islam giustifica».
Il
coprifuoco nel Paese a causa del virus ha smorzato le celebrazioni
dell'annuncio storico. Migliaia di associazioni che lottano per i
diritti delle donne hanno deciso di rimandare i festeggiamenti per le
strade, ma non mancano i dubbi tra chi sostiene che per fermare la
pratica sia necessaria una pena superiore e che quanto successo nel
vicino Egitto non lascia ben sperare. Nel 2008 il Governo egiziano ha
vietato la circoncisione femminile ed ha inasprito le condanne fino ad 8
anni di reclusione per i responsabili. Dati gli scarsi risultati, nel
2016, si è deciso di innalzare la pena a 16 anni di carcere se i danni
recati alla vittima erano permanenti. Secondo le Nazioni Unite i
processi sono ancora troppo pochi e ancora il 70% delle donne tra 15 e
49 anni viene «tagliata». Tamador Khalid, lavora da anni nelle comunità
ed essendo una vittima, è cosciente che, per abolire definitivamente la
pratica serve il coinvolgimento totale della società sudanese. «Abbiamo
intensificato le visite nelle comunità e i dati ci dicono che in Sudan
la percentuale di circoncisione femminile era già scesa del 7% ancora
prima della decisione del Governo - spiega a La Stampa la responsabile
del programma di protezione dell'Unicef delle minorenni in Sudan -,
nessuna delle mie nipoti è stata mutilata e le giovani famiglie che
incontriamo sono contrarie alla pratica». «C'è ancora molto da fare, ma è
un grande passo avanti per il Sudan ed il suo nuovo governo - ha detto
Nimco Ali, di Five Foundation, organizzazione che lotta per il eliminare
le mutilazioni genitali femminili nel mondo- l'Africa non può
prosperare se le donne non sono tutelate e difese».
L'onda lunga della rivoluzione sudanese femminile prosegue senza interruzioni dall'aprile dello scorso anno. Data in cui Alaa Salah, la studentessa di ingegneria dell'International University of Khartoum, si era fatta largo tra i manifestanti delle strade della capitale del Sudan, chiedendo insistentemente le dimissioni di Omar al-Bashir. «Thawra, Thawra» (rivoluzione in arabo), gridava indicando il cielo, sbattendo i piedi in cima ad una macchina. Un'immagine storica che, in poche ore, l'ha trasformata nella Marianna sudanese, in grado di spronare una marea umana, composta prevalentemente da donne, a riprendersi quello che 30 anni di dittatura le avevano tolto. Una svolta definitiva per le donne sudanesi, costrette a vivere sottomesse ad un regime non voluto. Ad un anno di distanza le strade di Khartoum sono dipinte da murales che raffigurano le gesta eroiche di migliaia di donne scese in piazza per la libertà del proprio popolo e per rivendicare i propri diritti.
Prima dell'arrivo del Coronavirus, le donne erano tornate a popolare le strade di Khartoum, le università, gli spazi pubblici del Paese, a decidere come vestirsi e a giocare a calcio. Orjuan Essam, la prima giocatrice professionista, dopo anni di battaglie è riuscita a coronare il sogno di avere un campionato di calcio femminile riconosciuto dall'Uefa. Lo spirito delle «Kandaka», le regine dell'antico Regno di Nubia, le prime donne sudanesi che lottarono duramente per i loro diritti, era stato represso per 30 anni, ma non era mai scomparso. -
La Stampa 4/5
L'onda lunga della rivoluzione sudanese femminile prosegue senza interruzioni dall'aprile dello scorso anno. Data in cui Alaa Salah, la studentessa di ingegneria dell'International University of Khartoum, si era fatta largo tra i manifestanti delle strade della capitale del Sudan, chiedendo insistentemente le dimissioni di Omar al-Bashir. «Thawra, Thawra» (rivoluzione in arabo), gridava indicando il cielo, sbattendo i piedi in cima ad una macchina. Un'immagine storica che, in poche ore, l'ha trasformata nella Marianna sudanese, in grado di spronare una marea umana, composta prevalentemente da donne, a riprendersi quello che 30 anni di dittatura le avevano tolto. Una svolta definitiva per le donne sudanesi, costrette a vivere sottomesse ad un regime non voluto. Ad un anno di distanza le strade di Khartoum sono dipinte da murales che raffigurano le gesta eroiche di migliaia di donne scese in piazza per la libertà del proprio popolo e per rivendicare i propri diritti.
Prima dell'arrivo del Coronavirus, le donne erano tornate a popolare le strade di Khartoum, le università, gli spazi pubblici del Paese, a decidere come vestirsi e a giocare a calcio. Orjuan Essam, la prima giocatrice professionista, dopo anni di battaglie è riuscita a coronare il sogno di avere un campionato di calcio femminile riconosciuto dall'Uefa. Lo spirito delle «Kandaka», le regine dell'antico Regno di Nubia, le prime donne sudanesi che lottarono duramente per i loro diritti, era stato represso per 30 anni, ma non era mai scomparso. -
La Stampa 4/5