Le diseguaglianze delle donne
Non è un Paese per madri
di Chiara Saraceno
Essere madri in Italia è una continua corsa ad ostacoli.
Alle
inevitabili difficoltà e necessità di riaggiustamenti continui che
incontra, a qualunque latitudine, chi ha la responsabilità di figli in
Italia si aggiungono un contesto aziendale e delle politiche pubbliche
poco amichevole e una divisione delle responsabilità tra padri e madri
che continua ad essere fortemente squilibrata a sfavore delle madri, più
che in altri Paesi sviluppati, nonostante vi siano segnali di mutamento
nelle generazioni più giovani.
Uno squilibrio che vincola in modo
sproporzionato le opzioni che una madre ha rispetto al lavoro
remunerato.
Anche
l’organizzazione del lavoro è spesso poco amichevole. L’avere figli
continua ad essere considerato una caratteristica negativa quando si
tratta di madri, non di padri.
Ogni flessibilità richiesta per poter
conciliare meglio responsabilità familiari e lavorative è ritenuta un
indizio di poco attaccamento al lavoro e un ostacolo insormontabile per
l’organizzazione aziendale, salvo imporre la flessibilità quando è un
bisogno aziendale. Non a caso c’è più part time involontario che
volontario. Lo smart working è stato a lungo considerato con sospetto e
resistenze da parte delle aziende, fino a quando la pandemia lo ha reso
l’unica opzione possibile.
Anche
le politiche pubbliche sembrano continuare ad ispirarsi a una idea che
la presenza delle madri nel mercato del lavoro sia una eccezione
minoritaria, per sostenere la quale bastano politiche marginali.
Ne
è un chiaro esempio il bassissimo tasso di copertura dei servizi
educativi per la prima infanzia (che per altro lede anche il diritto
della stragrande maggioranza dei bambini ad avere opportunità educative
non dipendenti esclusivamente dalle condizioni familiari).
La
difficoltà delle madri a rimanere sul mercato del lavoro ha conseguenze
negative sulla loro autonomia economica e spesso anche sul benessere
della loro famiglia.
Anche
in epoca pre-Covid 19 l’Italia era uno dei Paesi dell’Unione Europea a
più alto tasso di povertà tra le famiglie con figli e tra i minorenni.
Questo dato era strettamente correlato alla prevalenza di famiglie
monoreddito, oltre che alla frammentarietà e inadeguatezza dei
trasferimenti monetari legati alla presenza di figli. È un quadro fin
troppo noto agli addetti ai lavori, anche se largamente ignorato dai
decisori politici, su cui ha riportato l’attenzione l’ultimo rapporto di
Save the Children su "le equilibriste" della maternità.
Questo
insieme di criticità è esploso con l’epidemia, prima con la chiusura
delle scuole e di tutti i servizi, ora con una riapertura che, oltre a
vedere messi a grave rischio molti settori con una prevalenza di
occupate donne (commercio, turismo, servizi sociali), continua a
mantenere chiusi i servizi educativi e le scuole.
Una indagine rappresentativa effettuata da Del Boca ed altre, di cui si è dato conto su lavoce.info
, ha trovato che la stragrande maggioranza delle madri in smart working
ha aumentato il carico di lavoro complessivo — tra compresenza di tutti
24 ore su 24 e compiti addizionali legati alla didattica a distanza —
mentre ciò è avvenuto solo per il 55% dei padri.
Chi
era impegnata nei lavori essenziali (sanità, grande distribuzione,
logistica) ha trovato insufficiente sostegno pubblico alla cura e
supervisione dei figli piccoli mentre era al lavoro.
Chi
si è trovata a fronteggiare perdite di reddito proprie o del compagno, o
comunque era ed è in gravi ristrettezze economiche, oltre all’ansia per
il futuro si è trovata e si trova a gestire richieste spesso
impossibili da soddisfare, tra didattica a distanza, irrequietezza di
figli chiusi in gabbia in spazi spesso ristretti, difficoltà a garantire
il loro benessere fisico.
Anche
chi è diventata madre durante il lockdown , segnala il rapporto di Save
the Children, si è trovata sola, senza gli usuali servizi di
accompagnamento prima e dopo il parto e spesso senza poter neppure
ricorrere all’aiuto di familiari.
Altro che "paese della mamma"!
La Repubblica 28/5