La giustizia in crisi: dov’è Magistratura democratica?
Livio Pepino
Non c’è pace per la giustizia.
Non
bastano le ricadute dell’epidemia di Covid-19 (protratta chiusura dei
tribunali e accumulo di decine di migliaia di fascicoli che, senza una
ravvicinata amnistia, dilaterà oltre ogni limite i tempi della giustizia
penale; la mancanza, a destra e a sinistra (passando per il centro), di
qualsivoglia progetto riformatore credibile (surrogato da inverosimili
promesse di nuovi codici e di dimezzamento della durata dei processi
dietro l’angolo); le risse nella maggioranza di governo sul sistema
giudiziario (produttive solo di paralisi e rinvii); l’improvvisazione di
un guardasigilli surreale le cui opzioni di merito sono improvvide
quanto la scelta dei propri collaboratori. Non basta tutto questo. C’è, a
fianco, il precipitare della magistratura e del suo sistema di governo
in una crisi senza precedenti, provocata dal susseguirsi al suo interno,
con frequenza impressionante, di prassi e comportamenti impropri o tout
court illeciti, tali da minare la credibilità della giustizia. Da un
anno a questa parte emerge di tutto e di più (con manifestazioni diverse
ed eterogenee ma egualmente significative): indecenti incontri segreti
di un autorevole esponente associativo e di alcuni componenti del CSM
con parlamentari di spicco per condizionare le nomine di procuratori
della Repubblica di sedi cruciali e dello stesso vicepresidente
dell’organo di governo autonomo; l’arresto di un procuratore della
Repubblica con l’accusa di avere concorso a costruire, strumentalizzando
le proprie funzioni, un gruppo di potere economico-imprenditoriale;
allegre comparsate televisive di pubblici ministeri di primo piano per
lamentare la mancata attribuzione di incarichi politici e
amministrativi; raccomandazioni, pressioni e favori trasversali di
magistrati noti e/o sconosciuti in tema di nomine o trasferimenti propri
o di propri congiunti; rapporti spregiudicati di pubblici ministeri con
giornalisti delle più importanti testate e molto altro ancora.
Che
la giustizia e la magistratura ne escano con le ossa rotte e con un
indice di fiducia dei cittadini ridotto al lumicino è naturale. Ci
sarebbe da stupirsi del contrario. Ma la cosa più grave – che rischia di
rendere la crisi irreversibile – è l’incapacità dell’associativismo
giudiziario di cogliere che quella in atto non è la somma di alcuni
(isolati) incidenti di percorso ma una trasformazione genetica della
magistratura. Basta guardare le reazioni dell’associazione magistrati e
delle sue componenti di fronte al ripetersi, o all’emergere, degli
scandali: prese di distanza, tanto sdegnate quanto tardive, da
comportamenti scorretti, sempre attribuiti a poche “mele marce” (senza
che ciò abbia intaccato la pratica degli accordi occulti e trasversali
nelle recenti scadenze elettorali per integrare il Consiglio superiore);
enfatizzazione della portata etica (sic!) delle dimissioni
(all’evidenza inevitabili) dei membri del CSM coinvolti in poco
edificanti maneggi; accorate proteste per la pubblicazione di stralci di
intercettazioni prive di rilevanza penale, fino a ieri – quando
riguardava altre categorie – tollerata (o finanche incentivata) e
considerata oggi un attacco alla magistratura tutta e al suo organo di
governo; dimissioni dei vertici associativi (a pochi mesi dalla scadenza
fisiologica) pur di evitare provvedimenti drastici nei confronti di
tutti i magistrati coinvolti in scandali e/o pratiche clientelari. Sono
reazioni elusive e superficiali che non colgono i termini della
“questione morale”, e insieme, “politica” in atto. Eppure alcuni fatti
sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli. Mi limito ai più
rilevanti.
Primo.
Il sistema del conferimento degli incarichi direttivi e delle nomine in
genere – parte rilevante dell’autogoverno – è viziato in modo ormai
strutturale da prassi clientelari e da metodi che nulla hanno a che fare
con la razionalità e le capacità degli aspiranti. Accade, certo, che
vengano talora designati i dirigenti più adatti ma non è questa la
priorità perseguita. I segnali erano chiari da tempo ma da ultimo la
situazione è precipitata come dimostra al di là di ogni dubbio lo
spaccato emergente dalle intercettazioni dell’affaire Palamara.
Eliminato, nelle nomine, il (certamente insufficiente) criterio della
anzianità e senza la definizione di altri criteri oggettivi e
controllabili, il cosiddetto merito, in mancanza di un rigore morale e
politico diffuso, è stato ed è spesso confuso con l’amicizia, la
vicinanza, lo scambio di favori. La generalizzazione del sistema ha
fatto giustizia anche delle improprie e obsolete analisi che
attribuivano le cadute dell’autogoverno a lottizzazioni correntizie: il
“metodo Palamara” evidenzia che i riferimenti non sono più, da tempo, le
“correnti” ma gli esponenti più forti e potenti di un indifferenziato
“correntone” nel quale le idee e le impostazioni culturali non contano
più nulla.
Secondo.
Il rapporto tra politica e magistratura si è trasformato negli anni ed è
sempre più inquinato da scambi e interessi. La (legittima e opportuna)
partecipazione dei magistrati alla “politica delle idee” ha lasciato il
posto a una partecipazione (impropria e pericolosa) alla “politica del
potere” (per usare una definizione di Marco Ramat negli anni Sessanta).
Anche qui non c’entrano, o c’entrano in misura ridotta, le deprecate
correnti. C’entra l’occupazione degli uffici del Ministero della
giustizia, e non solo, da parte di magistrati chiamati ad personam da
ministri e sottosegretari e c’entrano gli incarichi di diretta
connotazione politica (magari preceduti – l’una e gli altri – da
trattative, assai poco commendevoli anche quando non andate buon fine).
Tutto ciò crea un sistema di rapporti tanto vischioso quanto privo,
salvo casi eccezionali, di valide ragioni: da un lato, infatti, non è
dato vedere ‒ e nessuno ha mai spiegato ‒ perché il capo di gabinetto di
un ministro o il direttore dell’Amministrazione penitenziaria debba
essere un giudice o un pubblico ministero (che per lo più nulla sa di
amministrazione e che del carcere non conosce altro che le sale
destinate a interrogatori); dall’altro la permanenza, spesso protratta
per anni, di magistrati in sedi di decisioni politico-amministrative
crea un continuum tra politica e magistratura che nuoce all’indipendente
esercizio della giurisdizione e, comunque, alla sua immagine (come
emerge in tutta evidenza nei casi di passaggio da un incarico di diretta
collaborazione con il ministro alla direzione di un ufficio giudiziario
di primo piano). Non è in discussione la correttezza professionale dei
magistrati interessati ma c’è un problema di cultura del ruolo e di
immagine pubblica che non può essere ignorato.
Terzo.
Alla mutazione genetica in atto della magistratura ha contribuito e
contribuisce il sistema del reclutamento adottato con le riforme
Castelli e Mastella (anche qui, dunque, di destra e di sinistra). È lì –
nel reclutamento – che si forgiano i pubblici ministeri e i giudici dei
decenni a venire. Le richiamate “riforme” ordinamentali hanno puntato
su una sorta di concorso di secondo grado con accesso riservato, oltre
che ai laureati in giurisprudenza diplomati presso la scuola di
specializzazione per le professioni legali, ai magistrati amministrativi
e contabili e ai procuratori dello Stato, ai dirigenti della pubblica
amministrazione (centrale o degli enti locali) con almeno cinque anni
anzianità con laurea in giurisprudenza e ad altri status consimili. Ne è
seguita una marcata selezione per censo, l’innalzamento del livello
medio dell’età dei vincitori del concorso, l’esclusione di alcuni dei
candidati più brillanti e motivati, l’incremento della connotazione
burocratica dei nuovi magistrati: in una parola, una profonda
trasformazione sociologica (se non addirittura antropologica) del corpo
giudiziario.
Questa
è la situazione. Intendiamoci, si tratta di una parte soltanto del
“pianeta giustizia” nel quale operano ottimi giudici e pubblici
ministeri, come del resto è accaduto anche nei tempi più bui della
nostra storia. Ma la loro presenza, fondamentale per la tenuta delle
libertà e dei diritti, non è (più) il portato di una cultura egemone nel
corpo giudiziario, dove ritornano, al contrario, idee, prassi e metodi
che hanno caratterizzato la magistratura prima del “risveglio
costituzionale” degli anni Sessanta e Settanta, intervenuto anche grazie
alle rotture di un (piccolo) gruppo di magistrati, definiti
“iconoclasti”, che diedero vita, in quegli anni, a Magistratura
democratica (http://www.magistraturademocratica.it/docs/storia/storia-md-livio-pepino.pdf).
In precedenza – è bene ricordarlo a chi invoca ritorni al passato e
propone modifiche legislative o addirittura costituzionali per
realizzarli – le pratiche oggi deprecate (ma tuttora in auge, non a
caso, negli apparati burocratici: da quelli sanitari alle prefetture e
alle questure, dalle reti televisive agli enti pubblici economici) erano
regola: basti riandare alla legge n. 438 del 1908 (grida manzoniana che
vietava a giudici e pubblici ministeri di ricorrere alle
raccomandazioni di politici o avvocati per ottenere facilitazioni in
carriera) o, cinquant’anni dopo, al Diario di un giudice di Dante
Troisi, pubblicato nel 1955 da Einaudi (e riproposto nel 2012 da
Sellerio), che portò al suo autore un grande successo letterario e… una
censura disciplinare.
È
tempo di trarre le conseguenze. La mutazione in atto nella magistratura
può essere contrastata – ammesso che si sia ancora in tempo – solo con
scelte e comportamenti coerenti. Da sempre, in ogni ambito, il
malcostume e la burocratizzazione si contrastano evitando le coperture
corporative e contrapponendovi una cultura e un metodo di confronto alto
sulle idee e sui progetti. C’è dunque, anzitutto, da ridisegnare un
modello di magistratura su cui chiamare al confronto la cultura politica
e giuridica. Un modello contrapposto a quello funzionariale e fondato
sulla effettiva pari dignità delle funzioni, sulla rigorosa temporaneità
degli incarichi direttivi (privati di molti degli attuali poteri
amministrativi), sulla separazione netta tra amministrazione e
giurisdizione, su una rigorosa cultura della sottopposizione di giudici e
pubblici ministeri soltanto alla legge (che significa, per usare parole
di Giuseppe Borré, «disobbedienza a tutto ciò che legge non è, in
particolare al pasoliniano “palazzo”»). È un’operazione impegnativa e di
lungo periodo ma non ci sono alternative. Solo così, infatti, è
possibile uscire dalle secche del pensiero dominante dando agli stessi
magistrati prospettive diverse dalla pura gestione dell’esistente, dalla
primazia degli orizzonti di carriera, dalle logiche amicali,
clientelari e subalterne al quadro politico. Ma, per far questo
occorrono, preliminarmente, un’analisi non consolatoria e una denuncia
ferma delle cadute, delle compromissioni, delle deviazioni che investono
la giurisdizione, la sua organizzazione, l’associativismo giudiziario.
Come
fare? Lo dico in maniera un po’ brutale: il problema non sono le
correnti – come (quasi) tutti, a destra e a sinistra, si affannano a
dire – ma il loro venir meno, la loro intervenuta (e già segnalata)
trasformazione in un unico indistinto correntone. La cultura della
giustizia e del suo governo autonomo che ha segnato positivamente gli
ultimi decenni del secolo scorso (grazie soprattutto all’elaborazione e
agli interventi di Magistratura democratica) si è progressivamente
attenuata sin quasi a scomparire, lasciando il posto a un marcato
consociativismo (dimostrato, per esempio, dalla prassi costante dei
governi unitari, con rotazione nelle cariche, dell’ANM) e alla difesa
dell’autogoverno comunque e a prescindere (mettendo la sordina alle
polemiche sugli atteggiamenti clientelari e deviati e dimenticando che
il Consiglio superiore e le sue contingenti maggioranze non sono la
stessa cosa e che solo la critica forte a queste ultime può salvare la
sostanza e l’immagine del primo…). Senza un recupero di quella cultura
critica e di prassi conseguenti non si uscirà dal pantano e non si
contrasteranno credibilmente le “riforme” in cantiere tese a diminuire
l’indipendenza e l’autonomia di giudici e pubblici ministeri. Ma ciò
rinvia inevitabilmente a una domanda, decisiva ed esplicita: dov’è,
oggi, Magistratura democratica, unico riferimento possibile per avviare
questa operazione? E, insieme, qual è il suo luogo di elezione: il
governo consociativo della corporazione o una rigorosa cultura della
giurisdizione, fuori dalle stanze del potere?
Volerela luna 1/6