Carissimo
vescovo Derio,
grazie
di cuore per questa lettera aperta in cui si percepisce tutta la Sua
profonda partecipazione umana personale. Non è una lettera tanto
per scrivere, ma la trasmissione di un pensiero meditato e sentito.
E’ riuscito a trasmetterci l’urgenza che prova di fronte ad una
necessità di cambiamento della nostra società ed anche della nostra
chiesa.
Urgenza
e cambiamento. Urgenza di un cambiamento. E’ proprio questo il
cuore della Sua lettera: “Non
dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. O iniziamo a cambiare la
Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni”.
Non
un cambiamento qualsiasi, perché si sa, non tutti i cambiamenti sono
proficui e benefici, alcuni rimangono solo cambiamenti di facciata,
ma il cambiamento delle relazioni. Quelle che sono il fondamento
della vita, che la sostengono. Le relazioni che permettono di
modificare, di migliorare e talvolta di salvare la vita.
Nella
Sua lettera ci sono parole che rappresentano un progetto dirompente:
non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima e dobbiamo sbrigarci o si
sarà chiuso un tempo, avremo perso un’opportunità unica per dare
un volto nuovo alla nostra Chiesa.
Le
diciamo che questa urgenza ci ha fatto respirare una boccata d’aria
fresca. Lei caro Derio, riveste una carica ufficiale e sentire un
invito così pressante dal nostro vescovo, da chi rappresenta sul
nostro territorio la Chiesa ufficiale ci ha fatto pensare con gioia
che finalmente, (finalmente!) si sta creando lo spazio per muovere i
primi passi in una chiesa che chiede con urgenza il cambiamento. Che
bello!
Le
voci in questo senso sono sempre state numerose, tuttavia provenivano
e venivano portate avanti da singole parrocchie, da singoli preti,
che isolatamente si sgolavano ed investivano la propria vita per
essere ascoltati e senza esserlo quasi mai.
La
Chiesa però si sa, si muove con lentezza, non ama le modifiche, teme
i cambiamenti. Qualsiasi proposta di novità rivolta alla Chiesa
porta già con se la risposta: “Ci vuole pazienza. Con calma,
queste cose non avvengono cosi in fretta. I tempi per queste cose non
sono ancora maturi”.
In
questo modo sono passati gli anni, i decenni... i secoli.
E
siamo giunti ad un punto in cui persino un papa che dà voce
concretamente al vangelo e parla liberamente di chiesa povera è
sentito come una grande novità, come un cambiamento..
Quanto
dovremo ancora aspettare per i cambiamenti?
Perché
essi continuano a fare paura e occorre tacere per non essere chiesa
“eversiva”?
Rubiamo
le Sue parole: “La chiesa
è ripiegata su se stessa e sulla sua organizzazione.”
Nella
Sua lettera Lei lancia la pietra: cambiamento affinché nelle nostre
comunità ci sia cura degli altri, in cui le relazioni siano vere. Ci
permettiamo di aggiungere: e perché tutti siano uguali.
Come
fare perché queste parole non siano solo intenzioni su cui tutti
inevitabilmente non possono che essere d’accordo? Come sgombrare il
campo dal dubbio che non si tratti di un vogliamoci bene, ma che
invece sia un inizio concreto, un passaggio dall’intenzione ai
fatti, la traduzione dell’intenzione in realtà?
La
strada da percorrere è quella della concretezza.
Non
che la nostra voce sia più importante di altre ma riflettendo su
tutto ciò e proprio perché Lei si è rivolto a tutti noi, ci
permettiamo di fare la nostra proposta.
Vorremmo
partire dalle donne.
Questa
componente della Chiesa, presente, assidua. Questa componente così
poco ascoltata così “diversamente uguale” all’interno della
società e purtroppo anche della Chiesa.
L’Italia
è un paese in cui l’opinione pubblica ha ritenuto di dover creare
l’espressione “quote rosa” per designare il diritto delle donne
ad avere cariche decisionali all’interno delle istituzioni.
Noi
pensiamo che sia una vergogna. Nessuno mai ha pensato di chiamare
quote azzurre i ruoli destinati agli uomini.
La
chiesa ufficiale ci tiene sempre, nei grandi discorsi, a sottolineare
il ruolo delle donne al suo interno, al valore che esse hanno nella
catechesi, nella preghiera.
Facendo
bene attenzione però a non superare certi limiti. E' sempre ben
tracciata una linea di demarcazione che noi non possiamo oltrepassare
dove è scritto a caratteri cubitali “Tu ti devi fermare qui”.
Chissà
se nessun uomo della Chiesa ufficiale ha mai pensato concretamente:
“Se non ci fossero le donne come sarebbe la nostra chiesa?”
Chissà se qualcuno ha mai pensato: “Se tutte le donne facessero
sciopero all’interno della Chiesa?”
Certo
è una provocazione, ma riflettiamoci..
Ci
sentiamo di dire che sicuramente le chiese sarebbero più sporche,
meno curate (perché sono in maggioranza le donne a svolgere questo
servizio nelle parrocchie) ma soprattutto a messa mancherebbe il 70 %
dei fedeli, per non dire poi tutti i bambini. Perché nella maggior
parte delle famiglie sono le mamme che curano questo aspetto.
Non
vogliamo addentrarci sul terreno teologico, che lasciamo a studiosi
preparati, e restando sul pratico, partendo cioè dai piccoli passi,
vorremmo giungere a due nostre piccole proposte.
La
prima è il permesso ufficiale all’interno della nostra diocesi che
le donne leggano il Nuovo Testamento.
Non
abbiamo infatti mai capito perché potessero leggere i Salmi, e tutto
l’Antico Testamento ma assolutamente mai il Nuovo.
Quale
è il problema? Come mai possiamo dare la Comunione, ma non leggere
il Vangelo?
Non
siamo forse tutti uguali davanti a Dio?
In
realtà la domanda da porre sarebbe più radicale e cioè come mai le
donne nella Chiesa Cattolica non possano presiedere la messa e
l’eucarestia. Non possano diventare presbiteri. Lasciamo però qui
da parte questo punto spinoso e che ci ridurrebbe all’immobilismo.
La
seconda proposta concreta è che le donne nella nostra diocesi
abbiamo uno spazio nella predicazione. Che esse possano dare un
contributo concreto ed assumere la responsabilità delle meditazioni
che vengono offerte alla comunità durante la messa.
E’
tempo di passare all’opera, di compiere sì gesti concreti, ma
ufficiali, che potrebbero essere presi ad esempio da altre
parrocchie. Gesti ufficiali. Questo è il punto.
Ci
rivolgiamo quindi a Lei perché intervenga per avviare il
cambiamento, per modificare questa realtà a nostro parere senza
giustificazione plausibile.
E’
disposto a darci una mano? A mettersi dalla parte della componente
femminile della Chiesa ad impegnarsi perché questi piccoli
cambiamenti siano visibili nella nostra diocesi ed abbiamo una
risonanza ufficiale?
Noi
donne ci contiamo molto. Da sempre siamo costrette a rivolgerci agli
uomini per ottenere ciò che dovrebbe essere legittimo e dovuto. Il
diritto di voto ne è un esempio..
L’importante
però è affrontare le difficolta superare gli scogli e camminare,
andare avanti sul terreno dell’inclusione.
Come
Lei scrive nella sua lettera: “Non
sprechiamo quest'occasione”.
Caro
vescovo Derio,
con
l’augurio che la sua salute continui a migliorare e che Lei a poco
a poco possa riacquistare le forze, La ringraziamo per la sua
attenzione e per la Sua risposta.
Un
caloroso e affettuoso saluto.
Manuela
Brussino e Silvia Airaudo