La crisi del pontificato di Francesco.
Un'analisi di Massimo Faggioli
Adista 2/5/2020
Le
importantissime intuizioni spirituali di Papa Francesco rischiano di
disperdersi, perché non sono ancora state tradotte e inserite in un
quadro di riforme istituzionali e strutturali.
E
il pontificato di Bergoglio di essere una grande occasione mancata per
la Chiesa cattolica. E' la conclusione della puntuale analisi dello
storico e teologo Massimo Faggioli docente nel Dipartimento di Theology
and religious studios alla Villanova university di Philadelphia (USA),
il quale, in un lungo articolo in due puntate pubblicato sulla Croix internazional disegna
quella che sembra essere un avere propria crisi del settimo anno del
pontificato di Francesco, incanalato in fase declinante, a meno che lo
stesso Bergoglio non sia in grado di avviare presto un' inversione di
tendenza.
La
diagnosi appare assai significative per due ulteriori motivi: non è
pubblicata su uno dei media della galassia conservatrice e ostile a
Francesco, ma sul più autorevole quotidiano cattolico francese, nella
sua versione internazionale; e non arriva da un oppositore del Papa
argentino, bensì da uno studioso che ha guardato sempre con attenzione
simpatia al pontificato di Bergoglio, come ammette egli stesso in coda
all'articolo. "Queste preoccupazioni riflessioni sono quelle di un laico
o cattolico la cui vita è stata profondamente trasformata da Papa
Francesco in molti modi", scrive Faggioli nella traduzione italiana
dell'articolo curata da Finesettimana. "Ma sento il dovere, in
filiale devozioni al Papa, di aiutare la mia chiesa a capire l'urgente
bisogno di riforme. Uno dei teologi preferiti di Francesco, Yves Congar,
nel suo memorabile libro Vera e falsa riforma della Chiesa
indicava quattro atteggiamenti necessari per la riforme: obbedienza,
pazienza, comunione e moderazione. Ma nella stessa sezione del libro
ricordava ai leader della Chiesa la loro responsabilità di non essere
troppo paziente".
Meriti e limiti del pontificato
Dopo
aver riconosciuto i grandi meriti di Francesco (la liberazione
dell'insegnamento morale cattolica "dalla sua camicia di forza
ideologica", la riabilitazione di teologi costretti al silenzio da
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l'attenzione ai problemi socio
economici) Faggioli elenca quelli che sono i due nodi che sembrano aver
determinato un arretramento del suo progetto riformatore-il ruolo del
prete e delle donne-e le cause che hanno bloccato la progressività del
pontificato: lo stile di governo, la prassi della pressione delle
opposizioni interne, i limiti teologici di Francesco. Lo stile di
governo si sintetizza in sostanziale non intervento sulle questioni più
spinose, che "ha prodotto alcuni effetti collaterali negativi, come il
rilancio dei tradizionalismo liturgico non solo ha permesso che la
scelta tradizionalista continuasse ma non ha fatto nulla per impedire
agli importanti uffici ed officiali del Vaticano di incoraggiarla, cosa
che ha peggiorato la situazione specialmente per alcune chiese locali".
Gli
oppositori interni che hanno contribuito al rallentamento del processo
riformatore non sono estremisti o figure marginali con me l'ex Nunzio
apostolico negli USA Carlo Maria Viganò (il quale non deve aver gradito
la citazione, dal momento che, intervistato da Aldo Maria Valli per il
proprio blog, ha parlato di "un certo Massimo Faggioli altero nel nome e
sgrammaticato nel cognome") ma pezzi da 90 della curia romana: l'ex
prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinali
Gherard Muller; il prefetto della congregazione per il culto divino e
la disciplina dei sacramenti cardinal Robert Sarah; E lo stesso Papa
emerito Benedetto XVI coinvolto da Sarah nel libro contro l'
allentamento della norma canonica dell'obbligo celibato per i
presbiteri, pubblicato proprio mentre Francesco si apprestava a
pubblicare l'esortazione apostolica post sinodo amazzonico che aveva
discusso proprio di quella questione, proponendo l'ordinazione
presbiteriale di diaconi sposati e con famiglia. Infine "i limiti della
teologia di Francesco quando parla di clericalismo e di donne".
Le riforme mancate: donne e preti
"Fino
ad ora-spiega Faggioli-la maggior parte delle persone credeva che il
Papa argentino, indipendentemente dal suo modo di esprimersi derivante
dall'uso di una seconda lingua o di espressioni particolari, fosse
fondamentalmente aperto a cambiamenti disciplinari e a sviluppi
compatibili con una comprensione organica della tradizione. Ma dopo
l'ultimo anno, con Querida Amazzonia e la decisione della nuova
commissione sul diaconato femminile, alcuni si chiedono se il
pontificato di Francesco sia giunto al limite delle possibili riforme".
Due, sono i punti che dimostrano la battuta d'arresto, se non un vero e
proprio arretramento del processo riformatore. Il primo riguarda il
ruolo delle donne nella Chiesa, a partire dalla questione diaconato
femminile. "Al termine dei suoi lavori,-scrive Faggioli- la prima
commissioni sul diaconato femminile ha steso una relazione finale che
però non è mai stata resa pubblica.
Ci si chiede a buon diritto il
perché.
In una chiesa sinodale è giusto aspettarsi una certa dose di
trasparenza. La formazione di una seconda commissione è stata annunciata
l'8 aprile. Nessuno tra i sette uomini e cinque donne che compongono
questo gruppo proviene dal sud del mondo. Questo è molto difficile da
capire e perfino impossibile da giustificare, specialmente per un Papa
che ha fatto tanto per la crescita della comprensione della dimensione
globale della Chiesa cattolica. Francesco dice che è necessario
ascoltare tutte le parti prima di prendere una decisione. E questo è
assolutamente giusto. Purtroppo è difficile ritenere che questa seconda
commissione rappresenti differenti visioni". E la seconda è la già
richiamata questione dell'allentamento dell'obbligo del celibato
ecclesiastico, richiesto dalla maggioranza dei partecipanti al sinodo
speciale dei vescovi dell'Amazzonia ma respinta da Francesco.
Non c'è cambiamento senza riforme
"Papa
Francesco è stato molto più efficace nel decostruire un paradigma
ecclesiastico e teologico culturalmente e storicamente limitato che nel
costruirne uno nuovo, ma quando si è trattato di riforme strutturali
nella Chiesa, l' ottantatreenne Papa appare come un uomo di parole
profetiche più che di concrete decisioni, parole che favoriscono una
conversione personale piuttosto che un cambiamento istituzionale. Per
quanto Francesco sia forte nell'offrire intuizioni spirituali che
cambiano la vita a livello di conversione individuale e collettiva, il
problema del cambiamento strutturale da un punto di vista sistematico ed
ecclesiologico non è stato mai realmente impostato (neppure alla luce
della tragedia della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica).
La visione trasformatrice di Francesco è un dono dello Spirito Santo,
quando parla di argomenti sociali, economici, ambientali e in termini di
ecclesiologia della famiglia, ma poi sembra bloccarsi quando si tratta
di strutture ecclesiastiche di peccato e quando si tratta di sviluppo
dottrinale riguardante i ministeri.
Il fatto è che anche la conversione
pastorale richiede qualche conversione ecclesiastica strutturale ma
Francesco non vuole andare in quella direzioni, almeno non ancora e
l'ecclesiologia del popolo di Dio necessità di cambiamenti di struttura.
Se questi cambiamenti non vengono anche dall'alto l'ecclesiologia del
popolo di Dio non va da nessuna parte". Conclude Faggioli "Francesco ha
ragione: è il momento di porsi obiettivi a lungo termine. Durante gli
ultimi sette anni ha messo a fuoco dei modi di raggiungere i fedeli non
mediati dai canali curiali. Cambiamenti epocali come quelli che ci sta
chiedendo di fare, ovviamente, hanno bisogno di tempo. Non c'è dubbio
che senza profondi cambiamenti spirituali e culturali ogni cambiamento
esterno sarà di breve durata o, peggio, deludente. Anche qui bisogna
giocare su lungo termine. Il problema è che senza decisioni su temi
istituzionali e strutturali (e in particolare su donne e ministeri) in
alcune chiese semplicemente potrebbe non esserci uno lungo termine.
Francesco ha cambiato profondamente la vita di tantissime persone e sta
rendendo la Chiesa cattolica più Evangelica. Questo è dovuto in gran
parte alla sua impareggiabile abilità di offrire una lettura spirituale
delle situazioni esistenziali. Ma anche questo cambiamento ha bisogno
di cambiamenti strutturali. Lui e i vescovi non dovrebbero screditare o
respingere le richieste di riforme istituzionali ritenendole
tecnocratiche o élitarie perché la Chiesa è istituzioni.
Luca Kocci